Caminos.20/Il giorno in cui non accadde nulla

Adios, Coimbra

Devo trovare il coraggio. Ho una tecnica crudele: togliere ogni pensiero, ogni ricordo, ogni desiderio. Si sceglie di andare, ‘si va continuando a cercare qualcosa che nessun cartello indica, cambiando, perdendo, facendo scelte che noi stessi non condividiamo, osservando le nostre fratture e aspettando di incontrare qualcuno che ne abbia altrettante’. Questo lo ha scritto Gabriele Romagnoli e, grazie a lui, ho capito cosa sto facendo. Sto facendo qualcosa?

Sant’Antonio sulle facciate delle case

In realtà io non ho nessuno desiderio. Difficile ri/cominciare. Ma è anche facilissimo: si chiude una porta, non ci si volta indietro verso la stanza felice dalle quattro finestre, qualcuno  in strada sta ascoltando ‘The sound of silence’ e io ho le lacrime agli occhi. Si chiude un’altra porta, non c’è la ragazza carina e troppo sorridente, non c’è il brasiliano misterioso, non c’è nessuno. Non prometto nemmeno di tornare, ma raccomanderò a tutti l’ostello ‘Change the world’ a Coimbra. Un bel posto di silenzio. Forse di cura. Da viverci un po’.

Il cammino

 

L’andare si fa selvatico

E poi il rito lo conosci: cafè con leche, nata, cartoline comprate all’ultimo istante. Ah, come posso dimenticare: c’è il sole per il nuovo andare solitario, il sole e sprazzi di azzurro nel cielo. Ripiego la giacca, metto via l’ombrello, non proteggo lo zaino, sfido il clima del Portogallo, saluto, un bacio leggero e poi solo un passo dopo l’altro. Daniela va a prendere un aereo. Io guardo la salita che mi aspetta. Questo è l’andare. Senza alcuna ragione.

Che voglia di girare il naso e ri/cominciare, fino all’infinito

 

Ecco, a volte basta poco…

Verso Sud. C’è davvero da salire: l’imponente convento di Santa Clara-a-Nova sorveglia i miei gesti, i segni azzurri si contraddicono l’un con l’altro. A chi mi affido? Il lungo ponte sul Mondego è alle spalle. Non voglio andarmene, voglio ascoltare ancora il fado e mangiare il maiale con le vongole. I semafori ti dettano i secondi, sbrigati a passare. Sbaglio strada, la ritrovo, salgo verso la Vale do Inferno (chissà perché si chiama così, ma visto un luogo più sereno) fino allo scollinamento della Cruz dos Marouços. Terre di storia moresca. C’è qualcosa di diverso nel paesaggio: i paesi mi appaiono, se mai è possibile, ancora più deserti. Non ci sono nemmeno i bar, i caffè. Eppure, questo Portogallo del centro ti avvolge con una spirale di cortesia. Ti dice: se vieni a vivere qui, avrai la saudade di qualcosa che non è possibile avere. Io non cerco niente, e vorrei molto incontrare qualcuno, qualcosa che mi dicesse ‘fermati, dai, solo un po’. No para siempre en la tierra solo un poco aquí’. Già lo sapevo, mille anni fa. Ho finto per tutti questi anni. Ascolto la dolcezza della disperazione.

Solo un gatto lungo la strada

Stamattina va cosi, scusatemi, il caminante oggi non ha attenzione per chi vuole solo sapere dove sei. Non lo so nemmeno io, smetto di prendere appunti. Non voglio arrivare. Detesto questi cartellini azzurri che indicano il Cammino per Fatima. E ti dicono i chilometri che mancano. A Fatima non ci vado, contenti?

A Palheira, due donne stanno lavando i panni e uomini al lavoro mi nascondono il cammino. Poi, con gesti, mi avvertono: ‘E’ di qua’. Alberi di aranci splendono al sole.

Anche le autostrade sono deserte, è accaduto qualcosa?

C’è un lungo tratto in una brughiera umidissima e bella. Terra selvatica, questa. Pozzanghere come laghi cercano di impedirti il passaggio. Mi graffio il braccio con un cespuglio spinoso. Un gatto è il solo abitante della strada per Cernache.

Faccio un errore: ignoro il solo caffè aperto in paese. Proseguo, vedo dei tavolini da bar e mi infilo in una casa. Una donna sussulta un po’, ma poi mi accompagna in un’altra casa dove doña Maria ha un minimercado. Sta mangiando, mi scuso, ma lei mi prepara un sande con fiambre tolto dalla busta di plastica e mi offre una pera. Dice: ‘Vivo qui da cinquant’anni’, le sole parole che oggi ho sentito nelle ore del cammino. Questo accadeva a Orelhudo. E io mi chiedo: perché non ho vissuto come doña Maria. Sarei stato felice?

Si raccolgono le olive

Non ci sono nemmeno pellegrini: ho sfiorato solo una ragazza austriaca con cerata rossa e voglia di parlare. Io quasi non mi fermo, le auguro solo ‘bon caminho’. Va a Santiago, adios.

Ho percorso venti chilometri senza accorgermene. Vedi, è semplice dimenticare. Ho paura, ho molta paura.

Arriva uno scroscio di pioggia, scavalco più volte la Nazionale, perfino l’autostrada è deserta. Paesaggio di orti, di cavoli, di aranci. Nemmeno i cani abbaiano. Un cartello avverte: due chilometri a un albergue. Va bene, mi fermo qui.

I mosaici di Conimberga

Qui è Conímberga. Un gran bel nome. E, infatti, Josè mi aspetta. Nemmeno al bar Triplo Jota è possibile mangiare. Dovrò pensarci nei giorni prossimi. Oggi rinuncio alla mia birra. Al telefono mi dettano un codice per entrare all’albergue. Una sorta di casetta, accogliente, nel giardino di una bella casa. E dentro, sorpresa inattesa, c’è Jimmy, l’australiano, il restauratore di chiese. Sta leggendo Grisham. Jimmy appartiene al popolo dei pazienti, si ferma ovunque, per giorni e giorni. Ha impiegato sessantuno giorni per raggiungere Santiago. Ha il gusto dei luoghi, del tempo, non ha inquietudini. Parla solo inglese, ma sembra intendersi con il mondo. Alla fine avrà camminato, con fantastica lentezza – mai più di venti chilometri al giorno – per quasi quattro mesi. Mi racconta di essere rimasto tre settimane a Lalibela: ‘Stavo bene là’. Già una buona ragione per fermarsi. E’ troppo saggio Jimmy. Fermarsi là dove stai bene. Per un po’, per un po’…

E lui?

 

Il paesaggio di Condeixa-a-Nova

 

La foresta del rio de Mouros

Maledizione: ho più di 65 anni, la ragazza della biglietteria sorride e dice: ‘Non importa’, almeno interpreto così il suo gesto e il suo sorriso. Vorrei essere capace di dirle…invece prendo il mio biglietto con lo sconto da grande e, assieme a Josè, vado a passeggiare fra le rovine romane di Conimberga. In fondo mi sono fermato per visitarle. C’è un vento freddo e io, mannaggia, ho lasciato la giacca all’albergue. Che strana sensazione camminare per rovine romane in Portogallo: terme, il foro, dobbiamo immaginare i templi, le ville con i pavimenti a mosaico, le strade lastricate, i segni dei carri. Josè mi fa notare che attorno viveva un popolino che sicuramente soffriva ‘fame e gelosia’. Ma ha ragione: Conimberga (come mi piace pronunciare questo nome) ha ‘una monumentalità sottile che piano piano stuzzica l’attenzione’. Solo alcune vecchie coppie in giro fra queste rovine. Vorrei ricordarmi cosa dice Vito delle rovine, l’estetica delle rovine. Io penso a questa gente di Roma che andava in giro a conquistare il mondo e ricostruiva quanto aveva lasciato a casa. Volevano impossessarsi di terre lontane solo per rivivere le loro ritualità: i bagni termali, i banchetti, l’arte dei mosaici. Insomma, quasi come McDonald’s. Ma qui, fra le rovine, ci sono luccicanti fiori gialli, umidi di pioggia, e, fuori dai confini dell’area archeologica, la campagna è strappaquiete. Cerco di guardare, per l’ultima volta, la ragazza con i capelli ricci della biglietteria.

 

I fiori fra le rovine

Mi decido: vado fino al mercado. Compro olive, pomodoro in scatola, spaghetti, pane, succo di ananas, tre banane, tre cipolle. Meno di quattro euro. Faccio la spesa per la prima volta in questo andare. Mi faccio spiegare dal Maffalda, la giovane e bella padrona di casa, come si accende una piastra tecnologica.

Cucino spaghetti per Jimmy, l’australiano.

E’ come conquistare la propria ‘autonomia’: cerco di stare attento a non bruciare la cipolla e vigilo sulla cottura della pasta.

Non c’è nemmeno il wi-fi.

Questo è il racconto di un giorno in cui non è accaduto nulla. Oppure, è accaduto di tutto. Un movimento di venti chilometri.

Sono buoni gli spaghetti. Jimmy rigoverna.

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