Caminos.23/Sole

Giuro, la panchina era in discesa e il sole splendeva

James, l’ex-militare di Kansas City, mi aveva messo sull’avviso: ‘Domani piove’. Ed era stato puntiglioso: prevedendo, via web, le ore della pioggia. Notte inquieta, mi aspettano oltre trenta chilometri, sono imprevidenti i segnatori di questo cammino, dovrebbero avere a cuore le sorti di chi segue le frecce e non pensare solo ai pellegrini ansiosi di chilometri. C’è chi vuole andare piano, e anche in senso contrario…mi sveglio, non guardo fuori, preparo lo zaino e, come ogni giorno, è un atto di scaramanzia: come se fuori ci fosse il sole, poi si vedrà. Carlos ci ha lasciato la colazione, tosto il pane, trovo una marmellata di fichi, un passaggio di margarina…stamattina va così…e poi apro la porta…

Nemmeno una nuvola in cielo. Nemmeno una nuvola…Esco, saltellando.

I prati scintillano al sole

 

Tagli netti dell’ombra nel sole dell’inverno

Nella piazza di Alváiazere c’è James. Ci fotografiamo a vicenda, pollice all’insù, io faccio un salto in chiesa. Ringraziamento dovuto a chi ha voluto smentire le previsioni.

Per la prima volta, divento quantitativo. Trentadue chilometri. Vediamo come va: a Vila Verde dovrebbe esserci un albergue, se avverto fatica, mi fermo lì. Ma la giornata è magnifica. E deserta. Le colline del centro del Portogallo sembrano abitate solo da coppie di grandi che, abiti pesanti addosso, raccolgono olive. Mi informo del raccolto anche se già lo so: l’olio portoghese quest’anno sarà eccellente.

Gli olivi

Per un giorno, intero, dieci ore di cammino, nemmeno una parola (quasi nemmeno una parola, una informazione con raccoglitori di olive, il panino di Calvinos). Solo olivi, sugheri, eucalipti ed erba scintillante che cerca di riflettere il sole. Qualche nuvoletta bianca a decorare il cielo. Oggi il sole non mi abbandona mai. Anche se lassù, sulle colline di Calvinos, arrivano folate di vento gelido che ghiaccia il sudore sotto i vestiti.

Cammini

 

Cammini

Posso solo annotare lo struscio dei miei passi, i muschi sulle pietre dei muri a secco, l’abbaiare rassegnato dei cani, il grugnito di un porco, il silenzio di qualche vacca e lo sguardo stupito di un piccolo gregge di pecore. Sbaglio anche strada, più volte, e questa volta devo ringraziare la santa app di CaminoTool, senza di lei mi sarei smarrito. Nessuna attenzione per i camminanti che vanno a rovescio e ci sono sempre quegli antipatici del Caminho a Fatima che vogliono dirottarti a ogni incrocio verso il santuario. E, non appena capiscono, che non vai là, cancellano ogni segno e ti abbandonano in mezzo a una piana lasciandoti in mezzo alla strada.

La casa che vuole il sole

Posso solo annotare i nomi dei villaggi. Feteiras y Chao de Eiras. Ammiro una casa quasi razionalista, tondeggiante: chi l’ha costruita ha pensato che voleva godersi le mattine di sole e ha diretto le sue finestre verso Oriente. Li immagino, quell’uomo e quella donna, sono felici di aprire gli occhi e vedere le loro stanze colme di luce.

I paesi sono davvero deserti. Come prima di una guerra atomica. Come dopo una guerra atomica. Nessuno che sorvegli i tuoi passi. E qui, Portogallo selvatico, non ci sono nemmeno bar o caffè. Niente di niente. A Cotiça, una casa turrita (tranquilla, Giulia, anche in autunno c’è la cascata di bouganville di cui mi avevi raccontato) vorrebbe ospitarti. Sono troppo snob per accettare. Poi, tre chilometri e mezzo di asfalto come punizione. Ma c’è il sole, chi se ne frega. Ultimo tentativo dei fatimisti di agganciarmi. Spiego che ho già un impegno con Antonio. Proseguo e, per una volta, devo ringraziare le stazioni di servizio. Davanti (o dietro) ai benzinai c’è sempre un bar: è l’ultima possibilità di mangiare qualcosa. Un toste mixto, per esempio, preparato svogliatamente da una ragazza con piercing sul labbro.

Non si è stancata di aspettare

E poi boschi di eucalipto, segni che vanno seguiti all’incontrario (se non ci fossero quelli che hanno messo i pilastri per Santiago, davvero sarei perduto), app che consiglia ai bivi più incerti. Salita. Salita. Salita nel bosco. La linea dello scollinamento è un miraggio. La giornata è magnifica, chi se ne frega. Vila Verde, non trovo il paese, e così sorpasso il solo albergue dove avrei potuto fermarmi. Ora non ho scelta, andare avanti. Discesa. Brusca. A tratti più faticosa della salita. Incontro due camminanti, un altro gringo, del Massachusetts, e un ragazzo di Alessandria. Camminano di lena sulla salita ripidissima. Sono dei professionisti. Hanno perfino abbandonato un compagno ferito. Sta in paese ad aspettare un bus.

Antonio alla fonte

 

Al caffè di Calvinos

A Ceras un matto vuole mandarmi indietro. Due donne lo convincono che io vado a Tomar. Il sole è magnifico, il cielo è azzurro-inverno. Salita che mi appare durissima fino a Calvinos. E’ sempre strano: i paesi sembrano perfetti, non in abbandono come prima di Coimbra, ma sono disabitati. Lindi e deserti. Per questo, dopo aver arrancato sul 10% di salita per Calvinos, rimango stupefatto. C’è un caffè. C’è un bar. Aperto. Sono le due e trenta, ho ancora tre ore per Tomar. Va bene, entro. Un sande con fiambre. Nada más, una cerveja. Un ragazzo con la barba dietro la bancone. E il caffè è pieno. Uomini e donne con l’aria portoghese, parlano in francese. Ha l’aria di essere una storia di emigrazione. Come se fossero tornati al paese per qualche evento. Allegro, credo. Ridono e bevono caffè corretto. Se ne vanno. Torno a essere solo. Asfalto, fino a una deviazione lungo una strada sterrata. Il sole se ne sta andando. Arriverò prima di buio? La brughiera si fa cupa. I miei passi non hanno voglia di accelerare. Struscio sui sassolini. Ho qualche apprensione, sindrome da solitudine improvvisa. Una coperta rossa abbandonata in mezzo alla strada, un disegno minaccioso appeso a un olivo. Ci sono assassini, qua intorno? Il cammino scende con dolcezza, e poi bruscamente. Fino al fiume, fino al rio Nabão. E’ bello e scuro. Acque nere e limpide. Non le apprezzo come dovrei. Sorprendo un airone in agguato a una cascatella, ponte romano, forse non ho mai abbandonato strade romane, risalgo fino a un immenso viadotto autostradale, trattengo il respiro mentre ci passo sotto, i soliti graffiti frustrati, ma quasi applaudo al rumore delle auto. Sono in salvo. E ci sono i condomini della Cidade Nova di Tomar. Periferia. So dove andare: hostel 2300, prezioso consiglio di Javier, camminate di Alicante. Due chilometri ancora.

Vanità

In città, il fiume diventa lago, ci sono i cigni, fa freddo, le acque non schiariscono, il sole se ne è andato. Googlemaps mi guida all’hostel: a suo volta, una ragazza brasileira, efficiente e rapida, mi guida verso il mio letto. Qui i camminanti scrivono sui muri, arredano così l’ostello. Fine giornata. Non sono nemmeno troppo stanco. Nè troppo orgoglioso. E’ andata, con questi chilometri. Ora prendo tutto con lentezza.

Tomar mi accoglie così

 

Ciao, ben ritrovato

Nel letto sopra me c’è Felipe. Viene da Lisbona. Ha una caviglia gonfia. La cura con incenso e crema. E ha una storia da raccontare. E c’è Daniel, ragazzone sportivo del Galles. Che macina chilometri e chilometri come se fossero noccioline da sgranocchiare e parla portoghese.

Tecnica Semplice per trovare da mangiare: camminare, camminare ancora. La brasileira non è tipo da consigli che possano andare bene per me. Cerco il caso. Questa volta non lo trovo. Piccoli ristoranti fighetti. Alla fine cedo a quello che mi appare meno pretenzioso. Così così: arroz con pato. Riso e anatra. Deve essere avanzato da piatti del giorno prima. Sto bene. E c’è una bambina allegra che gioca a nascondino. Sono arrivato a Tomar. E ora? Mi fermo qui. Senza alcuna ragione, mi fermo qui. Come il soldato innamorato di Nuovo Cinema Paradiso. Perché te ne sei andato? Hai atteso novantanove giorni e alla fine la tua bella ha aperto la finestra. E tu sei scomparso. Perché te ne sei andato?

Boh.

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