Caminos.24/Novembre, già.

Tomar, come mi piace

Chiacchiere sulla banchina del Nabão

Hostel 2300. Abili…

Il chico giapponese, il mio letto

Sì, Tomar mi è apparso come uno dei luoghi in cui stare per un po’. Solo per un po’. Ho un cameriere da conoscere e l’uomo che controlla i biglietti all’ingresso della chiesa dei templari. Ha voluto il mio documento: non credeva che avessi gli anni che ho. Obrigado.

Sì, è novembre. Già, e solo ora me ne accorgo. Il sole compie il suo gioco di illusione. Avrei dovuto capire che era un inganno per farmi andare ancora una volta, ancora un giorno. Era un’esca, quel cielo azzurro-pallido, quel celeste-inverno che ha accompagnato i miei passi a uscire da Tomar. Dove avrei potuto passare una buona domenica. E mangiare il maiale con le vongole (ah, ci sono stato davvero al Ribeira-Rio a mangiare la stessa bistecca di Josè: aveva ragione, il sughetto è squisito e la carne era cotta perfettamente).

No, invece, me ne vado. Quasi non saluto Filipe e la sua caviglia, quasi abbraccio il chico giapponese e il suo cesto di capelli allegro. Fabio, il ragazzo di Varese dorme ancora. Adíos, vado via. Vado sempre via. Lascio anche il torinese che ha trovato la brasileira e non ha intenzione di muoversi più da qui. Saluto Tomar, il suo fiume, le statue immobili sulla panchina e cado nel tranello del sole. Tornerò, dico ai templari e a Josè, che adesso intuisce dove sono diretto. E non so se ne sia felice.

Sole-illusione

Con luce bianca, il sole mi ha convinto a camminare. Asfalto, non c’è spazio sulla strada per i camminanti. Le poche auto della domenica mi sfiorano. C’è il fiume e le sue acque nere, eppur limpide. Deviazione sullo stradello che allunga il cammino, ma evita le strade trafficate. Cammino a un metro dai binari del treno. Fango. Fango. E poi mi accorgo che il sole è già scomparso e un fronte nero-minaccia di nuvole arriva dall’oceano. Annoto i nomi dei paesi: Sao Lourenço, Carvalhos, Casal das Bernardas, Casal da Rosa…non sono paesi…sono linee di case-villette. Non ci sono bar, è domenica e c’è solo la piccola pioggia che si fa beffe dell’inverno. Bella idea che ho avuto a mettermi ancora in cammino, bella davvero. Ma è come se non ne potessi fare più a meno. Dipendo dai miei passi. La mia vita ha senso solo camminando. ‘Senso’, non è la parola corretta. Se cammino, cancello i pensieri. Sto attento ai ‘dettagli’. Che prendono importanza. Vedo solo quella pietra che devo raggiungere e dopo ce ne sarà un’altra. E dopo un’altra ancora. E devo tenere d’occhio la piccola ferita sul braccio.

Ancora una giornata senza parole.

Il cammino e la ferrovia

L’unico bar aperto del cammino è ad Asseicera. Pão e mantequa. Sarà tutto quello che mangerò fino a sera. Non mi accorgo più dei chilometri. Bella la chiesa di Asseicera: è qui la gente del paese, entro al momento della comunione e una ragazza mi sorride. Ci sono gli scout. Poi è solo bosco: eucalipti, eucalipti di novembre, piove a gocce piccole e gelide. Per fortuna incontro un camminante portoghese con il suo cane e due coreani bardati da coreani. Vogliono che li fotografi.

Il bosco di eucalipti

E c’è la santa app CaminoTool altrimenti i dieci bivi nel bosco sarebbero incomprensibili. Anche la traccia della app si arrotola su se stessa. Ragazzi, segnate meglio questo cammino. Anche per chi va nella direzione giusta. C’è una direzione giusta? Scivolo nel fango, le scarpe si appesantiscono. Giornata di novembre, sì. Il mese più triste. Non c’è speranza, non c’è futuro, non tornerà la primavera, i campi sono desolati, le foglie del mais sono stoppie, un pastore è la sua solitudine, il cielo sfiora la terra, gli eucalipti non arrossano, ingrigiscono.

Fango

Vi racconto di F., allora. E della sua saggezza. Tre anni fa, ebbe un grave incidente di moto. Si ruppe mille ossa. Braccia, polsi, gambe. I medici lo rimisero in piedi a fatica. Mesi e mesi di fisioterapie, di stampelle, di carrozzine. Il piede destro rischiava di non muoversi più. Come la sua mano. Apparve un medico giapponese: con l’agopuntura e l’incenso. F. ci mise la sua ostinazione. Le sue ossa trovarono il modo di saldarsi, trovare un nuovo equilibrio. Quest’anno ha deciso: si è messo in cammino. I medici sconsigliavano, scuotevano la testa. Lui promise: ‘Ascolterò il mio corpo’. Non lo ha fatto: il dolore alla caviglia, dopo pochi giorni, si è fatto insopportabile, ha insistito, non ha atteso. Non ha ascoltato. Ho conosciuto F. all’ostello di Tomar, stava nel letto sopra di me: cercava di rimettere in funzione la caviglia con l’incenso e il ghiaccio. Ho visto le sue cure per due giorni. Siamo stati assieme al cafè Paraiso. Alla fine ha deciso: rinuncia, torna indietro, questo non è romanzo di resurrezione, è una storia di saggezza. F. ha camminato per quasi cento chilometri, è già un miracolo. Torna indietro. A casa. A Lisbona. Dice: ‘ Ripartirò, la Notte di Natale o, a febbraio, nell’anniversario del mio incidente’. ‘E mi manderai una cartolina da Santiago’, dico io. E gli lascio il mio indirizzo. Parla molto F. E ride. E dice ancora: ‘Vorrei scrivere, camminare e fare foto’. E’ colpa sua se questa mattina mi sono messo in cammino ancora una volta, dopo aver deciso che arrivare a Tomar poteva bastarmi. Non mi bastava. Devo essere grato a F. per questi nuovi passi, per la pioggia che mi sta scivolando nei pantaloni, per il vento gelido che sta piegando l’ombrello.

E poi c’è Fabio. Che viene da Varese. Ha quaranta anni e ha mollato il lavoro. Sta vendendo casa e vuole aprire un albergue lungo il cammino.

Ho scelto di non fotografarli. Sul cammino si sceglie.

I camminanti coreani

Passa un uomo sbandato in bicicletta. Ha un carico di rifiuti di computer e una barba diabolica. Non ho nemmeno la forza di fotografarlo. Ad Atalaia, il cartello dice che c’è un bar. Non lo trovo. E mi accorgo che attorno a me non c’è più niente. Josè mi aveva lasciato un biglietto: ‘Non mi sono mai ritrovato in questo luogo piatto, in queste vie lunghissime da cui si alzano sempre nuvole di polvere’. Oggi si alza una pioggia freddissima che è come nebbia. Questo è il Campo di Golegã. ‘Questa terra è stata creata dal fiume e dagli uomini’. Campi di grano, meloni, stoppie, macchine per irrigare, merda di cavallo. Josè ricorda dolori e siccità. A novembre, è una piana che può essere definita come desolata. Ma immagino anche i camminanti che devono percorrerla in estate. Era terra dei Templari, facevano lavorare i loro miserabili contadini, il loro tempo è finito da un pezzo. Nessuno, che io sappia, ha mai comprato la loro immensa Quinta di Cardiga che, come casa di fantasmi, sorge sulle sponde del Tejo. Le sponde del Tago. Cavolo, sono arrivato al Tago.

Di là?

 

La piana di Golegã

 

La piana di Golegã

Giovan Battista mi scrive dall’Italia: ‘Stai andando a Golegã? Sono matti là, sarà pieno di cavalli, vorrei essere con te’. Ecco, dove sono i portoghesi. Ecco perché tutti i paesi attraversati erano deserti: sono tutti qui, per la Feira, la più grande Feira di cavalli di tutto il Portogallo. Sono a migliaia, ci sono le bancarelle, le salsicce, le rosticciane, i rom che vendono ombrelli e castagne, i cavalieri che non scendono da cavallo e dai bar escono a portar loro da bere, indossano mantelle bellissime, cappotti lunghi come nei western, hanno cappelli orgogliosi a falda larga. Sono una casta, un ordine monastico, una setta superba. Fanno compiere volteggi ai loro cavalli, felici del fango, la piazza centrale è stata trasformata in un palcoscenico-maneggio. Passano carrozze, cavalli al trotto, ubriachi, coppie stanche di pioggia, si arrostiscono capretti e maiali. Nel fango e nel fumo. C’è un’aria medioevale, qua. Non ho voglia di fare foto. Ma ammiro le danze dei cavalli e le orme dei loro zoccoli nel fango.

La Quinta de Cardiga

Divido l’ostello con un cavaliere che ha gli speroni ai piedi e veste di tutto punto con tanto di farfallino e lunghe code alla sua giacca. Baffi arrotolati e aria da nobiltà rurale. Mi saluta con un inchino, battendo i tacchi, e mi lascia da solo.

Arrivare a San Caetano, ti viene la malinconia a novembre

Io cerco Elsa. Che mi ha trovato un letto per stanotte e mi ha lasciato yogurt, biscotti e salame nel frigorifero. Un pompiere mi accompagna al ristorante dove stanotte lei lavora ed Elsa mi offre un zuppa quente di legumi. E poi chiedo io: bacalahau, ancora una volta, bacalahau. Risorgo dal fango. E il cameriere mi parla di Rimini e di Genova. Rimango nell’ostello. Da solo. Mi chiudo nel piccolo dormitorio. Ci sono rumori che fanno sobbalzare. Scalpiccio di zoccoli fuori dalla finestra. Fa freddo. E’ novembre.

La sola foto dei cavalieri
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