La fisica quantistica e gli oggetti

Gli oggetti

Ho incontrato un fisico quantistico. Che, a quanto dicono, è anche un coreografo, un artista, un matematico. Insegna ad Harvard ed è portoghese: è nato nell’estremo sud del paese, sul mare. Io l’ho incontrato, per caso, vicino al ponte sul Mondego, a Coimbra. Stava mettendo in una piccola vetrina i suoi oggetti, stava allestendo un esposizione pubblica, insomma.

E, all’improvviso, ho capito cosa ho fatto per anni e anni della mia vita. Ci voleva Pedro Carvalho Ferro, il fisico quantistico, a raccontarmelo.

Pedro ha raccolto oggetti. Per tutta la sua vita. Oggetti incontrati nei suoi viaggi. E oggetti offerti al mondo. Oggetti trovati per terra. Piccoli oggetti. Ogni volta, li sistemava, sugli scaffali della sua libreria, davanti ai libri. O sopra il caminetto. Una posizione precaria. Incerta. Compiva un gesto, Pedro, un gesto che si ripeteva con frequenza, un gesto ‘sprovvisto di qualsiasi significato’, dice ora. ‘E’ solo l’occupazione di uno spazio libero’: conosco poco il portoghese e quindi la mia traduzione delle sue parole è elementare, vacillante, probabilmente inesatta. Pedro ha messi lì questi oggetti per caso, senza alcuna funzione (nemmeno decorativa, anzi: impediscono di leggere bene la costa dei libri), né significato. Alcuni di loro (tutti?) sono frammenti di memoria. Memoria di qualcosa che spesso si è già dimenticato.

Pedro sorride con la sua aria sorniona e matematica: ‘E’ un gesto naturale, replicabile’.

Ecco, adesso so cosa è stato il mio ‘accumulare’ oggetti e metterli davanti ai libri. Devo fare un inventario. E poi distruggerlo.

Buoni giorni a voi.

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