Cammini materani.7/Arrivederci, fratello mare

La cupola di San Michele Arcangelo a Bitetto

 Questa volta, e non è merito mio, un cammino finisce. Mi hanno condotto fino a qui; io, da solo, non avrei compiuto questi ultimi passi. Questo è il mare, questa è la basilica di San Nicola, questo è un anno che è terminato, queste sono le gagliozze di piazza Albicocca e i ragazzi che sgranocchiano popizza e birra Raffo (chi se ne frega se non è più la birra di Taranto). E questo è il mare, il mare, il mare…voglio morire di fronte al mare…pensare che là c’è una nave e che io so sciogliere le vele. Solo pensare.

 

Cammini materani

Il cammino si fa a frammenti. I camminatori professionisti non lo ameranno. Solo asfalto. Ma non si può farci imbrigliare solo dalla bellezza degli olivi, delle fioriture, degli orizzonti delle Murge. Ci sono anche le discariche irragionevoli (televisori, frigoriferi, computer, l’elettronica lascia i suoi rottami nel futuro. Ci sono materassi e stracci, amianto e calcinacci). Ci sono centri commerciali e ponti stradali che non hanno pensato a chi non ha un auto; una ferrovia che divide la città (come a Firenze); condomini dove il sole dell’inverno fatica a farsi largo; lo stadio di Bari -Renzo Piano, dai, un pensiero di più – che è entrato nella storia per aver ospitato l’ultima partita dell’Unione Sovietica…questo, per noi, camminanti dell’incontrario, è l’ultima fatica, il chiudere gli occhi, sperare di sopravvivere, l’ostacolo da superare per salutare il mare. Ciao, mare.

 

Noci da salotto

L’ultima tappa dei cammini materani è un patchwork. La bellezza di Bitetto, dei vicoli del centro, imprevedibili dalle sue periferie. I leoni di pietra di San Michele Arcangelo, la madonna spigliata che è seduta su un tavolo-balcone, la sagrestia come un ufficio sempre aperto. E, nello stradello che conduce a Porta Piscina, ‘La prima libreria’ e le cassette dei fiori al muro. Bella, Bitetto. Un fruttivendolo da ultimo dell’anno vende ‘noci da salotto’. Il bugnato di palazzo Noya e pochi metri dopo cominciano gli olivi. C’è Pancho che corre avanti e indietro. La donna che augura buon anno. C’è un altro cane che saltella davanti al suo compagno runner: ‘Avete paura?’, si preoccupa. Ci sono i contadini nei campi, raccolgono le olive, teloni stesi sotto gli alberi. Fine d’anno magnifico, dono del sole.

La torsione degli olivi

Raccontano questo: che la torsione degli olivi accada sempre in senso orario…ho bisogno di un fisico che mi spieghi, come a un bambino di sei anni, la forza di Coriolis. Movimento di un corpo rispetto a un sistema di riferimento. Insomma, dopo aver raggiunto una sapiente maturità, gli olivi crescono così lentamente da essere afferrati dalla rotazione terrestre e quindi, fra il Gargano e il Salento, emisfero boreale, ruotano in senso orario (devo controllare in Toscana). In Cile fanno l’opposto: si avvolgono su loro stessi in direzione contraria al tempo che passa. Ci devo credere.

 

I leoni di Bitetto

Non si può chiedere che rimanga aperto il casale fortificato di Balsignano. I camminanti non possono vedere, nell’ultimo giorno dell’anno, le chiese di Santa Maria e la chiesa di San Felice. Ci passeggiamo attorno, sfiorando le pietre. C’è la piccola chiesa di San Pietro sull’angolo della strada. ‘Fermati’, invita la piccola lapide. Ecco, l’avvallamento che è il letto selvatico della Lamasinata. Rocce che affiorano fra cactus e olivi. La città si avvicina. La grande villa del Casale le Tacche. Un lama (sì, un lama delle Pampas) ci corre incontro e scaccia la curiosità di cerbiatti e cervi. Dicono che qui ci siano anche struzzi. Fatemi conoscere chi ha portato qui questi animali. La città è un passo. Grande frigorifero abbandonato. Un ultimo avamposto della bellezza, direbbe Silvana. Il santuario della Madonna della Grotta. La superstrada lo sfiora, ma lui volta altezzoso la schiena. Scavalchiamo il cancelletto, per accorgersi che si può entrare accolti da un manovale albanese. Non andiamo in cerca di padre Mario. Sfioro la pietra delle grotta, afferro il sole sulle sue pietre.

 

Il cammino fra gli olivi

Adesso il paesaggio cambia: stradoni, ponti senza difesa per i camminanti, rotonde, centri commerciali, traffico dell’ultimo dell’anno, lo sbarramento della ferrovia. Le gambe sfiorano i guard-rail per sentirsi appena un po’ più al sicuro. I segni sono scomparsi. E’ la prova finale, ma per chi cammina verso l’entroterra è una sfida iniziale. Bisogna avere fiducia a cominciare il cammino da qui. Ma già sapete come la penso: ci sono anche le periferie nell’andare a piedi, non si può fingere che non esistano. Benvenuti in quanto abbiamo costruito. Navighiamo a vista, sappiamo dove il mare. La ferrovia è il confine.

Il santuario della Madonna della Grotta

 

Piazza Albicocca, il 31 di dicembre

 

San Nicola

Ecco, eccoci al di là, oltre la frontiera della città dall’apparenza sbagliata. Qui, fra il mare e i binari, la bellezza ha i tratti dell’agiatezza. Strade parallele. Palazzi con pretese. Finalmente, via Vittorio Emanuele, frontiera della Città Vecchia. Oltre è Bari Vecchia, città a geometrie rettangolari, Bari. Gianluca ci aspetta sotto il cavallo di metallo. E sa dove condurci: alle gagliozze di fine anno di piazza Albicocca. Metamorfosi della città antica. Polenta fritta in Puglia. Si frigge davanti alla porta di casa. Il cambiamento della città. I B&B, l’economia del turismo, le occhiaie delle donne che friggono da ore e ore, i banchi della frutta, la chiesa di San Marco dei Veneziani, Sant’Antonio e il suo giglio, San Nicola, il militare di guardia, il mare. Fine.

Non ho fotografato né il mare, né gli svincoli delle strade, né le discariche, né i centri commerciali…perché?

 

‘Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti/arrivederci fratello mare/mi porto un po’ della tua ghiaia/un po’ del tuo sale azzurro/un po’ della tua infinità/e un pochino della tua luce/e della tua infelicità./Ci hai saputo dir molte cose/sul tuo destino di mare/eccoci con un po’ più di speranza/
eccoci con un po’ più di saggezza/e ce ne andiamo come siamo venuti/arrivederci fratello mare’. (nh)

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