La costruzione del Carro/Vado sempre a piedi a Piccianello…

 

Davanti allo scheletro del Carro

7 gennaio, il primo giorno.

 Vado sempre a piedi a Piccianello.

Questa volta, un giorno di gennaio, la neve se ne sta andando con gentilezza dalle strade di Matera, cammino con Raffaele Pentasuglia. Un chilometro, o giù di lì, dai Sassi, dalla sua bottega, da via delle Beccherie, fino a Piccianello. Un chilometro di buon passo. Lui non ricorda, ma più di dieci anni fa, mi accompagnò in una passeggiata simile quando, per la prima volta, arrivai a Matera. Mi torna in mente all’improvviso: allora mi guidò fino alla bottega di suo cugino, Michelangelo Pentasuglia, costruttore del Carro.

Raffaele ha avuto solo ieri, giorno dell’Epifania, le copie delle chiavi della Fabbrica del Carro, là, a Piccianello. Possiamo andare, allora. Possono ritrovarsi gli architetti, i pittori, gli artigiani e i manovali che costruiranno il nuovo Carro Trionfale per la festa della Madonna della Bruna. Il giorno più lungo dell’anno a Matera, il 2 di luglio, giorno dell’estate, comincia ora, al tempo della neve sulla città. E’ davvero un giorno infinito.

Le chiavi della Fabbrica

Camminiamo, raccontandoci. Passiamo davanti allo stadio di Matera. La squadra scomparirà dal calcio professionistico proprio nell’anno in cui la città è capitale della cultura. Un dolore. Una sconfitta. Il calcio è identità di una città.

I marciapiedi di Via Nazionale, la deviazione per il quartiere di Piccianello, quasi una biforcazione, poi una piazza che assomiglia a una radura, le case disordinate, cresciute, negli anni ’50 del secolo scorso, come grandi parallelepipedi attorno alla nuova chiesa in cemento dell’Annunziata. Raccontano che la gente di contrada Petrara, antico nome di questa ‘campagna’, avrebbe preferito il restauro della vecchia chiesa. Il suo campanile era stato colpito da un fulmine.

Aprire la Fabbrica

Piccianello, nel disordine senza glorie della sua urbanistica, ha la sua leggenda sacra: qui fino a pochi decenni fa era campagna e qui, in tempi sconosciuti, un barrocciaio arrestò il suo carro. Aveva dato un passaggio a una donna e ora era alle porte della città: si voltò per chiederle dove dovesse condurla. La donna non c’era più, al suo posto una statua sacra e un foglietto: ogni anno la città di Matera dovrà costruire un grande Carro in mio onore…raccontano così, nelle estati di Piccianello, l’apparizione della Madonna della Bruna, mito fondativo della sacralità di Matera.

Un lavoro da cominciare

C’è il sole a scaldare i nostri passi e ad asciugare i panni appesi ai balconi. Camminiamo veloci per via Marconi. Alla chiesa dell’Annunziata, brusca svolta a destra. Il mercato del quartiere, il birrificio, le pizzerie. Ancora un passo ed ecco il pesante cancello della Fabbrica. E’ aperto. Qualcuno è già entrato. Arriva Claudia, la sorella di Raffaele. La ‘prima donna’, nel 2018, a firmare il progetto del Carro: adesso può scrollarsi di dosso questa etichetta. Le tradizioni cambiano, penso. Per nostra fortuna.

Facciamo finta di niente mentre entriamo nello spiazzo della Fabbrica, guardo i grandi silos del vecchio stabilimento abbandonato della Barilla. Penso come starebbero bene là sopra, incollate sul cemento, immense gigantografie della Festa della Bruna. Scherziamo, ma questo momento ha la sua solennità e la sua emozione: è uno dei tanti ‘primi passi’ del Carro. Non riusciamo ad aprire la porta laterale. Raffaele e Claudia armeggiano attorno alla serratura. Niente da fare.  ‘Cominciamo bene’. Un sorridere.

Matera, Pentasuglia, costruzione del carro, 7 gennaio, l’apertura del cantiere

 

Piano di azione

Massimo e Giancarlo sono già arrivati ed è aperta la grande porta a vetri della Fabbrica. Lo scheletro del Carro è appisolato là dentro. Le grandi ruote di ferro, l’incrocio dei legni grigi sembrano scuotersi dalla loro immobilità quando, assieme a noi entra, di colpo, il sole.

I colori abbandonati

Rumore delle rotaie metalliche del portone della Fabbrica. Qualcuno dovrebbe registrare i rumori silenziosi del Carro. Che è grande come drago, immenso, assopito. Sono dodici metri di lunghezza. Ma ora è solo uno scheletro, nudo, sono ossa intorpidite. Legno, ferro, ruote come zoccoli, chiodi come giunture. Penso: è quanto rimane del pesce, del grande pesce, spolpato dagli squali. Il pesce pescato da Santiago, il vecchio pescatore. E’ un’immagine irrazionale, ma sto guardando lo scheletro di quel pesce, le ossa che rimasero a Santiago dopo ottantaquattro giorni di navigazione, smarrito nell’oceano in una caccia estenuante, coraggiosa. Ora potrei giurare che Matera è sul mare. In fondo, ho sempre sentito racconti su una balena, arenatasi nei canyon della Gravina.

Quello che è rimasto

Oggi è il 7 di gennaio. Il sole fronteggia il gelo. Mancano cento e settantasei giorni alla Festa. Questo sarà un viaggio nella sua costruzione. Una resurrezione che avviene ogni anno. Sarà un lungo viaggio immobile, voi lo leggerete quando la quiete sarà già tornata e lo scheletro del Carro sarà stato nuovamente spolpato.

Cellulari

Gli artigiani della cartapesta e del legno sono tutti giovani: in sei mesi dovranno ricostruire il grande pesce di Santiago. Ho visto lo scheletro e davvero ho pensato a ‘Il vecchio e il mare’. Ora il compito è restituire il marlin, il pesce più grande che Santiago abbia mai pescato, al suo vecchio pescatore. Bisogna mantenere fede a un impegno preso mille anni fa: il Carro è costruito per il popolo di Matera, ogni anno deve essere riconsegnato alla gente della città antica.

Ispezione nel deserto

Raffaele, Claudia, Giancarlo e Massimo, avvolti nelle sciarpe, scarpe pesanti ai piedi, pantaloni di velluto, sono di fronte allo scheletro. Ne hanno confidenza. E’ il secondo anno che affrontano la maratona della sua costruzione. La geometria dei legni, a sua volta, si fida di questi ragazzi. Hanno stretto un patto. E ora, alla luce del sole, i quattro complottano. Il Carro allunga le orecchie di legno per ascoltare.

I Pentasuglia

Ha l’aria di un disordine tranquillo, il cantiere. Vi sono le tracce dello scorso anno. Una bottiglia di birra Peroni abbandonata. Barattolo di isolante fissativo, pittura secca. ‘Dobbiamo comprare pennelli. Di tutti i tipi. Qualcuno li ha lasciati indurire’. Punzecchiatura di Giancarlo: ‘Io uso ancora quelli di quando ero bambino’. Ecco, i costruttori, ognuno ha il suo ruolo: il creativo disordinato e l’artigiano silenzioso, pignolo e attento.

Su un tavolo ci sono cinque copie delle chiavi della Fabbrica. Prime pagine dei taccuini: Massimo, quasi tedesco nei suoi lavori con il legno, prende misure, interroga, fa domande da falegname, studia incastri. Sarà lui a cominciare a dare la prima forma allo scheletro. Costruirà i tendini e i muscoli del Carro. Io ricordo quando conobbi Angelicchio e i suoi 85 anni. Aveva costruito l’armatura di almeno quaranta carri. Si definiva ebanista: ‘Il falegname mette chiodi, un ebanista sa lavorare il legno’. Devo dirglielo a Massimo. Che di anni ne ha trentuno.

La Bruna è diventata custode del Carro

Raffaele fa la lista di quanto è necessario comprare. E’ lunga più di una pagina. Di buona qualità deve essere la ciabatta e la colla e i taglierini. Sul vinavil si può risparmiare. Occorrono nastri cartonati come se piovesse. Ci vuole una sparachiodi nuova di zecca. E stufe per scaldarsi e per dare calore agli stampi di gesso. Bisogna attrezzare una stanza termica. Ci vogliono colonne: cercatele sul web (sul web ci sono venditori di colonne di cartone?): ‘Vanno accattate, cercate tutti’. Ci vogliono le fioriere: ‘Sono assai e devono vedersi bene’. ‘Qui siede un puttino, qui sta quello con le ali’, e gli occhi si alzano verso uno spigolo. Puttini e angeli? Sono storie diverse? Gesso di Bologna. Rotoli di carta da imballaggio. Distaccante. Grasso. ‘Dov’è il secchio nero?’. ‘Sarà di sopra’, si può cominciare senza il secchio nero? A cosa serve il secchio nero. Bisogna portar giù i tavoli. Preparare i banchi da lavoro. All’improvviso qualcuno dice: ‘Lavoriamo per assets’. Mi volto anche io. Stupito. Perplessità. Chini per una risata. Viva il Carro.

Quando si comincia? Massimo sarà falegname solitario. C’è da ridare polpa allo scheletro. Mettere su carne attorno alle ossa, insomma.

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