Dancalia Rewind.17/L’ingegnere, l’uomo dell’Africa, il colono

Erta Ale

Avrei voluto raccontarvi di Ludovico, prima di salire sul vulcano. Ma poi l’Erta Ale mi ha distratto. Mi domando come mai quest’uomo così imprevedibile non sia stato attratto dalle sue fiamme perenni. Non degnò di uno sguardo quelle colate laviche che nascondevano una meraviglia della natura e proseguì il suo cammino impossibile verso il Nord della Dancalia. Già, perché questo ingegnere minerario nato, a fine ottocento, ad Albano Laziale, con  nonno paterno inglese, stava davvero compiendo un’impresa straordinaria. Se ne vanterà per anni. Ludovico Marcello Mariano Nesbitt non ammette dubbi: nel frontespizio del diario del suo viaggio, scriverà che la sua è la ‘prima e sola spedizione che ha percorso la Dancalia nell’intera sua lunghezza’. Ed è vero: nel 1928 Nesbitt se ne va dal Sud al Nord di questi deserti di lava camminando per 1300 chilometri. Dal fiume Awash ai geysers di Dallol e al mar Rosso. Ma anche lui si dimentica che qualcuno, forse, era già passato di qui e non aveva avuto la vanità di scriverne. E’ probabile che Tullio Pastori, cercatore di miniere, avesse già vagabondato per la Dancalia almeno venti anni prima. Ed è  il compagno di avventura di Nesbitt. Viaggia al suo fianco, ma Pastori, avventuriero dalle ‘gambe da trampoliere’ e dagli ‘occhi che sono punte di acciaio’, non passa le notti a scrivere prolisse memorie. Ha altro da fare, salta da un progetto all’altro. E’ incurante delle pubbliche relazioni. Ma così non si lasciano tracce nella storia come accadrà con Nesbitt (storia è parola grossa). E sì che l’ingegnere, in cuor suo, sa bene che se la loro marcia è andata a buon fine, in gran parte, è merito della fama che Pastori si era conquistato fra gli afar negli anni in cui cavava sale dai deserti del nord della Dancalia. In queste terre era conosciuto come frenji Tullio e perfino i razziatori dancali avevano per lui una sorta di venerazione. Credo che, in silenzio e senza illudersi di aver fatto una grande impresa (lo era), sia salito perfino sull’Erta Ale, primi occhi bianchi su una meraviglia terrificante della natura. C’era un terzo italiano con Nesbitt e Pastori. Anche lui non scrive e quindi sta fuori dalla storia. Guardo una sua foto con l’abito della festa e me lo immagino, aggredito dalla fatica, mentre zappa le sue terre nell’altopiano eritreo. E’ figlio di contadini. Si chiama Giuseppe Rosina. Dicono che fosse un commerciante benestante in Italia (veniva dal Piemonte), ma in Africa fa l’operaio per la compagnia che sta costruendo la ferrovia Addis Abeba-Gibuti, macella maiali e munge vacche e capre per i Tagliero, proprietari terrieri in Eritrea, mette su una fornace ad Adi Ugri, alleva bestiame a Tzabelà, cerca platino nel Wollega. E, infine, torna nella sua Adi Ugri (lo vedo: con la moglie eritrea e un nugolo di figli meticci. Lo vedo mentre intinge l’njera nella salsa e la donna ravviva il fuoco) dove si accontenta di fare l’autotrasportatore e vendere calce.

La piana di Dodom

Aggiungo un nome: ‘Abdulqadir. Quest’uomo seguì Nesbitt e i suoi compagni in ogni passo. Non ne so molto: doveva essere un saggio, un sapiente. Ecco, di lui vorrei sapere di più. Partì con la spedizione da Awash e non la lasciò fino alle coste eritree di Marsa Fatma. Fu l’interprete di Nesbitt. Era un uomo coraggioso. Non so dove fosse nato. Ma, alla fine del viaggio, dovette fermarsi di fronte a quel mare che gli apparve come un miracolo. Nel 1948, venti anni dopo la spedizione, è probabile che vivesse a Mi’dhir, insediamento di capanne nella baia di Amphilla. Lì, almeno, nacque suo figlio, Gamal ad-Din ibn Addulqadir ibn Mahàmmad, più conosciuto come Redo. Sarà uno dei due cocciuti studiosi afar che ‘scrissero’ la lingua dei loro padri. Fu, nel 1976, uno degli inventori dell’alfabeto scritto degli afar. Cosa gli avrà raccontato suo padre? Un giorno dovrò mettermi in cerca di Redo.

Dancalia

Non ho chiaro come Nesbitt sia approdato in Africa Orientale. Come se nulla fosse, è arrivato ad Addis Abeba in carovana. Proveniva da Khartoum. Un viaggio durato tre mesi. Deve aver conosciuto Pastori e Rosina in qualche bettola della città. E’ gente stazzonata, dall’anima senza quiete, i loro piedi si agitano quando rimangono troppo a lungo fermi: Nesbitt e Pastori hanno vagato, in quegli anni senza aerei, dall’Orinoco all’Australia, da Cuba al Nepal. Pastori è una fotocopia di Indiana Jones: in Himalaya si era aggregato a un gruppo di scombinati archeologi in cerca di tesori impossibili e solo a lui sarebbe potuto venire in mente, qualche anno prima, di cavar sale e potassio in Dancalia. Insomma, ce li vedo questi tre a passar serate ubriache (birra locale e qualche vino trafugato a residenti italiani) a progettar avventure. Devono aver trovato uno spacciatore di katicala, la micidiale grappa degli altopiani, un’acquavite di orzo capace di convincere che qualsiasi impresa sia possibile.

Se Franchetti ci mette più di un anno a preparare la sua pomposa spedizione, Nesbitt e i suoi due amici appena conosciuti decidono in ‘pochi secondi’. In una settimana sono già  pronti per partire. Non chiedono permessi a nessuno, non avvertono ambasciate e consolati, non hanno lasciapassare (quando sarà il caso se li inventeranno lì per lì). Partono e basta. Proprio soli non sono: assoldano una quindicina di indigeni, comprano venticinque cammelli e si armano con dodici fucili (ma hanno appena duecento cartucce). Quasi ci credo che Nesbitt se ne andasse in giro per l’Africa orientale solo per ‘il piacere dell’esplorazione’. La foto in cui appare come un dandy, non gli rende giustizia.

A marzo sono ad Awash (facile, lì ci arriva il treno), acquistano i cammelli e seguono le sponde del fiume. Sono già in Dancalia, risalgono il Grande Rift africano, si fanno ospitare dal sospettoso sultano dell’Awssa e poi puntano dritti verso i vulcani della Dancalia più severa. Lo stesso itinerario che noi stiamo percorrendo. Nesbitt, quando ricorda il paesaggio di Afdera, cerca gli aggettivi, ma mica ha il talento del poeta: i campi di lava sono ‘terribili’ e ‘asprissimi’ i crepacci si aprono in fessure ‘taglienti’ e ‘pericolose’. Sono belli, questi esploratori. E lo sanno: si mettono in posa con le loro camicie bianche aperte sul petto e le maniche arrotolate fino ai gomiti, cintura a stringere la pancia, pantaloni di tela, stivali di pelle.

Erta Ale

Marciano per 114 giorni, i tre amici. Contabili dell’avventura: 106 giorni li trascorrono in quella che un lezioso prefatore del volume di Nesbitt chiama ‘Dancalia pura’. Nella Piana del Sale il gruppetto si divide: Pastori vuole risalire l’altopiano fino a Makallè, Nesbitt e Rosina proseguono fino alle miniere di Dallol. Ci sono già gli italiani qui, a cercare potassio: i minatori eritrei guardano con occhi stupiti questi due bianchi che compaiono da Sud. La traversata della Dancalia finisce in gloria: raggiungono il mar Rosso a bordo di una Ford riadattata per correre sui binari della piccola ferrovia décauville costruita dieci anni prima dagli italiani. Saranno stati colonialisti, ma la gente di quel tempo, in Africa, aveva fantasia da vendere.

Dancalia

Finisce così la più memorabile delle imprese dancale. Pastori rimarrà in Etiopia per quasi tutta la vita. Negli anni ’60, vulcanologi celebri andranno a trovarlo in una casa di riposo di Addis Abeba. Storici di fama lo intervisteranno in un albergo di Asmara. E lui, ostinato, non scriverà una sola riga. Si terrà per sé i suoi ricordi. Fu il migliore, ne sono certo. Applausi. Morirà nel 1970, frenji Tullio, a 85 anni. Rosina sopravvisse alla sconfitta italiana, allo sbriciolamento dell’impero e alle amministrazioni militari inglesi. Se ne restò a casa sua, sull’altopiano, campagne sassose di Adi Ugri. A guidar camion e impastar calce. Morì nel 1950: aveva 75 anni. Sono certo che qualche volta Pastori sia andato a trovarlo e, senza parlare della loro impresa, avranno bevuto in onore della nostalgia. Nesbitt, invece, appena giunto a Massawa trovò un piroscafo che sembrava aspettare solo lui per salpare. Nemmeno il tempo di un saluto. Africa, adios.

 

Invecchiare e morire in un letto non era destino per Nesbitt. Per mesi e mesi lui e Franchetti si accapigliano. Rivali naturali: coetanei, sprezzanti di ogni pericolo, diversi per censo e ricchezze, autori di due best-sellers d’avventura, esploratori in un’Italia alla ricerca di miti, non potevano far altro che contendersi primati e vanità. Giornali e autorità scientifiche si dividono nel tifo fra i due avventurieri. Anche l’Italia ha i suoi Speke e Burton. La contesa va avanti per anni. Qualcuno vorrebbe rispedirli assieme in Dancalia e l’idea sembra tentare i due uomini. Poi, all’improvviso, prima che le guerre travolgano la loro Africa, ci pensa il cielo a unire la sorte di Franchetti a quella di Nesbitt. Il cielo o, forse, ad ascoltare i bene informati, qualche servizio segreto. Nesbitt è il primo a cadere: il 20 luglio del 1935 prende un volo Milano-Amsterdam e il trimotore olandese non ce la fa a scavalcare le Alpi. Precipita in Svizzera, alle pendici del monte Bernina.

Cosa passa per la testa a Franchetti quando sfogliando un giornale apprende della fine del rivale? Erano passati sette anni dalle loro avventure dancale e le polemiche sonnecchiavano sotto ceneri un po’ stanche (era davvero così importante essere riconosciuti come i primi ad aver fatto qualcosa?). In fondo i due uomini, anche se non potevano ammetterlo, si stimavano. Franchetti, ad ascoltare la sua biografa, provò perfino invidia per quella morte improvvisa. Noi lo sappiamo: ‘gli eroi sono tutti giovani e belli’. Avrebbe saputo invecchiare Nesbitt? Muore con in testa il progetto di attraversare tutta l’Africa. Dal Cairo a Città del Capo. ‘L’età lo ha risparmiato’, ha forse pensato Franchetti. Passano appena due settimane e anche il suo destino si compie. Andare in agosto in Dancalia è come cacciarsi in una fornace accesa: dicono che se a Beilul, dove Franchetti aveva una capanna, fra maggio e settembre, metti all’aperto un foglio di carta, passano solo  pochi secondi prima che prenda fuoco. Ma il barone decide di tornare nella sua Dancalia proprio in un giorno di agosto. Ho come la sensazione che la morte di Nesbitt abbia aperto una ferita irrimediabile nella sua anima. Un trimotore militare deve portare ad Asmara un ministro del fascismo. Franchetti fa di tutto per salire a bordo. Ci riesce. Tappa notturna al Cairo. Nuovo decollo alle 5 e 20 del mattino in direzione di Asmara. Cielo limpido, condizioni di volo eccellenti. Undici minuti dopo il decollo, il marconista informa che tutto va bene. L’incidente è stato sicuramente improvviso e inatteso. L’aereo precipita nel deserto appena fuori le periferie della capitale egiziana. Franchetti non tornerà mai in Italia: verrà sepolto là dove si possono vedere le acque della baia di Assab.

Qualcuno sta arrivando

Mi piace (me ne vergogno un po’) la piccola storia del coccodrillino. Ebbe un avvio tragico, in realtà. Nesbitt e Pastori se ne stavano sulla sponda dell’Awash a guardare le ragazze che si bagnavano. Appena un rigo nelle memorie dell’ingegnere: una delle donne venne ‘afferrata da un coccodrillo e sparì’. Gli esploratori si misero a sparare agli altri coccodrilli. Uccisero una grande femmina che, nell’agonia, con un colpo di coda, gettò sulla spiaggia una nidiata di piccoli appena nati. Nesbitt ne afferrò uno poco più grande di una lucertola, lo mise in una latta e decise di portarselo dietro quasi fosse una mascotte della carovana. Durante il viaggio, lo nutrì a rospetti e altri animali. Alla fine lo portò anche sulla nave per Napoli. Se ne ricordò all’ultimo tuffo, ultima pagina del suo libro, nota in fondo, appena sopra la parola fine. Il coccodrillino arrivò in Italia con Nesbitt e, dalla feroce libertà dell’Awash, si ritrovò nelle acque stagnanti dello zoo di Roma. Era il 1928. Nel 1930 era ancora lì. Quanti anni  vive un coccodrillo? 

 

print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.