Il gioco del mondo.29/E’ così difficile riprendere il sentiero interrotto e la notte non è più da nessuna parte

Intuire ecco una delle parole che servono sia per spazzare come per rigovernare. E allora posso ascoltare le parole lasciate nell’aria di un treno color rosso…sì, mi piacciono di più gli openspace che i vecchi scompartimenti da sei posti, con le retine a sorreggere i bagagli e le poltrone di un velluto color giallo scuro. Almeno qui ci si confonde: lingua wolof, parole di raccomandazione, odore di panini, l’uomo che mangia da una scatola di plastica, le donne che dormono, il colpo dei polpastrelli sulla tastiera, parole di necessità, si parla di soldi e di amore per i figli. Il mondo. Ascoltate: moriremo senza aver saputo il vero nome del giorno, aveva 85 euro e mo’ non ce ne sono, o glieli hanno presi, hai saputo, hanno ucciso Rocco, vuol dire che qualcuno ha messo la mano nel comodino, Rocco? Il capo dei Ros, ascoltami, come sei messo con G, come stai con lui? Voglio dire, devo spostare mio padre, fra breve, la troviamo la soluzione e non ce ne frega niente, ci sarà da pagare, non c’è problema, parla a bocca piena, se deve essere fuori non ce ne frega un cazzo, non hai capito? É uno particolare, non si capisce più nulla, deve inghiottire quel boccone di pane, tutti fingono di non ascoltare, ma tu stai scherzano, invece hanno orecchi dritti…si stortava nel letto, tirateci fuori una storia, ma tu inghiotti quel boccone, mi girano le palle se gli toccano il portafogli, chiunque l’abbia toccati, glielo ho messi, tra l’altro…dai smettila di ascoltare, di scrivere, alzati, manca un pezzo da venti…reddito di cittadinanza…

 

Ci vendono la vita, ce la danno prefabbricata. Era vero ai tuoi tempi, Julio? Oppure ogni tempo ha la sua asta dove il banditore vince sempre? E oggi? Non è forse la profezia di Orwell a comandare le nostre ore? Non ce la fai, cerchi la prateria dove poterti sdraiare e scopri che qualcuno può stendersi al sole e un altro no. Devi continuare a camminare, e il tuo desiderio manca. Non sai cosa fare questa notte, in mezzo ai ragazzi, loro si avvicinano, ti allontani un poco. I poeti ci sono, ma nessuno li legge. Conosco qualcuno che ti direbbe che così non è. E che la poesia serve, in fondo racconti che ci hai scritto un libro attorno. Ma non ci credi più nemmeno tu, da quanto tempo non stai scrivendo? Ti prego non dire scempiaggini, il vecchio scrittore si alzò prese un libro, non si girò nemmeno a guardare l’uomo che vomitava sulla panchina, tastò la sua borsa per trovare le pagine che aveva lasciato lì molti anni fa: gli fa schifo il romanzo polpettone, il libro che si legge dal principio alla fine come un bravo bambino…cercava qualcosa che avesse un senso (-cosa vuol dire?-) sotto la coltre delle parole, lui sapeva che mai avrebbe potuto saperlo…o avrai notato che gli importa sempre meno la legatura delle parti quella per le quali una parola tira l’altra. Per questo riprendo il cammino, ti ritrovo, sul ponte che separa la città, abbandono l’ipocrisia austera delle università (pilastro del mondo) e guardo le vetrine delle illusioni.

 

Non ho scritto, sono vecchio e il vecchio dopo centinaia di pagine quasi neppure ricorda quel che ha scritto. A volte si ferma davanti a una parola e chiede in giro: chi ha scritto questa cosa? Il suo libro è una sfacciata provocazione come tutte le cose che valgono la pena. Ne sei convinto? Alla fine fai solo domande, mai che tu risponda. Al punto che non ti poni più nemmeno le domande, stai solo zitto e non è silenzio. Da quando sei piccolo, sai che esiste solo la paura. Con gli anni, è diventata vigliaccheria. Una vigliaccheria che è diventato quel mostro che si è seduto sulla tua spalla. E ora che le donne ricompaiono, una per una, a chiederti i conti, a guardarti con disprezzo, ti accucci contro il muro e le guardi andartene e tu sai che il semaforo non lampeggerà più. E ciò che ti manca è la speranza dell’orgasmo, la dolcezza. La sua forza. Ricordi il corpo di F, e sai che non è stato. Vorresti scrivere il verbo, il mostro fa toc-toc sulla tua spalla e tu nemmeno ti volti. Il corpo scompare, riappare, il basso ventre si ammoscia e sai che c’è qualcosa là dentro, come un peso che asseconda la gravità. Copi una parola di cui non sai il significato, eccola: lirofori. La cerchi su Google, e so/sai che è un tentativo vano. Lascio perdere, non mi piace rimanere qui, al punto delle dita che emergono dalle acque della storia alla ricerca di un punto a cui aggrapparsi.

 

Non so spiegarvi perché tutto questo è accaduto. Al principio ho pensato che fosse dovuto al ritardo di un’altra impresa ferroviaria. Non trovammo altra ragione, come sempre rifiutò ogni responsabilità, avrebbe voluto sedersi accanto al rasta di quaranta anni che, birra sulla mensola, sorrideva con qualche stranezza e non si muoveva da lì. Ogni volta che qualcuno si avvicinava, lui fuggiva, si ritraeva, avvertiva l’inadeguatezza. Lui disse: ‘Io intendo tutto il parlabile e il pensabile’. Non ascoltò, prese il suo giaccone e se ne andò salutando beffardamente tutti i presenti. Fuori due uomini lo salutarono, chiesero se il cognac è finito e non si accorsero che avevano sbagliato il tempo del verbi. L’importante è che questa storia si sia rimessa in movimento. E’ importante? A chi vuoi che importi? Con il passare di questo stesso tempo morirà e allora non penserà più alle ragazze irraggiungibili. Un’altra volta avrei voluto vederti senza vestiti. Certo, ci resta la piacevole possibilità di vivere e di agire come se le stelle ci fossero ancora, non avessero già scritto tutte le poesie alla luna – poesie che tu non impari a memoria – e qualche rincorsa fosse ancora realizzabile. Certo che lo è, i ragazzi si abbracciano, sono diventati sistema e si apprestano a mettere a posto al mondo. Non saranno sconfitti, uscirono dopo aver bevuto molto, uscirono e con le migliori intenzione si misero a cercare ancora una volta le pleiadi, quelle care bestiole dell’infanzia, quelle lucciole insondabili. Oh, la bellezza di una lucciola che illumina l’oscurità che ti circonda, non afferrarla, lasciala andare, che la luce se ne vada. E’ tempo…

 

Mise un punto, si guardò attorno, aveva voglia di piangere, di masturbarsi, non si arrese, rimase a osservare lo stupore della notte e si rese conto che non sapeva nulla di sé. Non lo aveva mai saputo. Avrebbe voluto ordinare un cognac. Non ne avrebbe mai avuto il coraggio.

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