Dancalia Rewind.18/Il vento dei cinquanta giorni

Hanno fretta gli autisti. Sanno cosa li attende. Hanno fretta le guide e i cammellieri. Loro vogliono solo tornare a casa. Alle loro capanne. Hanno nascosto i soldi nella cinta che sorregge la futà. I loro villaggi sono abbarbicati sulla scogliera di lava. Le macchine si fermano. Le guide scendono. Darder Eto non si volta nemmeno per un secondo. Scompare nel nulla. Yassin e Ibrahim sono più giovani e ci tengono a un’ultima occhiata. A un’ultima, molle stretta di mano. Poi se ne vanno. Il sole è una palla bianca e accecante, l’aria è come intrisa di fango secco e biancastro. E’ nebbia di polvere. E’ cenere di un incendio che si è spento migliaia di anni fa. Strano, mi viene da pensare che anche noi siamo polvere. Polvere di stelle, spero. Un coraggioso raggio di sole fa riluccicare ancora una volta il fucile di Yassin, mentre la sua ombra svanisce in un palcoscenico di lava troppo vasto.

 

 

 

Voltiamo la testa verso la piana di Dodom. Il vulcano è già alle nostre spalle. Si è di nuovo acquattato nella sua fasulla normalità. Ora guardiamo avanti a noi e ci sentiamo perduti. Non c’è orizzonte, non c’è paesaggio. Terra e cielo non esistono più. Marciamo, a velocità inesistente, verso una nuvola bianco-latte, un sipario di polvere grigia e immobile. Perfino gli autisti sembrano incerti. Interrogano con lo sguardo Zehino. Che rimane impassibile. Lui è abituato ai giorni di khamsin, il vento di Dio. Queste sono le settimane in cui soffia con prepotenza. Caos calmo della natura.

Tutti gli esploratori che sono passati di qua, quasi sorvolano con le loro parole sulla piana di Dodom. Come se volessero dimenticare quei giorni. Ricordano solo la fatica, ‘la lussuria del rischio’, la sete che non può essere placata. Vanno avanti a capo chino, si proteggono bocca e occhi con cenci laceri. Sono chilometri penosi. Anche per noi. I vetri delle macchine non proteggono. Nuovamente, siamo in silenzio. Asfaw è aggrappato al volante. Cerca di vedere cosa accade un metro davanti a lui. Zehino è muto come una roccia. Siamo in mezzo a una tempesta che non è tale. Non ha violenza. E’ solo opprimente. Claustrofobica. Una polvere biancastra, quasi solida, ci avvolge. Una nebbia che copre il mondo. Fatichiamo a vedere le altre macchine. Zehino, con un gesto, indica una direzione.

 

Khamsin, il vento dei cinquanta giorni

Altro che vento di Dio. Non vi si è mai trovato in mezzo, chi lo ha scritto. Dovrebbe soffiare da sud, il Khamsin. Dovrebbe risalire dal mar Rosso. Confondo i punti cardinali. Il mar Rosso sta a oriente, qui. Secondo me, questo vento, bollente, afoso e sudato, è rimasto intrappolato nella piana di Dodom e, come un leone in gabbia, va avanti e indietro, con rabbia piena di rancore, nelle vana ricerca di una via di fuga. A oriente stanno le barriere delle Alpi Dancale. A occidente, c’è la diga di pietra dell’altopiano etiopico. Il vento, qui, trova un  perfetto campo giochi per la sua violenza. E’ come se avesse a disposizione per le sue bizze una pista ad alta velocità, una piana polverosa lunga una sessantina di chilometri, piatta come un biliardo.  Alza mulinelli, il khamsin, aizza microtornadi e per settimane e settimane  provoca cicloni di polvere. Scolora il mondo, deprime uomini e donne, scortica la loro pelle. Le stuoie delle capanne sono difese inutili. Per giorni e giorni si mangia solo polvere e sabbia. I cristiani dicono che il khamsin si scatena dopo il giorno della Pentecoste. Gli arabi sostengono che questo vento scuote il deserto per almeno cinquanta giorni. Quel che è certo è che il khamsin è imprevedibile. Non è un monsone. Non conosce regolarità. Soffia nei mesi fra l’inverno e la primavera, ma è intermittente, si alza all’improvviso per storie sue, si placa senza alcun annuncio. Si riaccende non appena hai tirato un sospiro di sollievo. A volte va avanti a folate. Poi si intestardisce e rimane come ancorato alla terra. Entrarvi dentro è come scomparire in una nebbia di polvere che annuncia il nulla.

In Dancalia, il khamsin sembra farsi beffe delle teorie della meteorologia. Ha regole sue. Non so nemmeno che nome abbia: sanigli, ho letto su antiche note coloniali; wal-walla, mi hanno detto in vetta all’Erta Ale; ghilalta, tempesta di sabbia, vento del Sud, mi sussurra Zehino, mentre siamo intrappolati nella piana di Dodom. Ogni volta che sono passato, il vento cambiava nome, metteva in scena la sua follia e cancellava la terra. 

Ci sono ombre in questo inferno di polvere. Ci sono villaggi. Ci vivono uomini e donne, qui. Sono ostinati, folli, rassegnati. Non hanno scelta. Un ragazzino dai movimenti andicappati, insensibile al vento, siede su un letto di pelle di capra. Alza la testa verso il cielo, mostra denti aguzzi come farebbe un leone imprigionato da mille catene. Ha movimenti snodati. Rimango a guardarlo con occhi spaventati. Una donna afferra il ragazzo e cerca di trascinarlo verso la capanna. Una tavoletta islamica, incisa di segni arabi, è abbandonata per terra. Come se la scuola coranica si fosse interrotta all’improvviso per la tempesta. Uomini, donne, bambini sono fantasmi polverosi che appaiono e scompaiono a seconda dei turbini del vento. Stanno lì. In piedi, accanto ai recinti delle vacche. Non ne vedo i volti. Sono davvero solo profili scolpiti dalle rotazioni del khamsin. Non si difendono più dal vento. Gli scialli di tela indonesiana non proteggono. Guardano senza paura l’alzarsi di decine di trombe d’aria. Le ciglia e i capelli sono sabbia. Gli occhi sono striati da vene di sangue. Penso alla fortuna di essere nati altrove. Qualche ragazzino agita un bastone per tenere sotto controllo mandrie di vacche che sbandano di continuo. Donne invisibili vanno verso pozze che da qualche parte devono pur essere. I villaggi sorgono là dove c’è acqua. Almeno una speranza di acqua. Niente ha colore, in questo momento. E’ solo sporco. Un polveroso bianco-sporco.

Le capanne rimaste sulle colate di lava sembrano più protette dal vento, quasi fossero al riparo sopra una zattera: le folate del khamsin mulinano solo nella piana come nebbia sul mare. Sulla scogliera nera sfilano i villaggi di Kaddaà e Ogoheboroo. Nomi che sorgono dall’istinto: stanno per ‘La grande pietra’ e per ‘La casa delle capre giovani’. I paesi di Dodom, invece, sono spettrali. Berità è ‘Il recinto delle vacche’. I bambini, appena visibili, azzardano un saluto con un agitare di mano. Non esiste una vera pista. Perdiamo e ritroviamo tracce di altre macchine. Andiamo avanti a zig-zag. Ci infiliamo in una prateria di monticelli erbosi. ‘Cornee paglie, ramoscelli stentati, venti infami’, scrive Nesbitt. Ci sentiamo come la pallina di un flipper. Aiythroah è ‘Il vecchio posto’. Meno 83 metri sotto il livello del mare. Desolazione assoluta. Nuvola di cavallette. Carcasse di vacche morte di stenti sono disseminate per la piana di fango secco. Sono animali crollati al suolo all’improvviso, senza emettere un solo suono, morti in un istante roteando gli occhi. Gli animali brucano l’impossibile in questa piana. Ecco Argalè, corso di un wadi essiccato e qualche capanna: ‘Il luogo che fa rumore’. Namagubbi, ‘Le due pianure’. Almeno qui c’è una vegetazione incartapecorita. Miracolo: la nebbia di polvere si solleva in un lampo. Appare una striscia di pascolo, una pallida prateria, poi il fronte della lava, paesaggio a strisce, linea verde, linea nera. L’orizzonte è chiuso dai vulcani. Cambio improvviso di specchio a Dodom, un altro mondo: centinaia di vacche pascolano senza frenesie, ragazzi afar sollevano la testa verso di noi. Cosa è successo? Lo spettacolo è mutato di colpo. Come se davvero avessimo varcato lo specchio di Alice. Dancalia che ricerca i colori perduti. E’ come se acque invisibili si raccogliessero contro l’argine insuperabile della lava: sono loro a regalare linfa e vita a sorprendenti praterie. Le macchine fanno lo slalom in una boscaglia di sterpi. Tessema va in avanscoperta. Torna indietro con un tipo con una camicia bianca, pulitissima, quasi stirata, con su disegnato un drago cinese da cartone animato. Kalashinkov lucido, quasi unto di grasso. Bel tipo, Omar. Ci porta alla sua capanna. Il vento si alza nuovamente, come se vedesse sfuggire delle prede. Pranzo nella capanna, questo ha pensato Tessema. Ci sediamo sulle stuoie. Un uomo ridacchia e ci mostra una buca per terra: qui le donne si improfumano, con un piccolo falò di incenso, prima di sdraiarsi accanto al loro uomo. Non c’è nessuno nella capanna. Dove avranno cacciato la famiglia di Omar?

Waideddu, il luogo delle gazzelle

Scheletri di palme. Non producono datteri da queste parti. Ma frutti duri come ebano. Avorio vegetale. Noci dalla scorza lucida. So che un tempo, in Eritrea, un italiano ci faceva bottoni di lusso. Le macchine superano le prime palme dum morte. Poi il sipario si apre su un’oasi. Foresta di palme dispersa a ciuffi. Terreno cosparso di foglie rinsecchite, spine che pungono, groviglio di detriti vegetali e cacche di cammello. Gli animali ci provano a rosicare le noci della palma dum. Sono dure come l’acciaio.

Qui volevo arrivare, qui avrei voluto fermarmi. Questo è un luogo importante della Dancalia del Nord. Waideddu, il Luogo delle Gazzelle. Mai vista una gazzella da queste parti, ma un tempo dovevano pur esserci. Anche loro, come gli uomini, fiutano l’acqua. E qui l’acqua c’è. Salmastra, saponosa, viscida, ma è pur sempre acqua. Non si è mai esaurita questa falda.

Hai portato a casa la pelle, viandante. Hai superato la piana di Dodom. Waideddu è sempre stata un rifugio per gli afar. Miraggio dei bianchi che qua si azzardavano a viaggiare. Il villaggio è invisibile, infrattato, disperso. Fra le palme spunta qualche capanna. Gli abitanti ci guardano da dietro al recinto della zeriba. Qua attorno dovrebbero vivere mille persone. Appaiono i bambini, escono fuori dai ciuffi delle palme. L’oasi è come spossata. Qui, a metà degli anni ’90, i guerrieri dell’Arduf, movimento di ribellione afar, tennero prigionieri gli italiani che si erano inoltrati, ospiti non graditi, nella Piana del Sale. Oggi i nuovi turisti provano a campeggiarvi. Tira e molla con gli autisti: loro sanno che Ahmed Ela, ‘il pozzo di Ahmed’, è vicino e lontanissimo. Pochi chilometri, ma nel mezzo ci sono le sabbie morte di uno degli immensi rami del fiume Saba. Là ci si impantana, là le ruote rullano a vuoto. Là si perdono ore. E una macchina insabbiata è preda ambita per chi sorveglia quel guado impossibile aspettando un’occasione. Asfaw decide: non si dorme a Waideddu. La Dancalia dei turisti perde la sua aria ciondolante. Vi è una strana fretta per allontanarsi dal Luogo delle Gazzelle. Quasi un’apprensione. Fuori dal cerchio delle palme, il vento non si placa. Una volta vorrei passare la notte a Waideddu.

 

 

L’ebbrezza della duma

Mi avventuro in storie da teologia. Sospetto di eresia. Gli afar non resistono alla duma. Da sempre. I racconti degli esploratori, dei viaggiatori, degli intrusi in queste terre si appassionano a questo liquido grigiastro dal sapore acido: dedicano capitoli dei loro libri a questo alcol del deserto. Lo faccio anch’io. In Dancalia si è attenti ai particolari.

Credo che l’Islam dei dancali taccia sulla duma. D’altra parte, nessun divieto fermerebbe gli afar. La duma è una ‘birra’ preziosa, una bevanda a rapidissima fermentazione. Consumata fresca è quasi una delizia. Basta sputacchiare le mosche e i vari insetti che vi galleggiano sopra (soffiate via la schiuma). Dopo mezza giornata al sole, fa schifo. Ai nostri palati, naturalmente. Gli afar continuano ad amarla. Si siedono in circolo all’ombra di una palma e ne bevono ciotole su ciotole. Fino a sbronzarsi, fino a dar via libera a chiacchiere senza fine. Fino a sentire ebbrezza in ogni fibra nervosa. La duma è roba da intenditori. E chi la produce (il controllo delle palme passa di padre in figlio, non può essere ceduto a estranei alla famiglia) ha in mano un’architrave dell’economia di lava della piana di Dodom. Solo a Waideddu, nella Dancalia settentrionale, si può trovare la duma. Figlia della palma dum.

Hyphanea thebaica come nome scientifico. Palma dell’Africa nord-orientale. Diffusa dalle sponde del lago Ciad alle coste del mar Rosso. Cresce anche lungo il corso del Nilo in Egitto e in Sudan. Foglie a ventaglio. Utilizzate, dalle donne, per intrecciare instancabilmente corde e stuoie. Sono belle le palme dum, sanno fare da fondale, sono scenografia da studio fotografico. I semi fanno fatica a germogliare ma, quando crescono, queste palme sono uno splendore: oscillano come pali della luce sospinti dal vento, si aprono a corona, formano boschetti impressionisti.

Raccoglitore di duma

Mi piacerebbe sapere come è venuto in mente al primo afar di capitozzare il tronco di una palma e di assaggiare poi la linfa che scaturiva dalla ferita. E’ roba da esperti, il lavoro dei produttori di duma. Eccoli, in un angolo di Waideddu. Lontano dalle capanne. Hanno una sorta di concessione ai confini settentrionali dell’oasi. Le palme vengono private della loro chioma. Un uomo, a torso nudo, è come accocolato sul tronco mozzato. Con un coltello incide la scorza. Deve fare un doppio taglio scanalato e convergente. La linfa della palma comincia a gocciolare e il piccolo rivolo è convogliato verso un raccoglitore conico modellato con foglie intrecciate. Questo bicchiere vegetale è protetto da un cappuccio. Bisogna avere qualche pazienza, dote che non manca in Dancalia: in un giorno la palma produrrà più di un litro di duma. A sufficienza per una buona sbronza. Ma la ferita non può rimanere aperta all’infinito. Non si può uccidere la pianta. Venti giorni di produzione, prima di passare a un’altra palma.

L’uomo sul moncone di palma assomiglia a un avvoltoio. E’ accoccolato in cima alla pianta. Immobile. Gli diamo fastidio. E’ come se avessimo scoperto un luogo segreto. E’ arrabbiato. Si calma a fatica. Scena ridicola: siamo un gruppetto di bianchi dall’aria stravolta sotto il suo albero, sembriamo cani che non sanno cosa fare con un gatto sfuggito in vetta alla palma. L’uomo si lascia cadere. Khadir si mette nel mezzo. Non si sa mai. La scena diventa uno spasso. Khadir, come risvegliato dopo i giorni di catalessi in vetta all’Erta Ale, intavola una trattativa con il tipo armato di coltello. La duma piace da matti agli afar. Questa è fresca. Merce preziosa. L’accordo è raggiunto in un battibaleno. Il produttore perde interesse a noi, corre verso un cespuglio di palme. E’ il nascondiglio di alcune taniche gialle. L’indomani c’è il mercato a Berhale, a metà strada verso l’altopiano. Perché non cominciare a vendere adesso? Khadir cerca una bottiglia di plastica vuota. Affare fatto. Travaso di liquido trasparente e  sporco, travaso di pagliuzze, insetti, mosche, polvere. Ha un buon odore la duma. Assaggio. Forse mi piace, forse mi fa schifo.

Dancalia

Sabbie morte

A volte i viaggi in Dancalia finiscono qui. Quando le piogge dell’altopiano sono state generose con i contadini di quelle terre, i fiumi che precipitano verso questo bassopiano si trasformano in alluvioni di fango, slavine di detriti. Appena usciti dalle palme di Waideddu, siamo sulle sponde di un immenso wadi. E’ la foce di sabbia e polvere del Saba river. Precipita dalle falesie di roccia di Wukro, grande paese dell’altopiano. Diventa fiume a Berhale, città dei commerci afar. Nei millenni si è scavato il suo corso in un canyon strapiombante. Infine trova pace e sollievo in un mondo carsico, sotto la Piana del Sale. E’ fiero di contribuire alle bellezza terribile di questo deserto. Il Saba scompare volentieri sottoterra. Non prima di lasciare, ben visibili, le tracce della potenza che può mettere in campo. Non è un semplice wadi, il Saba. E’ la dimostrazione della forza della terra degli afar. E’ un’ondata di ciottoli, massi, macigni che nessun altro ciclope può spostare. Vederlo in piena deve essere uno spettacolo da diluvio universale. Uno tsunami di fango strappato ai campi dell’altopiano. Ma anche quando è disseccato come adesso, il Saba non nasconde certo la sua irruenza. E’ un fiume di pietre che, a ventaglio, scava le sponde della Piana del Sale. Fa paura. Cambia le geografie. Se ci fosse fango, nessuna macchina riuscirebbe a valicare questo confine. Ora è sabbia morta che crea tetre dune grige. Non è il fetch-fetch sahariano, non semplice sabbia molle. E’ peggio. E’ una palude di polvere nella quale le macchine annaspano. Affondano. Restano prigioniere di trappole inanimate. Non si può far presa su niente. Non si sgonfiano le ruote in Dancalia. Gli autisti non hanno abitudini alla sabbia. Il Saba river sembra un breve ostacolo. Ma, spesso invece, è quasi insuperabile. Ma da qui bisogna passare. Andiamo.

Stili diversi. Un autista mette le ridotte e prova a volare sulla polvere. Va dritto, nemmeno fosse sulla pista di arrivo di un gran premio. Tessema avanza a zig-zag, attento al colore della sabbia. Cerca approdi. Asfaw muove il volante come se fosse su un auto scontro. Tecniche inutili: ho la sensazione che per attraversare il Saba occorra la grazia degli dei.

Un’auto ferma. Insabbiata. Mi viene un dubbio. Asfaw non ne ha. Ha il dono della generosità. Devia di colpo verso la macchina. Sembrano militari. Ci incagliamo anche noi. A un passo dai naufraghi. Che hanno occhi sconvolti dalla sabbia. Occhi di sete. Chiedono acqua. Come può farlo solo un assetato. Hanno furia nei gesti. Si aggrappano alle bottiglie di plastica. Circondano la nostra macchina. Mi paiono minacciosi. Mi sbaglio. Sono solo stremati. La Dancalia non è un luogo di innocenze. Il tempo passa. Non mi piace essere qui. Siamo davvero a un passo dal confine eritreo. Le paure si autoalimentano. Asfaw è tranquillo e frenetico. Smonta la batteria della sua macchina. La rimonta sull’auto dei militari. Troppo fuori di senno per aiutarlo. Continuano a bere. Alla fine il  loro vecchio fuoristrada riparte. Asfaw ripete le stesse operazioni con la nostra macchina. Qualche istante di apprensione. Il motore gira a vuoto. Poi ha uno schizzo in avanti. I militari se ne sono già andati e ci hanno lasciato lì nel mezzo. Andiamo anche noi. Fra accelerate, strappi, batticuori, sicurezza di Asfaw. Un altro autista sta spostando una piccola duna con una pala, le ruote della sua macchina sono sepolte da una nuvola di polvere. Il Saba river non vuole lasciarci andare, prova a bloccarci. Non so se faccia sul serio o sia solo una finta di arroganza. Tessema non parla. E’ andato a scavare anche lui. Spingiamo con gesti inutili e nervosi. E’ la prima volta che avverto la preoccupazione delle nostre guide. Tutti liberi alla fine. Sull’altra sponda del wadi. Spianata di sale. Terreno più solido. Silenzio. Macchine a passo d’uomo. ‘Finito’, dice Asfaw.

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