Una giornata qualsiasi

I

ll visitatore distratto si accorge di aver lasciato il caricabatterie in una casa. Guarda, la tasca vuota dello zaino con aria smarrita.

Poi dimentica il suo sassofono. Pensa che lui, lo strumento d’ottone, sia un po’ arrabbiato. Gli ha fatto molte promesse e non le ho mantenute. In quale casa è rimasto?

Poi non trova più il pacco delle riviste. Eppure è ingombrante. Pensava di guadagnarci qualche soldo per poter fare la spesa al supermercato. Pensa anche che non gli piace la parola ‘supermercato’. E a quelle riviste ci tiene molto. Per paura, non le ha nemmeno sfogliate. Non so raccontarvi di questa paura. C’è da sempre.

Poi va a fotocopiare un libro importante. Paga, augura buona giornata all’amico della copisteria e lascia sul bancone le fotocopie. L’amico gli corre dietro, fino alla bicicletta. Il libro era rimasto sul bancone. Dove ha lasciato, il visitatore distratto, le chiavi del lucchetto?

Poi va in banca, mattina confusa e affollata, e si dimentica il numero del conto. E l’impiegato è incerto, ma poi trova il filo che lo riconduce al numero. Dal funzionario della sua cassa di previdenza aveva dimenticato i codici di 28 cifre e non sapeva come fare. Non funziona nemmeno il cellulare nell’ufficio. Si dimentica i soldi (ha preso dei dollari, il visitatore fa finta di viaggiare) nella tasca della giacca, che abbandona su un attaccapanni. Firma i moduli su cui sta scritto: ‘Pensione di vecchiaia’. Il visitatore sobbalza: stanno scrivendo di lui?

Il visitatore distratto riflette su quello che dimentica. Sulle donne che ha perduto per assenza. Sui pensieri che ruotano solo attorno a lui e arriva alla conclusione che è un egoista. Gli viene in mente la parola ‘stronzo’. O forse ha solo dimenticato. Forse è solo stupido. Non si assolve. Si era segnato il codice per ritirare un pacco. Niente da fare, perduto. L’ufficio postale ha chiuso e lui guarda la porta a vetri. L’impiegata fa segno di no, agitando il dito indice.

Guarda il funzionario e lui ricambia con uno sguardo di compassione: il visitatore ha lasciato sulla sua scrivania i moduli appena compilati per avere quella pensione. E’ vecchio il visitatore, lo deve riconoscere, e fa finta di leggere poesie: in realtà apre il libro a caso e copia quello che capita. Certo, se lascia andare i polpastrelli, qualcosa viene fuori.

Si chiede: cosa hai costruito in tutti questi anni? La risposta è senza consolazione.

Si chiede: devo fermarmi e continuare a correre sugli scogli? Solo la velocità (lui così lento) lo ha tenuto in piedi in tutto questo tempo. Ma ora intravede il mare e pensa a tutte le cozze che non ha mangiato, che erano lì a suggerirgli: ci vuole pazienza per cuocerci con riso e patate. Ma se corri sugli scogli, la pazienza è un ingombro, pensa. E intravede il mare. Non ci sono più rocce taglienti sulle quali trovare un equilibrio instabile.

Il visitatore distratto vorrebbe spogliarsi e far vedere la pelle molle. I frutti sull’albero si sono seccati. Erano splendenti, nessuno li ha colti. Ma c’è un picchio. Sapeva che c’era, a volte lo sentiva e sì, sperava di scorgerlo, e questa mattina, dopo tanti anni, lo ha visto per la prima volta. Va in su e in giù lungo l’albero, picchietta e non perde di vista i diosperi rinsecchiti. Questo foglio, almeno questo foglio, lo ha scritto. Pensa che potrà dimenticarlo su una panchina sulla quale non ha coraggio di sedersi.

E pensa anche che la ragazza del bar è proprio bella. Scopre, con sorpresa ben dissimulata, che sono due. Le ragazze, intendo. Identiche. Gemelle.

E se ne va.

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