Incontri a Montevideo/’Il poeta è l’altro che scrive’

Ignacio Suárez

Società degli Autori. Centro di Montevideo. Appuntamento a las cincos de la tarde. Appare un uomo elegante. Giacchetta e cravatta. Finora non avevo incontrato nessuno, in questa estate australe, vestito con tanta attenzione. La giacchetta volano via non appena ci sediamo nel suo ufficio. L’uomo si tira su le maniche e slaccia il nodo della cravatta. Non so quasi niente di Ignacio Suárez. Ha quasi 75 anni, al secondo martedì di ogni mese si ritrova in un club nautico con ‘i giornalisti giurassici’. Vive nel magico Palacio Salvo, rascaciel iconico di Montevideo. ’Ho lavorato con le parole’, dice. In realtà ha ‘curato’ le parole, con amore, con passione, con rigore. Ha scritto testi per il tango. Ha passato bohemias nei caffè del puerto. Per Alfredo Zitarrosa, immenso tanguero, ha scritto ‘Los boliches’: lo splendore malinconico dei bar in fronte al Rio de la Plata.

Racconta un paese attraverso i suoi poeti. Attraverso i suoi scrittori. Questo, dopo le storie del Nicaragua, comincia davvero a piacermi. Narrare una terra con gli occhi di un poeta.

Per ora vi racconto solo che il tango fu l’incontro di solitudini. Los gauchos che avevano perduto i loro orizzonti senza fine. Gli orizzonti ‘grandes’. Dall’altro mare stavano arrivando i migranti dell’Europa: avevano lasciato la loro patria. Questi uomini si sono ritrovati nei bordelli attorno ai porti. In Uruguay vi era mille e mille uomini soli. Per allietare le attese, i padroni dei postriboli chiamarono musicisti. Bandoneon, chitarre, violini, mandolini italiani. Gli afroamericani portarono i tamburi. Così si fusero assieme il canto hondo mediterraneo, il jazz, il fado portoghese….

E poi vi è la storia di un bambino e di un pino nel cortile della scuola. Un giorno un fulmine colpì quell’albero. Divenne l’evento da raccontare. E il piccolo Ignacio scrisse la sua prima poesia. Il maestro si arrabbiò, non era quello che voleva. Lo cacciò di classe. Passò il direttore che vide il bambino piangente. Scoprì cos’era accaduto. Lesse quella poesia. E, allora, convocò tutta la scuola nella grande sala e spiegò, forse guardando negli occhi quel maestro: ‘In una comunità abbiamo bisogno di chi cucina, di chi taglia la legna, di chi raccoglie acqua, dei falegnami e dei medici, degli spazzini e dei meccanici. E abbiamo bisogno dei poeti. Adesso la nostra comunità ha un poeta’. E lesse il poema di Ignacio.

Il poeta ‘è l’altro che scrive’.

L’Uruguay è un paese surreale.

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