Incontri di Montevideo, Lucia y Pepe/’Se le vacche potessero parlare…’

Pepe y Lucia

A sera, immagino la penombra nella piccola casa di Lucia e Pepe. Le poche luci sono fioche. Attorno vi è la pampa ben coltivata di Rincòn del Cerro. Ne vedo il silenzio. Ne ascolto il silenzio. Accanto alla finestra Pepe legge su un piccolo tavolino instabile, polveroso della campagna, traballante sotto il peso dei libri. Lucia, finalmente, si è seduta sulla poltroncina dai braccioli in legno sistemata sotto la luce della lampada. Cuscini colorati danno qualche allegria. El Che, la sua immagine spunta fra i libri, sarebbe contento di essere qui. C’è il thermos del mate. Al solito, Fidel, poggiato su una bassa mensola,  ha lo sguardo verso l’alto, ho sempre la sensazione sia stato un gran vanitoso. Pepe sta leggendo un libro antico sulla storia della Catalogna. A Montevideo si trovano eccellenti libri sulle bancarelle.

Lucia

La chacra, una piccola fattoria, è una casetta dall’aria bella e scombinata. Penso: anche a me piacerebbe vivere qui un rato. Casa piccola, piccolissima: un ingresso-salottino, una cucina appena più grande, una camera da letto. Il bagno. Tutto qui. Meno di cinquanta metri quadrati. Tutto sommerso dai libri: spuntano fuori in ogni angolo possibile, dai soppalchi ai tavoli, dalle sedie ai pavimenti. Fuori un giardino ribelle dove la bouganville ha conquistato spazio, un palo borracho, con le sue spine appuntite, fa da colonna d’entrata. Molti fiori. Pepe non dimentica di essere stato un floricoltore. Vigila sulle sue piante. Una vecchia palma, il pozzo. C’è la celebre panchina multicolorata, costruita dagli ospiti di un manicomio con i tappini delle bottiglie di acqua minerale. Tutti vi fanno sedere Pepe y Lucia per fotografarli. Questa volta, invece, mi siedo io. Di fronte a loro. ‘Fece lo stesso il re di Spagna, Juan Carlos, quando venne a trovarci’, sorride Lucia. Panchina regale. Pepe y Lucia vivono qui dal 1985, quando si ritrovarono dopo gli anni di prigionia. Non ci pensarono nemmeno a vivere altrove anche quando Pepe divenne presidente dell’Uruguay e Lucia vicepresidente nella legislatura successiva.

Il tavolino traballante

Questo non è un microracconto. Tanto meno un’intervista. Sono appunti. Scritti mentre viaggio verso Colonia. Scritti il giorno dopo. Ieri, in un pomeriggio di mezza estate, un’estate che ha già la leggerezza tanguera dell’autunno australe, siamo andati a casa di Pepe y Lucia. Oggi, invece, lasciamo Montevideo, e il rollio dell’autobus mi fa sobbalzare le dita: ho addosso il ricordo dolcissimo di un paio d’ore con Pepe Mujica, il ‘presidente più povero del mondo’, e con Lucia Topolanski (mi ha sempre fatto sorridere il suo cognome dalle origini polacche). Questo, davvero, non è nemmeno un articolo, è una storia personale, una sgrammatica dichiarazione di amore. Un amore per quest’uomo e per questa donna. Pepe, a maggio, avrà 85 anni. Lucia ne ha 75. Oggi sono senatori della Repubblica.

Prima devo dirvi della scuola. Perché è importante. La ‘Escuela de educaciòn agraria’ che Pepe y Lucia hanno sognato e hanno aiutato a nascere. Adesso è periodo di vacanza, altrimenti vedremmo una settantina di ragazzi arrivare a piedi o a cavallo per le lezioni. Vengono da Punta Espinillo, da Paso de la Arena e dal poblado di Rincòn del Cerro. La chacra è in una piana dagli orizzonti della pampa. Infiniti. Abbiamo costeggiato gli immensi depositi di container del porto di Montevideo. Pepe mi spiegherà: ‘La storia di questo latinoamerica è una storia di porti’. Dopo l’ultimo palazzo di container, comincia la campagna, una piana coltivata, senza una sola collina. Piatta come un biliardo. Stradelli secondari attraversano i campi. Per trovare la scuola ci affidiamo a googlemaps. questo è il trucco per raggiungere la chacra. La bussola ci consiglia di deviare per una strada sterrata. Fino ad arrivare alla scuola agraria. Che sorge davanti alla casetta di Pepe y Lucia. Portone metallico, scorrevole e multicolorato. Una facciata di mattoni rossi, che fa quasi Irlanda. Incontro una donna dai capelli biondi e ribelli. Mi dice: ‘Qui possiamo creare ciò che vogliamo. E’ una sfida fantastica. Abbiamo attenzione all’ecologia. E vogliamo rispettare l’identità e la soggettività dei ragazzi’. Questa scuola è pubblica, è sostenuta da una Fondazione voluta da Pepe. La scuola è un grande capannone dal tetto di lamiera, aule nei container, una stalla, balle di fieno, stanze con computer, citazioni di Einstein alle pareti, una cucina, la serra (il vento pampero l’ha quasi distrutta giorni fa, danneggiando l’orto dei pomodori e delle melanzane), una porcilaia dove si allevano maiali neri, i pampa rocha, e una vacca per il latte. Il campo è la ricchezza dell’Uruguay. Quando chiedo a Pepe di raccontarmi il suo paese, mi risponde: ‘Chiedi alle vacche. Ce ne sono quattro per ogni uruguaiano. Se solo potessero parlare’. Cosa direbbero, Pepe?: ‘Che abbiamo maltratto la Terra’.

I maiali neri, i pampa rocha

 

Il portone d’ingresso

 

Sembrando esperanza

L’altra sera ho visto, grazie ad amici di Montevideo, la pelicula di Emir Kusturica su Pepe: Una vida suprema. Un’elegia di Pepe. A volte un po’ troppo favola. In Europa ci siamo tutti innamorati di lui, del vecchio tupamaro, sopravvissuto a anni osceni nelle carceri militari (lui e i suoi compagni erano rehenes, ostaggi, non erano detenuti), diventato presidente della Republica Oriental de Uruguay, ‘il paese degli uccelli dipinti’. Come sfuggire alla tentazione di farne una leggenda? La sua storia è leggenda.

Conosco le risposte a ogni domanda che posso porgli. Io vorrei solo passare del tempo qui. La non-intervista è venata di imbarazzo. Di incertezza. Vorrei solo stare in questa stanza a leggere un libro. Lucia sta lavando i piatti, vado a chiamarla, mi rassicura: ‘Compartimos con el Pepe, no te preocupe’. C’è da preparare un po’ di cena, da curare i fiori. Mi viene in mente una scena del film su Ghandi: un suo consigliere gli racconta di importanti storie politiche, il Mahatma ascolta, ma ha più attenzione per una capra che sta belando disperata. Alla fine si alza, fa un cenno al suo interlocutore e dice: ‘Adesso devo fare qualcosa di più importante’. Ecco, Pepe y Lucia hanno il dono della generosità. Donano il loro tempo senza curarsi delle gerarchie. Io sono un italiano sconosciuto, arrivato qui grazie al figlio di un loro vicino. Ho fatto i miei passi ufficiali, mi sono rivolto a segretarie (che mi chiamavano compañero) e mi mettevano in lista d’attesa e poi un normale vicino ha chiesto a Lucia se un loro amico poteva passare a trovarli. Lucia, vicepresidente del paese, ha preso il telefono e ha chiamata una fisioterapista, la mia amica intermediaria, amica del vicino. Non la conosceva, Lucia ha lasciato un messaggio: ‘Potete venire alle 18, mañana?’. Molte altre persone mi hanno offerto di avvertire Pepe per me. Gente comune. Posso immaginare qualcosa del genere per poter incontrare il primo ministro italiano? Posso immaginare il presidente della repubblica italiana che chiama una sconosciuta e la invita a casa sua, senza passare per la ‘sicurezza’? Deve essere una storia latinoamericana: il papa, sì, Francesco, come Pepe, ce lo vedo a fare qualcosa del genere. Que viva Latinoamerica.

So che il mio amico M. mi scriverà dicendomi: Pepe non avrebbe dovuto incontrare il complice di assassini. Si riferisce a Emir Kusturica. M. mi chiederà: ‘Diglielo. Diglielo da parte mia’. Non so: ho la sensazione che Pepe non faccia distinzioni, non abbia gerarchie, si mette dei limiti, ma è solo per questione di tempo. Non ha tempo per tutti. Forse lo vorrebbe avere. Non sapeva chi fossi quando mi ha accolto nella sua casa. Non sapeva niente di me, né del mio passato. Accoglie, perché è giusto ‘accogliere’. Me o il re di Spagna: credo che per Pepe y Lucia sia la stessa cosa. Gli chiedo del film di Kusturica (forse è la sola domanda che gli ho fatto) e lui alza le spalle e dice: ‘E’ il suo film’. Gli chiedo di firmare per un amico un libro uscito in Italia che ha il suo nome in copertina: non sa nemmeno che libro sia, non gli importa, ‘mi capita spesso’. Come dire: sono autore di libri che nemmeno immaginavo di aver scritto. Forse non è davvero importante. Credo che in Pepe l’istinto della libertà e la passione per gli uomini (per qualunque uomo e qualunque donna, anche per gli avversari) sia la forza che gli ha consentito di vivere.

S., l’amica che ha fatto da tramite con il vicino, si è vestita di rosso e di nero. I colori del Mpp, il Movimiento de Partecipaciòn Popular, il partito fondato dai vecchi Tupamaros. Il primo partito del paese. Sta realizzando un suo sogno: incontrare il Pepe. Alla chacra.

Arriviamo in anticipo. C’è un container-gabbiotto dove sta una guardia. Esce e ci chiede chi siamo. C’è un arrugginito cartello pare. So che non c’è più Manuela, la cagnetta a tre zampe che ha fatto compagnia a Pepe y Lucia per ventidue anni: è sepolta in giardino. ‘Saremo sepolti anche noi in questa terra’, dice Lucia. Già, molte storie stanno finendo (o ricominciando?): è morto el Ñato, Eleuterio Fernández Huidobro, compagno di prigionia di Pepe; il Frente Amplio, la coalizione di centrosinistra che ha guidato il paese negli ultimi quindici anni, ha perso per trentamila voti le elezioni di novembre (ed è stata quasi una vittoria: temevano una sconfitta ben peggiore). Todo cambia. Noi, nell’attesa, abbiamo tempo per il mate di fronte all’Escuela Agraria. Lucia, naturalmente, non ha avvertito la guardia del nostro arrivo. ‘Pepe dimentica sempre di annotare i suoi appuntamenti e qui è un viavai continuo’, ridacchia il militare. La chacra come meta turistica. Pepe si promette di mettere un limite alle visite, ma non ci riesce, solo un giovane, Pedro, cerca di tenere sotto controllo la sua agenda. Impresa quasi vana. Pepe, sorridendo, si arrabbia per i selfies: ‘Tutto vogliono farsi fotografare con me. Non capisco’.  Capisce benissimo e si adegua di buon grado. ‘Mi sorprendo a vedere come i giovani abbiano come riferimenti i vecchi. Guarda a Bernie Sanders negli Stati Uniti’.

Lucia

La non-intervista va per conto suo. Pepe strizza gli occhi. Non gli chiedo né delle piantagioni di soja (che fanno invelenire gli ambientalisti), né della ferita della impunità dei militari colpevoli di crimini negli anni della dittatura (mi avevano chiesto di domandarglielo, non l’ho fatto). Non gli spiego chi è Kusturica per il mio amico M. (e per me, anche se penso che sia un gran regista). Pepe parla di storia, delle migrazioni, di Artigas (tutti qui parlano di Artigas, il sognatore che voleva uno stato federale attorno al Rio de la Plata), dell’economia dei porti, di agricoltura, dei giovani, del suo paese tan insignificante, degli italiani e degli spagnoli che lo hanno popolato (‘La navi rovesciavano ogni anno quarantamila poveri’. La bisnonna di Pepe era ligure). Parla degli indigeni, della laicità dell’Uruguay (‘Io non sono credente, ma sono tifoso della chiesa cattolica’: usa proprio questa parola: ‘tifoso’). Quando i tupamaros vennero liberati vollero, prima di riprendersi la vita civile, ritrovarsi in un convento: vi rimasero per venti giorni, ospiti dei francescani conventuali; dovevano parlare, parlare, parlare, prima di tornare alle loro famiglie, ai propri quartieri, alle proprie case. Alla fine discutiamo di calcio: ‘E’ una mitologia. E tutti i ragazzi che toccano una palla, ne sono consapevoli: devono essere all’altezza del mito. L’Uruguay vinceva le prime olimpiadi e i campionati sudamericani. Qui si svolsero i primi mondiali della storia’.

A volte ho l’impressione di aver di fronte a me lo Stregatto di Alice nel paese delle meraviglia. Mi osserva, da sotto ciglia ribelli, con un’aria sorniona. Un po’ beffarda. Si presta al gioco della non-intervista, ci è abituato. Pepe y Lucia hanno davvero vissuto una vida suprema, inimmaginabile, irraccontabile. Non ricordo più quante pallottole abbia in corpo, Pepe. Veste come un peone. Pantaloni a pinocchietto perché ha problemi di circolazione alle gambe, falsi zoccoli Crocs ai piedi nudi, camicia immensa e macchiata a proteggere la pancia debordante, una penna nel taschino, capelli arruffati. Viva i peones! Chissà come era vestito quando qui è venuto il re di Spagna. Ho visto la registrazione di una sua chiacchierata con Papa Francesco: sembravano divertirsi un mondo i due vecchi. Ecco, sì: Pepe y Lucia hanno saputo divertirsi, hanno resistito a ogni angheria, hanno sfidato la solitudine dell’isolamento totale parlando con gli insetti, hanno avuto potere, ma è stato come un lavoro normale. Non sono cambiati. Hanno difeso la loro libertà, il loro tempo, il piacere di una passeggiata o di curare i fiori. Per questo amano la vita. ‘La vita es hermosa’, dice Pepe. ‘E dobbiamo viverla, è un piccolo frammento, siamo niente e torneremo a essere niente, ma, in questo frammento, possiamo lottare’. Lucia y Pepe sono dei militanti. Hanno saputo dare senso a questa parola.

‘A volte dubito che vi sia ancora voglia di lottare’, si lascia sfuggire Pepe. Scaccia il pensiero. Fra pochi giorni, a marzo, in Uruguay, il potere passerà veramente nelle mani della destra, con il cambio ufficiale di presidenza. Eppure, negli occhi che già pensano ad altro (c’è un ‘retrobottega’ nella testa di Pepe, ha scritto una volta un giornalista spagnolo), io intuisco l’ottimismo ostinato di chi crede che l’umanità non smetterà mai di lottare. Ci penso un po’: Gioconda Belli, nella sua differenza, ha lo stesso sguardo di Pepe y Lucia. Lui è più filosofo, lei è più politica. Entrambi hanno coltivato e continuano a coltivare utopie. Con l’attenzione ai fiori, ai ragazzi che vanno a scuola, a un ingranaggio di un trattore da riparare.

I miei amici vogliono una foto con lui. Io non ho tanto coraggio: sfuggo al rito inevitabile. Così mi nascondo dietro la macchina fotografica.

Non voglio andarmene di qui. Ma poi guardo Pepe y Lucia, finalmente soli, avvicinarsi ai loro fiori. Lucia è preoccupata una pianta che non sta crescendo. Pepe sta pensando a come salvare questo fiore.

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S. y J., amici di Montevideo, mi hanno accompagnato alla chacra. Avevano voglia di incontrare il Pepe e Lucia (ancora una volta: immaginate un presidente che fissa un appuntamento con un giornalista e si vede arrivare una famiglia in casa). A sera, S. mi ha scritto:

Aquellos años de resistencia volvieron a mi mente como un film . Recordando a tantos compañeros que ya no están. Nuestra juventud clandestina sin saber cuando terminaba la pesadilla de la dictadura. La liberación de los presos políticos. Nuestra vuelta a la legalidad…tantas cosas. Ha pasado la vida …y me doy cuenta que Pepe, Lucía y tantos compañeros son parte de esta vida que me tocó vivir. Porque desperté a la política con ellos y hoy en el otoño de la vida seguimos transitando la misma ruta. No somos los mismos y a la vez continuamos vibrando en la misma frecuencia.

Hoy te hablo desde la emoción y nunca imaginé una tarde como ésta. Será el hilo rojo o no se que será, pero compartimos un momento casi místico. Y doy gracias por ello. La vida nos quizo juntar aquí y en este momento.

Non credo che sia necessario tradurre.

 

 

 

 

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