Il gioco del mondo.30/’Perchè scrivo questo?’

Una notte, al museo del carnival

(è la pagina 378, il frammento 82. Secondo Julio avrei potuto ‘prescindere senza rimorsi di coscienza’ da questa pagina e dalle duecento che vi stanno attorno. Sto anche disattendendo il suo consiglio: leggo tutto di fila, pagina dopo pagina, invece avrei dovuto leggere questo frammento fra il 91 e il 99…). E’ che questa è una ‘lezione di scrittura’

Perché scrivo questo? Non posseggo idee chiare, e neppure posseggo delle idee. Ci sono dei brandelli, degli impulsi, dei blocchi e tutto cerca una forma, allora entra nel gioco il ritmo e io scrivo entro quel ritmo, scrivo tramite esso, mosso da esso e non da ciò che è detto il pensiero e che crea la prosa, letteraria o altro.

C’è innanzi tutto uno stato di confusione, che può unicamente definirsi nella parola; da quella penombra io parto, e se ciò che voglio dire (se ciò che vuole dirsi) possiede sufficiente forza, immediatamente ha inizio lo swing, un dondolio ritmico che mi trae in superficie, illumina tutto, coniuga questa materia confusa e colui che la patisce a una terza istanza chiara e come fatale: la frase, il periodo, la pagina, il capitolo, il libro.

Quel dondolio, quello swing, in cui si va informando la materia confusa, è per me l’unica certezza della sua necessità, perché appena cessa comprendo che ho più nulla oramai da dire. Ed è anche l’unica ricompensa al mio lavoro: sentire che ciò che ho scritto è come la schiena di un gatto alla carezza, con scintille e arcuarsi cadenzato. Così per la scrittura sotto il vulcano mi avvicino alle Madri, mi collego con il Centro – qualsiasi cosa esso sia.

Scrivere è il disegnare il mio mandala e nello stesso tempo percorrerlo, inventare la purificazione, purificandosi, compito da povero sciamano bianco con mutande di nylon

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