Incontri di Montevideo, Mauricio Rosencof/’Siamo sempre in cammino’

 Ho aspettato una settimana prima di riuscire a incontrare Mauricio, el ruso Rosencof. Poco prima del mio arrivo era caduto di bicicletta e doveva riprendersi. A quasi novanta anni non smette certo di andare in bicicletta sul lungooceano, la rambla di Montevideo.

Il soprannome di quasi tutti i migranti arrivati in Uruguay dall’Est europeo era ‘ruso’. Il padre di Mauricio era polacco, un ebreo polacco. E aspettava sempre le lettere dalla sua famiglia rimasta a Lublino. Un giorno, dopo l’invasione nazista della Polonia, non arrivarono più. Ma lui, a tavola, la domenica continuava a leggerle. Las cartas que no llegaron. Il padre di Mauricio era un sarto e io comincio a chiedermi se davvero c’è una relazione fra i sarti e i poeti. Oramai ne conosco almeno quattro: quattro poeti figli di sarti. In Puglia, una volta, sono andato in un laboratorio di poesia che si chiama Punto Lento. Alfredo, in Costa Rica, mi aveva spiegato: ‘I sarti, come i poeti, trasformano la materia’. Mauricio mi parla dell’ago e del filo, dell’esattezza del cucire, del punto finale…come le parole.

Sesto piano di un condominio a un passo dalla spiaggia di Malvin. Vento freddo d’agosto che arriva dall’oceano. La casa di Montevideo di Mauricio e di Matilde, la sua esposa. Mauricio, 87 anni, è convalescente, ma si alza di scatta con un sorriso allegro. E’ alto, sono abituato a vederlo un basco in testa. Ha pochi capelli ribelli. Vuole guarire in fretta, vuole tornare a camminare, a muoversi, ad andare alla casa de campo. Vuole la libertà. Mi accorgo che in questo viaggio attraverso l’Uruguay incontro Grandi Vecchi. Mauricio è stato fra i fondatori dei Tupamaros. Poeta, scrittore, giornalista, drammaturgo. Rivoluzionario. Prigioniero per dodici anni della dittatura. Fu considerato, assieme ad altri otto compagni, un ostaggio. Il loro isolamento fu totale. I militari volevano fare impazzire questi uomini e queste donne. Ma, un giorno, una guardia del carcere chiese a Mauricio di scrivere una lettera per la sua novia: lui la scrisse e la donna si innamorò. La guardia, in cambio, gli concesse qualche sigaretta. E Mauricio usò el papelito per scrivere con la parte interna di una biro. Scrisse poesie poesie, frammenti di parole. Riuscì a farle uscire dalla prigione con i vestiti che, una volta al mese, mandava a lavare. Questi versi salvati sono diventati, in italiano, Le conversazioni con l’espadrillas. Per salvarsi dalla follia, Mauricio parlava con le sue scarpe di tela.

Matilde è attenta, Mauricio si muove appoggiandosi a un deambulatore, teme che possa cadere.

Dopo la prigionia, sono venuti i tempi del riscatto, di una nuova scrittura, della metamorfosi del movimento Tupamaro dopo il ritorno della democrazia. Eravamo un ‘partito in armi’, mi dice Mauricio; a metà degli anni ’80, furono capaci di incamminarsi nella politica uruguayana senza rinnegare la loro etica rivoluzionaria. E anche se le destre, dal primo marzo di quest’anno, torneranno al potere, il partito nato dai Tupamaros rimane il più votato del paese. Mauricio è un grande scrittore. Ci offre il mate del mattino. E subito ci ricorda che il padre di suo moglie era uno dei 54 uruguagi che si trovarono sulle barricate di Madrid durante la guerra civile spagnola.

Era figlio di immigrati gallegos, il padre di Matilde. ‘Questa gente ha fatto l’America’, ricorda Mauricio. Fu rimandato in Europa, a studiare medicina a Parigi. Tornò in Uruguay e, assieme a un amico, furono  primi medici ad andare a lavorare a Tacuarembò, nell’interno del paese. Là nacque Matilde.

Mauricio Rosencof

‘Tutto ha origine in Spagna, dalla guerra civile degli anni ’30. La nostra generazione è figlia di quella resistenza, di quella lotta’, mi racconta. E io replico: ‘E i giovani cosa ne sanno? Come fanno a dare valore a una parola come comunismo?’. ‘Fai leggere la Bibbia, è già scritto tutto lì: il bene comune e a ciascuno secondo le sue necessità. La giustizia sociale è sempre la questione centrale.La militanza non smette mai: è il cammino da percorrere’.

Mauricio conserva una prestigiosa Olivetti Studio 44. Spesso scrive con quella. Un panno la protegge dalla polvere. Fra i libri del suo studio spunta la foto di un incontro con Fidel Castro e la vecchia foto della sartoria del padre a Lublino. C’è anche un ricordo di Pompei. ‘Papa Francesco è un uomo di sinistra’, continua Mauricio. ‘E se cerchi i giovani di Montevideo, vai ad ascoltare le murgas del Carnevale, leggine i testi: vedrai l’ironia, la lotta, la protesta…’. Le murgas sono spettacoli teatrali, opere cantate, che, organizzati da compagnie di quartiere, animano il Carnevale di Montevideo, la festa più importante dell’Uruguay.

Il mate

I ragazzi degli anni ’50, in Uruguay, videro la miseria dei cañeros, dei tagliatori di canna da zucchero. ‘Lavoravano quattordici ore al giorno, venivano pagati con una tessera con la quale comprare da mangiare nei negozi dei latifondisti. Erano schiavi. Questo era il mondo contro il quale ci battemmo’. Nel 1962, la marcia dei cañeros dal Nord del paese fino a Montevideo fu epica. ‘Quando arrivarono in città, furono presi per marziani. Ma la nostra storia è nata da questa gente’. ‘Oggi i giovani hanno altre priorità da affrontare: il cambiamento climatico, i modelli consumistici. Detonatori hanno fatto esplodere il Cile, il Libano, il Nicaragua…Il mondo è cambiato dai nostri anni, ma il problema rimane: l’ingiustizia, la violazione dei diritti’.

Alle pareti di un piccolo corridoio ci sono riproduzioni di Van Gogh, di Modigliani. Parliamo di Primo Levi, sopravvissuto ad Auschwitz, come Mauricio è sopravvissuto all’orrore delle prigioni militari. Beviamo mate assieme. Ricevo il dono del suo libro che racconta, assieme a Eleuterio, el Ñato, gli anni passati nel fondo di un pozzo. Io gli mostro l’edizione italiana del ‘Quartiere era una festa’, un suo grande libro, che racconta di un’altra marcia, quella dei malati di tisi che si battevano per una vita migliore, e andarono a occupare i terreni accanto allo stadio Centenario. Libro surreale. La parola scritta di Mauricio è una lingua parlata, surreale, labirintica. Si alza, vuole mostrarmi il testo che, come assessore alla cultura di Montevideo, ha voluto fosse scolpito su un monumento ai combattenti uruguagi nella guerra di Spagna. Vi sta scritto: ‘Viva la Repubblica!’.

Ecco, in questo strano viaggio sto incontrando uomini e donne che amano e si battono per una idea di Repubblica. E’ una delle lezioni che vengono da questo paesito così piccolo che, fra i primi nelle Americhe, ha dato il voto alle donne; ha separato lo Stato dalla Chiesa, ha scritto leggi sul divorzio; ha reso possibile la possibilità di abortire; ha legalizzato la marjuana e riconosciuto il matrimonio ugualitario fra persone dello stesso sesso. Un paese di utopie concrete.

Arriva la fisiatra. Il tempo del nostro incontro è finito. Ci scambiamo un abbraccio, un bacio sulla guancia, Mauricio ha voglia di ricominciare ad andare in bicicletta.

Da leggere: Il quartiere era festa (ed. Noripios); Le lettere mai arrivate (ed. Nova Delphi). Le edizioni Rayuela stanno per pubblicare nuovamente: Memorie dal calabozo.

 

 

 

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