Incontri di Montevideo, Raúl Zibechi/Il sorriso del Chiapas

 

Le foto o i manifesti alle pareti hanno qualche significato. Indicano una direzione, ricordano una nostalgia, incoraggiano un futuro. Fanno parte dell’anima di una casa e di chi vi abita. Fra i libri, nello scaffale alle spalle di Raúl Zibechi, appare, in alto, un quadretto che riproduce Frida Khalo. Ma accanto alla porta d’ingresso, c’è una donna del Chiapas, con il volto coperto dal pañuelo rosso. Avevamo pensato di vederci in bar, ma poi Raúl, per fortuna, ci ha ripensato: ‘Siamo più comodi a casa’. In bus abbiamo risalito al Avenida 18 de julio, hasta al final. Sto imparando a conoscere Montevideo, almeno il suo centro. Ben oltre la metà degli uruguagi vive in questa città o nell’arco dei suoi sobborghi. Un paesito con una grande capitale.

La casa di Raúl si affaccia su una grande corte, un giardino su cui si apre la porta di ogni appartamento. Una donna anziana si accorge dei miei passi incerti e mi guida: ‘Lei deve andare là. Ci vanno molto stranieri. Vanno solo da lui’. Raúl spunta dalla porta e sorride. Ci è abituato. Deve essere un bel viavai. Queste, se ho ben capito, erano le stalle della vecchia ambasciata del Brasile, qui vivevano gli stallieri. Il gatto di Raúl si diverte con il mio zaino. C’è aria di musica nella piccola stanza di ingresso.

Da anni, avevo voglia di incontrare Raúl. Ho letto decine e decine di suoi articoli. Ricordo i tempi di Carta, i seminari di Aldo sull’America Latina, i suoi libri, i suoi passaggi per l’Italia. 68 anni compiuti da un soffio, alto, allegro, sociologo, ricercatore, giornalista. Indefinibile, forse. Rischio molto a usare alcune parole (‘movimenti sociali’, a esempio), io sono europeo e dovrei dimenticarmene, cercare di guardare con gli occhi del latinoamerica. Scelgo la prudenza. Raúl ha il senso della precisione. Sono perplesso: i miei amici uruguagi, tutta gente di sinistra, non lo conoscono. I miei amici italiani lo leggono come un piccolo vangelo. Strano, il mondo. Raúl mi parla di Gramsci: ‘Lo scorso anno sono stato in Sardegna e ho capito, camminando nella sua terra, come sia stato così capace di riflettere sulla subalternità. L’aveva vissuta sulla sua pelle’.

Prendiamo il mate. Raúl rimesta l’yerba all’uruguagia. Mate amargo, come si preferisce qui. Mi ostino a pensare che questi incontri di Montevideo sono visite ad amici che finalmente conosco di persona. L’incontro con Raúl sfiora dei rischi: la nostalgia, a esempio. ‘Come è stato possibile che la sinistra sia andata così indietro?’. Ricordiamo assieme i tempi de il Manifesto. Mi colpiscono gli uomini della sinistra, la gente della mia generazione: abbiamo addosso carichi di disillusioni, ma conserviamo una allegria immotivata, un’ostinata speranza. Ma, dice Raúl e io sono d’accordo: ‘E’ stato un disastro. Guarda al Nicaragua, all’Angola…ma anche in Brasile, in Bolivia, in Equador…non è cambiato nulla negli anni della sinistra. Eppure avremmo dovuto aver imparato’. E invece…ricadiamo negli stessi errori e orrori.

‘Una volta al potere, i rivoluzionari hanno pensato che la strada fosse tracciata. Che si dovesse proseguire in linea retta, che non si potesse più retrocedere. Eppure avevamo l’Unione Sovietica a dimostrarci quanto sbagliato fosse questo cammino’. E’ come se l’esperienza non si possa trasmettere, ammette Raúl.

 

Si aggrappa, ci aggrappiamo, al Chiapas, al Kurdistan…’Sono storie che non possono essere replicate altrove, ma è possibile che esperienze simili possano nascere in altre geografie’. Sa dell’Italia, Raúl. Ricorda Scanzano e la lotta contro le scorie nucleari; è stato Mondeggi, sulle prime colline di Firenze, una fattoria occupata; ha viaggiato per i Veneto dei centri sociali: frammenti di un possibile mosaico. Io vorrei dirgli…ma sono felice che ne cento di Montevideo si sappia di Mondeggi e di Scanzano.

Parliamo di Pepe Mujica: ‘Dobbiamo davvero separare l’uomo dal suo governo. Il potere non lo ha corrotto. Ha continuato a rivendicare la sua vita di uomo libero, le sue relazioni, il suo tempo e non si è fatto cambiare. Altra cosa sono state le scelte compiute dal suo governo’.

Ci sono le donne, ci sono i giovani. Il 2019 è stato un anno di ribellioni. Detonatori e rivelatori di crisi sociali. I giovani vanno nelle piazze, ‘ma poi vengono fuori i nemici: la repressione, che è la più terribile, e una sinistra che vuole mettere i suoi cappelli su questi movimenti’.

Sì, per fortuna, c’è il Chiapas, quelle montagne del sud-est messicano. Il mate si è lavato. Gli incontri, Montevideo, hanno il ritmo del passaggio di mano in mano della bombilla.

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