Viaje al paisito.3/El interior solitario

I cavalli-custodi

Gli ingressi delle estancias sono una porta sull’infinito. C’è il cancello. C’è il nome della fattoria. Ci sono le vacche. A volte delle pecore, i cavalli. E poi il ‘nulla’. Non possediamo la parola corretta: è la prateria che cerca di ondeggiare fino a ritrovarsi sull’orizzonte del cielo. E’ indefinibile questa terra senza limiti. Due cavalli di pietra e tre eucalipti vigilano sul varco dell’alambrado. Benvenuti alla pampa de el interior uruguagio. Andiamo per strade di barro. Tole ondulée, avrei detto in deserto. Un vento freddo spettina il mare d’erba. Tre camion portalegna e tre macchine. In quattrocento chilometri. Il paesaggio modella pensieri leggeri.

Andiamo a Treinta y tres. Senza una ragione. Solo perché incuriositi da una cittadina con questo nome. A Montevideo hanno scosso la testa: ‘Non c’è niente là, andate a Buenos Aires’. Direzione opposta. Trentatré gauchos che, nel 1825, attraversarono il fiume Uruguay cominciando la lotta per l’indipendenza delle terre orientali dall’impero del Brasile. Come altro chiamare una cittadina che quasi sfiora la frontiera con il paese-gigante?  Qui si coltiva riso e zanzare. Mi dimentico, è imperdonabile, di fotografare un monumento alla ‘falce e martello’. Dovrò tornare a Treinta y tres. Ho amici che si sarebbero commossi.

Santiago a Minas

Pranzo a Minas. I viaggi nascono dagli incontri. A Montevideo ti raccontano che el interior è il ‘vuoto’. Il niente della pampa priva di confini. E’ una terra solitaria. Ma è il ‘tutto’, l’origine del mondo, con gente orgogliosa di vivere qui. E’ senza trucchi, la pampa. Non ti inganna. Alla fine dell’estate australe ha una sua dolcezza. Piccole  onde d’erba che cercano di attirare l’attenzione delle nuvole. Rapaci in caccia, piccoli roditori in fuga. Vacche pigre alla ricerca dell’ombra. Ciuffi di eucalipti come isolotti: vengono piantati, assieme ai pini, per vendere il legno a fabbriche di cellulosa costruite da finlandesi, nel gioco folle della globalizzazione. Il mercato appare insensato: finlandesi che fanno pasta di carta in America del Sud; distese di soia, con il suo inquinamento, per la Cina; la carne migliore di questa terra – per Dio, le vacche che vedo sedute nella pampa – se ne va per l’Europa…

A Minas conosco Santiago. La sua trattoria nasconde un club di Pelota. Mi dice che, fra i suoi mille mestieri, costruisce solide sedie in legno e vasi in ceramica. ‘Trent’anni fa andai in Argentina – ricorda – Là ho imparato a fare le pizze. Ma alla fine sono tornato a Minas. In questa strada mio nonno mise una pensione, un circolo dove si giocava a biliardo. Io ho solo cambiato lato della strada’. La trattoria di Santiago è una famiglia. Ci scambiamo promesse con un banditore di aste e con un uomo dal grande basco, la boina, arriva dai Paesi Baschi, che usano gli uruguagi. L’errore è andare via da Minas e non rimanere a giocare a pelota. I viaggi sono una collezione di sbagli.

Lilian

A Treinta y tres andiamo da Lilian. Una professoressa magra e rapida. Vive in una casa di campo. Affitta due stanze. C’è un tedesco matto e simpatico che non parla né spagnolo, né inglese e da più di un mese zigzaga per l’Uruguay. Lilian costruisce false cornici in polistirolo. Scopro che si chiama espuma. Spuma. Sta facendo false mattonelle, falsi muri, falsi soprammobili. O, forse, sono veri. Costruisce giocattoli in espuma. Sogna sculture. La sua casa è protetta da una doppia linea di canne. C’è un fiume a un passo. Le famiglie di Trenta y tres vanno a fare pic-nic sulla spiaggia fluviale. Portano sedie e tavolini. Mangiano carne fritta. A sera, la cittadina è un deserto. A fine estate, gli uruguagi cominciano a pensare all’autunno. Si rifugiano in casa. Escono solo per una parillada. I ragazzi aspettano la mezzanotte per andare a sedersi sulle panchine, bere mate e passare la notte con musiche rap.

Sin carteles

 

E a sera gli uomini giocano (malamente) a biliardo (club di San Gregorio)

Il cartello avverte: da qui in poi non ci saranno più indicazioni. Ben per noi. Incrociamo una sola macchina e, per fortuna, si ferma. Ci mette sulla strada giusta, meglio di Googlemaps. ‘La strada è fea’. Guarda la nostra auto così piccola un po’ sconsolato, ma poi sorride. Andiamo a San Gregorio in Polanco. Il paesaggio è una distesa di erba. Coltivazioni di panìco. Mangime per i polli. Cerro Chato appare senza preavviso. Walter, benzinaio del paese, un pistero, insomma, non lascerebbe mai il paese. ‘Vivrò sempre qui. E’ tranquillo’. Ho chiesto a molte persone di queste parti e tutte hanno risposto con questo aggettivo: ‘Tranquillo’. Attraversiamo il rio Negro su una chiatta.

Pampa

A San Gregorio de Polanco, paese sulle sponde del rio Negro, Alfonso tiene aperta una bottega-museo, un vecchio ramo general dove si poteva comprare todo. Dai bottoni al cherosene, dal caffè ai profumi, dalla pasta ai lanciafiamme contro le locuste. Alfonso ci mostra antichi registri e la collezione di frecce indio. Ma poi ci racconta degli storioni. Sono venuti ad allevare storioni nel fiume. Produrre caviale (‘Non l’ho mai assaggiato, è carissimo’) per i polacchi. Fatemi capire: caviale uruguagio finisce in Polonia? Dopo una tempesta, alcuni storioni sono fuggiti dagli allevamenti e i pescatori di San Gregorio furono felici. Gli altri pesci molto meno. Lo storione si moltiplica nei fiumi dell’Uruguay. E poi c’è la soia: nell’interior non vi è mai stato una vera agricoltura, dieci anni fa cominciarono ad arrivare argentini e paraguagi. Coltivano soia con la chimica. Roba destinata ai cinesi. E’ la grande accusa che gli ambientalisti fanno al governo di Pepe Mujica: aver concesso terre per la soia. Adesso Alfonso ci dice che la gente della soia sta andandosene. Troppe tasse in Uruguay. Vanno in Paraguay, tierra de nadie. ‘Non lasciano niente dietro a loro’, mi dirà Jean. Soia, cellulosa, storioni…

Alfonso

 

La cappella e l’infinito

 

Diego y Paulo

 

 

 

 

Mate. Asado. Tango. Y guachos. Diffido sempre degli stereotipi. Ma in questa terra hanno la loro verità. Non immagino gli uruguagi senza il mate (dovrò ri/scriverne, mate amargo, polvere di yerba, niente palitos argentini), senza tango (‘Non c’è rivoluzione senza tango’, vero Ernesto?), senza asado (qui si volta le spalle al mare e si mangia carne). E senza gauchos, gli uomini del cavallo. E quindi senza herreros, senza maniscalchi. Questa è terra di mate, asado, tango y gauchos. Ed herreros: Diego, maniscalco da sempre, vive, da oltre ventanni (di anni ne ha 54), in una casetta sulle sponde del rio Negro. La chiama El Templo. Una stanza da letto, un cucinotto e selle e finimenti e un pappagallo libero e ferri ovunque: tutto qui. Questa mattina Paulo, il nipote, gli dà mano a ferrare un cavallo bianco-grigio. Dalle orecchie inquiete. Ma, con qualche diffidenza, si fa limare zoccoli consumati dal lavoro. Si fa ferrare con docilità. Paulo mi spiega: ‘Io faccio il contadino, ma ferrare i cavalli è semplice. E’ un buon mestiere’. Diego e Paulo indossano il basco floscio dei gauchos. Stivali ai piedi. ‘Siamo cresciuti con i cavalli’, ricorda Diego. Si arrotolano cigarillos in una leggera carta gialla. Diego fuma sorreggendo lo zoccolo del cavallo. Paulo sceglie con attenzione i chiodi e martella con decisione. Più a Nord, a Tacuarembò si aspetta la prima settimana di marzo per ‘La patria gaucha’. Un bambino-gaucho fa sgambare il suo cavallo. La pampa cerca di volare come un tappeto magico, le vacche la tengono a terra.

 

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