Storie di poesia/Il segreto di Oribe

Oribe, Bella Union

Bella Union è una cittadina del fiume e della caña, la canna da zucchero. Forse riuscirò a scrivere di quanto è accaduto quassù, dove acque e terre dell’Uruguay, del Brasile e dell’Argentina si confondono, si sfiorano, si incrociano. Un tempo si sono fatte guerre per queste frontiere. Mi piace l’aria ciondolante di Bella Union, il tempo qui rallenta.

 Ma io devo dirti di Oribe.

Mi sono accorto di lui non appena sono uscito dalla mia casa. Una posada, in calle Melo. Una calle di terra e ghiaia. Cani sdraiati al sole. Fa caldo a Bella Union. Non c’è nessuno per strada. Di fronte al mio cancello, c’è una grande pianta tropicale. Ha foglie immense, quelle sotto le quali ci si ripara dalla pioggia. Questa mattina formano quasi una grotta. Un rifugio. Forse un nascondiglio dove proteggersi dal caldo e dove guardare chi passa. In realtà, non passa nessuno. E l’uomo è seduto su una sedia che riesce a reggere il suo peso. La prima volta che l’ho visto, aveva la camicia rosa aperta su una pancia immensa. Una pancia lucida, quasi trasparente per come è tirata, il segno di una cicatrice di un’operazione. L’uomo mi ricorda un budda. Ho voglia di entrare nel suo nascondiglio e lui, Oribe, risponde al mio saluto. Buen dia. Un gatto si stiracchia sopra un vecchio frigorifero, un cane raspa nell’erba. La casa sembra raccogliere rottami di ferro. Oribe mi spiega che la pianta è canilla de nero. Credevo che fosse di poche parole, appariva stanco per il caldo. Non è così: Oribe ha voglia che qualcuno lo ascolti. Ha storie da raccontare.

Ha un caschetto di capelli bianchi, Oribe. Stanno un po’ ingiallendo. Parla molto veloce, come se non volesse perdere un solo ricordo. Quanti lavori hai fatto, Oribe? ‘Ci vorrebbe un libro. Tre anni di scuola rurale, mi è sempre mancata la cultura, a undici anni cercai lavoro come muratore. Volevo imparare. Ho tagliato canna, lavorato in Argentina, sono stato perfino in una radio. Mi insegnarono le loro macchine e mi lasciarono da solo di guardia a un’antenna. Una volta mi chiesero di salire fino in cima alla torre. A controllare. Salii così, senza alcuna protezione’. Accelera i racconti, Oribe. Li confonde, ne afferra uno per la coda e non si ferma, entra in un altro. Mi appoggio al frigorifero, cerco di districarmi nel filo delle sue storie. Quanti anni hai? ‘Settantasette. Ma fino a nove anni sono vissuto con una zia’. Pensione? ‘Dopo tutti questi lavori, ho solo la pensione di vecchiaia’. Undicimila pesos, meno di trecento euro. Vado a comprare una birra, beviamo assieme. ‘Avevo una ragazza a sedici anni. Lei ne aveva molti di più. Eravamo innamorati. Poi la vidi a parlare con un chitarrista argentina. Ci rimasi male e me ne andai. Arrivai fino a Montevideo, c’era una statua, una donna con le ali aperte, chiesi a un soldato che cos’era, mi disse che è l’ingresso di una caserma dell’aviazione, mi spiegò tutto, dieci giorni dopo ero arruolato, mi insegnarono a fare il meccanico, rimasi lì. Pulivo i motori. Ci mettevo tre giorni’. Come si racconta una vita? Ma io sono a Bella Union per trovare tracce della ribellione dei cañeros degli anni ’60, la nascita dei movimenti rivoluzionari dell’Uruguay, devo chiedergli della Marcia dei Cañeros. ‘Arrivarono a Montevideo, erano i miei paesani. Un soldato mi disse: guarda, c’è gente del tuo paese che sta marciando per qua. Forse per questo cominciai a pensare che non volevo più fare il soldato’. Al paese, a Bella Union, i militari rastrellavano le strade, arrestavano, minacciavano, Oribe mi dice che uccisero un ragazzo dai capelli scuri. Scuote la testa.

L’enciclopedia e la pagina su Firenze

A notte, incontro Oribe con due ragazzi. Sempre nel suo nascondiglio. Lei, Cindia, è la nipote. Lui è Augustin, timidi, gentili, belli. Ascoltano il vecchio. Passo a salutare, sono stanco per fermarmi. Ripasso al mattino e Oribe deve avermi pensato per tutta la notte. Comincia con dirmi: ‘Andrea Pirlo’. Che meraviglia, il primo che non mi dice: ‘Andrea Bocelli’. Deve essere un fine intenditore di calcio, Oribe.

 

Oribe, Cindia, Augustin

 

Oribe, Bella Union

Oribe ha poggiato sul frigorifero un grosso libro. ‘Lo avevano buttato via, non ha copertina, ma è una enciclopedia’. E la pagina è aperta su Firenze, trenta righe sulla mia città, la foto del Duomo. ‘E’ la cattedrale?’, mi chiede e la guarda con attenzione. Oribe mi legge di Firenze. Dei negozi, degli abitanti, del fiume, dei monumenti, dei Medici, degli etruschi. Passa di nuovo Cindia: ha portato granelli per gli uccelli e cibo per il vecchio. Il resto, due monete.

 

 

Ripasso ancora prima di partire (non dovrei partire, Oribe, ma stare qua ad ascoltarti ancora, ancora un po’, non ci rivedremo, sai, non ci rivedremo). Questa volta sul frigorifero c’è un quaderno. Un grande quaderno a spirale. Da scolaro. Calligrafia a grandi lettere. Ecco, Oribe scrive…scrive, scrive. ‘Ogni volta che mi viene l’ispirazione. Sto qui e guardo fuori. E scrivo’. Oribe è un poeta. In mano ha cento fogli, piegati uno sull’altro, sbertucciati, impiastricciati. Poesie. Poesie. Oribe scrive a mano, Cindia copia con una macchina da scrivere. Mi avevi detto che non avevi cultura? Che avevi rifiutato dei lavori perché temevi di fare brutte figure? Oribe ha un sorriso a bocca chiusa. Non ha i denti di sotto. Gli occhi hanno un fremito. Oribe legge. Una poesia per il padre, una poesia per il ponte che mai hanno costruito con l’Argentina, una poesia per il football, anzi per Neymar, per Messi e per Suarez. Questa devo registrarla. ‘No llegaron en el caballo de Don Quijote/Ni en calesses que van abierto por delante/Tampoco en canapé asiento y respaldo de plumes/Si aparecieron de pronto en la bruma…’.

 

E ora? Ora che me ne vado? Chiedo a Cindia se mi copia le poesie su una computadora. Se me le invia. Prometto che posso farle leggere a un poeta a Montevideo. Prometto…le promesse dei viaggiatori…Cindia mi dà l’indirizzo di una mail…tutto qui, tutto qui.

Las huellas parecía gigante renglos/Y nosotros letras invisibles por el callejón/Lentas idas y venidas/La lucha para tener comida..

Alla fine, firma ogni poesia: Oribe Santana Gomez. E mette il numero del suo documento di identità: CI.I.184….e una notazione: Hecho 2015.

Come si fa Oribe? Io vado via, tu nel tuo nascondiglio segreto e visibile…

 

 

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