Bella Union, el Cholo y Maria Elena/La doctora y el cortador

Cholo Gonzalez y Maria Elena

Raúl mi aveva consigliato: ‘Vai alla clinica del sindacato. Lì troverai la doctora’. Ma oggi, in Uruguay, è giorno festivo. Tutto chiuso per il Carnevale. E io non so come trovare Maria Elena.

Bella Union non è un pueblo così piccolo come sembra. Dodicimila abitanti, se devo dar retta a Internet. Le venticinque cuadras della sua urbanistica sono davvero un cruciverba. Mi siedo su una panchina del parco. I ragazzi delle scuole hanno disegnato ‘il gioco del mondo’, una rayuela, per terra. E mi viene voglia di saltapicchiare. Una coppia si è portata le sedie da casa e sta mateando in santa pace guardando il fiume. Altri ragazzi hanno un cassa e ascoltano musica sempre con la calavasa del mate in mano. La lentezza di questa terra.

Passa un uomo. Mayor d’età. Lo fermo. ‘Lei è di qui? Di Bella Union?’. ‘Sì’. Conosce el Cholo Gonzalez y su esposa, la doctora Maria Elena? Si, certo, come se avessi chiesto qualcosa di strano: qui è naturale conoscerli, come potevo dubitarne. ‘Abitano dall’altra parte del paese, calle Ribeira o lì vicino. Cuadra più, cuadra meno’. Ecco…mi incammino. Chiedo ancora in un negozio, poi in un altro. E trovo la casa. Trovo Walter Cholo Gonzalez. Tutti hanno un soprannome: come traduco cholo in italiano: meticcio? So che sua moglie si muove con difficoltà. Sedia a rotelle. Ne conosco la malattia. Entro, i cani si avvicinano a balzelloni. Cholo è sulla porta, sorride, come se ci conoscessimo da sempre. ‘Quando possiamo parlare un po’?’. ‘Devo preparare la comida. Domattina?’. Domattina. Avrei saputo poi che era appena tornato da una giornata di dialisi per la figlia. A due ore di auto da qui. Ogni due giorni, bisogna fare questo viaggio. Domattina, vediamoci domattina, con calma.

Bella Union è un confine, una frontiera. La storia non ha mai risparmiato queste terre: eserciti di disperati hanno combattuto per contendersi questa curva del fiume Uruguay. Brasile, Argentina e il minuscolo Uruguay qui si intrecciano confondendo acque, solitudini, uomini, donne, braccianti della canna da zucchero, povertà, lotte contadine, vittorie, sconfitte. Questa è una storia di peludos, braccianti agricoli, sfruttati fin nelle ossa.

L’Uruguay ha costruito città importanti lungo il litoral del Grande Fiume (Fray Bentos, Paysandú, Salto), ma poi si è dimenticato di arrivare fino questa lontananza: questo era un pianeta diverso, lontanissimo da Montevideo, qui, per decenni, è stato un altro universo. Senza leggi, senza regole. Negli anni ’50, vi abitavano poco meno di quattromila persone, ottocento e cinquanta erano peludos. Alla fine di quegli anni, arrivò un uomo che ancora non aveva finito gli esami di legge, ma coltivava il sogno della giustizia. In questa terra si tagliava la canna da zucchero. E io penso che ho già vissuto questa storia, in un’isola dei Caraibi. Ai confini fra Dominicana e Haiti. Anche là, come qui a Bella Union, si tagliava la caña e gli uomini e le donne non contavano più nulla, erano solo braccia che da, sol a sol, tagliavano la canna con una falce pesantissima, si caricavano in spalle ottanta chili per volta e niente altro conoscevano della vita. Solo la fatica, le ossa rotte, i morsi dei serpenti, il sole che arroventa la schiena.

Sono venuto a Bella Union perché qui tutto è cominciato. Qui arrivò Raúl Sendic: un uomo magro, silenzioso, con la barba, uno sguardo malinconico e un’idea in testa. Organizzare i cañeros. Un giorno vorrei raccontare le marce che hanno cercato di cambiare la storia di pezzi di mondo. A Bella Union, a quel che capiscono, ci sono riuscite. Una di queste marce partì da qui, nel 1962: trecento tagliatori di canna che percorsero i seicento chilometri verso Montevideo per reclamare il diritto alla vita. Un giorno vorrei raccontare…

Lo chiamavano il el troco, a Raúl. Il trotskista. Dormiva alla pensione Rondella. Ci passo davanti. E’ chiusa, sbarrata, in abbandono. Ci sediamo all’aperto con Cholo, è ancora fresco nel primo mattina. Il mate della colazione. Quest’uomo ha fatto dieci anni di prigione negli anni della dittatura. Fu tra i cento e sei tupamaros che riuscirono a evadere dal carcere di Punta Carretas. Lo ripresero, lo seppellirono in una cella e avrebbero voluto che non uscisse vivo da quella prigione. Altri cañeros di Bella Union scomparirono nelle mani dei militari argentini. Solo nel 1985, l’incubo finì, la democrazia ricominciò le sue prove in Uruguay. E liberò i presos. Chi ce l’aveva fatta. Cento settantaquattro, a leggere le conclusioni della Comisión para la Paz erano scomparsi.

El Cholo aveva cominciato a tagliar canna a dieci anni. Le sue braccia, oggi, sono piene di cicatrici. Suo padre, analfabeta, non voleva che andasse a scuola. Riuscì a sedersi in un banco solo a quindici anni. Tre anni di classi rurali. ‘In inverno tagliavamo la canna; in estate, per vivere, andavo a pescare’. ‘Ci pagavano con una tarjeta. Con un bonus di cartone. Serviva per comprare cibo nel negozio della compagnia. I padroni andavano a comprare in Brasile, a metà prezzo. Noi non potevamo farlo, non avevamo denaro’. Questa era una terra miserabile: gli uomini erano violenti, bevevano alcol di canna, la caña blanca, che manda in fumo il cervello, picchiavano le loro donne, c’erano i postriboli. La faccia oscena della povertà. Un racconto medioevale. Una storia di schiavutù di sessanta anni fa. Raúl Sendic fu paziente, cocciuto, conquistò la fiducia dei tagliatori di canna. Lavorò con meticolosità. Venne il tempo degli scioperi, il tempo delle proteste, il tempo della lotta per i diritti, il tempo della marcia verso Montevideo. Ne organizzarono cinque, fra il 1962 e il 1971. Ricorda Mauricio Rosencof, cronista di quella lotta: ‘Quando, per la prima volta, arrivarono nella capitale, la gente di città pensò che erano dei marziani’. Ma trovarono alleati, amicizie, solidarietà: ‘I tessili, i lavoratori dei pneumatici, i grafici, gli studenti, ci accolsero, non eravamo soli’. Nacque un sindacato, in molti persero il lavoro, ma, dice Cholo, ‘conquistammo diritti, la cosa più importante, allora inimmaginabile’. Poi vennero i tempi della sconfitta, del carcere, dei militari. La dittatura cercò di cancellare perfino la memoria del sindacato. Non vi riuscì.

 

Entriamo in casa. Maria Elena, la compagna di Cholo, ha raggiunto la sua sedia. Qui è conosciuta come la doctora. Le storie dell’Uruguay è una storia di coppie, di donne e uomini che hanno vissuto e lottato assieme. La doctora è malata, ma sorride felice. Sorride di gentilezza. Era una ragazza, una studentessa di Montevideo quando arrivò a Bella Union. ‘Volevamo sapere di cosa avevano bisogno i cañeros: stavano preparando ancora una volta una marcia verso la capitale’. Conobbe il Cholo. Erano entrambi già sposati. ‘Fu una amistad fra compagni’. Poi vennero gli anni della clandestinità, delle armi, della guerriglia urbana, dei rifugi sotterranei dove nascondersi. I tupamaros furono sconfitti prima ancora che i militari si impossessassero del potere. Caddero prigionieri. Maria Elena doveva essere operata, deve aver passato sofferenze terribili. Fu salvata dal carcere dalla Svezia: le venne offerto asilo politico e cure mediche. I militari la lasciarono andare via. I medici svedesi la aiutarono a rimettersi in piedi.

E appena fu in grado di camminare, Maria Elena ripartì. C’era una rivoluzione che aveva vinto in America Latina. Un sogno. Andò in Nicaragua. Finì là i suoi studi di medicina. ‘Anni incredibili, straordinari. Eravamo certi stare costruendo un nuovo mondo’. Il Nicaragua, dio mio. Con Maria Elena, parliamo di Ernesto Cardenal. E non vogliamo farci rattristare dalla deriva di oggi dei sandinisti. Ridiamo assieme, scacciamo i malumori, le racconto del mio Nicaragua.

Alla fine, Maria Elena, la doctora, torna in Uruguay, e lei, cittadina di Montevideo, scelse di venire a vivere e lavorare a Bella Union. ‘E non ho nostalgia della città’. Ritrova il Cholo che, uscito di carcere, ha ricominciato a tagliare canna. ‘Venni liberato a marzo, a maggio era di nuovo nei campi’. Cholo e Maria Elena si ritrovarono. E’ l’amore fra la doctora e il cortador. Una minuscola casa di legno. L’impegno nei barrios delle periferie. Il lavoro nel sindacato, nell’ospedale. Le nuove crisi, l’inizio del nuovo millennio fu crudele a Bella Union. C’era la fame. Oggi la caña è tagliata soprattutto per ricavarne biodiesel.

Cholo e Maria Elena sono militanti. La loro vita è la lotta. Assieme ai peludos. Con le malinconie improvvise, per noi, per me che vengo dall’Europa, quando chiedo del Pepe, di Pepe Mujica, e intuisco le loro risposte prima dicano una sola parola. ‘Certo, scegliemmo di far parte della nuova democrazia uruguagia. La lotta armata era finita, ma noi non volevamo il potere. Dovevamo rimanerne fuori, fuori dalle candidature, volevamo essere una forza sociale. Se fossimo diventati senatori o deputati, ci avrebbero ingabbiati, saremmo diventati borghesi, ci avrebbero cucinato’. Il vecchio Movimiento de Liberación Nacional, i tupamaros, divennero un partito politico, il Movimiento de Participation Popular.

El Cholo con la ‘falce’ per cortar caña

Il partito dei vecchi tupamaros scelse di entrare nel gioco delle elezioni. E’ stato capace di diventare il partito più votato dell’Uruguay. I guerriglieri sono diventati ministri. Pepe è stato presidente, oggi è senatore. Maria Elena era nella colonna di Pepe Mujica. ‘Era il nostro punto di riferimento. Lo piangemmo per morto, riuscì a sopravvivere, ma ora non lo riconosco più. Non è più Facundo, l’uomo della lotta’. Sono io ad avvertire questa tristezza: i vecchi partigiani capaci di resistere a anni e anni di carcere, a torture e solitudine, si dividono, si spezzano amicizie. Non importa, non importa, mi dico. Mi piace stare qui a bere mate con Maria Elena, donna grandissima, con Cholo, con la loro figlia Raquele che freme per sapere se vincerà il concorso del Carnaval, con la zia che mi passa la calavasa. Non mi importa se le scelte della politica separano. Mi piace stare in questa minuscola casa di Bella Union a bere mate, come mi è piaciuto stare un paio d’ore nella chacra del Pepe e di Lucia nella periferia di Montevideo. Io sono fuori da questa storia, non ho un passato in questa terra, posso solo voler bene a questi uomini e queste donne.

In questi giorni di Uruguay ascolterò le mille difficoltà delle sinistre. Ascolterò critiche spietate ai vecchi compagni diventati presidente e ministri. Oggi, marzo 2020, il potere, torna nelle mani delle destre. Il Frente Amplio, per trentamila volti, ha perso le elezioni. ‘Compañeros y compañeras son tiempo de trincheras‘. Niente di nuovo sotto il sole del nuovo millennio. Ma, voglio credere, Pepe y Lucia da un lato, Maria Elena y Cholo dall’altro, continuano a lottare per un mondo che si vuole migliore. In modo diverso. In territori diversi. Spero, e credo, con la stessa anima. Maria Elena, a 74 anni, con guai di salute di ogni tipo, continua a pensare alla sua gente del barrio Laminas, il più povero di Bella Union. Continua, assieme al Cholo, a credere nelle sfide di ogni giorno.

El Cholo mi mostra una frase di Raúl Sendic:

Si no ponemos a discutir sobre nuestras diferencias, nos podemos pasar toda la vida discutiendo. Si nos pensamos a trabajar sobre nuestra coincidencias, vamos a pasar toda la vida trabajando’.

 ‘Affrettati a ritornare’, sorride Cholo. Il tempo…come vorrei, come vorrei…

 

 

 

 

 

 

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