E’ finito lo shampoo…

Barra de las Valizas

E’ finito lo shampoo. La bottiglietta di plastica è rimasta nella stanza 33 del hostal Circus di calle Treinta y Tres (ehi, andateci, è un posto magnifico dove passare i giorni e le notti). Spero che le regazze che rifanno le camere, la buttino fra i rifiuti reciclabili (lo fanno, lo fanno).

E’ finito anche il dentifricio Colgate. Ce n’è ancora un poco, per la verità.

Appena arrivati a Montevideo avevamo comprato shampoo y dentifricio in un ramo general. Un negozio che vende ‘tutto’, insomma. Era bellissima la tienda vicino al porto. Gli amici ci mettevano sull’avviso: fate attenzione nelle cuadras attorno al porto. Sì, avevano un aspetto malandato. Sono deserte. Davanti ai portoni sfioravi la gente della strada. Non ti guardavano nemmeno passare. Erano malmessi. Avevano scelto un cammino per un inferno personale. A volte, rimediavano una sedia e allora sedevano con le braccia appoggiate sulle gambe. Senza un pensiero. A volte, aspiravano qualcosa di schifoso. Benzina o pasta base. A un passo dalla statua di Garibaldi, un uomo si era costruito un vero capanno. Ma ho amato (e amo) molto la decadenza superba della Ciudad Vieja. Credo che vorrei vivere qui, attorno a plaza Matriz, se decidessi di rimanere un tempo nella capitale dell’Uruguay.

Ma non volevo raccontare di questo, adesso è finito lo shampoo e il dentifricio.

Ho cambiato la sim del cellulare.

Ho sistemato l’ora sul fuso europeo. Erano le 16 e 57 fino a un secondo fa. Ora sono le 20 e 57.

Accadono, i ritorni.

E l’aeroporto di Venezia è chiuso. Ci sono italiani al check-in. Scelgono tutti la prigionia. La maniera di raggiungere Venezia o Milano. Io, in cerca di altri pensieri, sistemo le foto della marcha de las mujeres. Ho un biglietto per Firenze. Aspetterò dodici ore a Madrid. Forse passerà Lucho a salutarmi.

Poi so che raggiungerò San Casciano. Forse farà freddo. Oramai il mese dell’inverno è marzo. Dovrei impararlo se ci sarà un’altra occasione di viaggiare. Non ci sarà internet. E non potrò andare alla Casa del Popolo. Dovrò andare alla Coop a fare spesa. Quale spesa?

Ecco, ora si parla del virus, il ‘virusquello’ che sta diventando per me, come lo è per voi da molti giorni, il ‘virusquesto’.

Paura. Sì, paura.

Di ammalarsi, di far ammalare. Di un mondo che si crepa. Leggo scambi violenti di parole al Sud: denunciate chi è tornato a casa. Caccia alle streghe. Specchio di una irresponsabilità, temo. Penso a quando mi vedranno arrivare nella Città Antica con il mio carico di valige. Vengo da una zona free, ma ci sarà un pensiero irrimediabile. E quanto rimarrà free la mia città? Il ‘virusquesto’ ci può rendere migliori, ci può rendere molto peggiori. Come nelle trincee di una guerra. Generosità e vigliaccheria.

Avrei avuto più coraggio a rimanere all’altro capo del mondo? O sto avendo più coraggio a incamminarmi verso il mio paese? O, forse, è paura in entrambi i casi?

Ho guardato un film in aereo. Scandalo. Ho tirato fuori un libro per trovare spunti per qualcosa che voglio scrivere. Non ho voglia di scrivere, vorrei raccontare il paesito che, come sempre, ha lasciato cicatrici sulla mia pelle. Voglio farlo, voglio raccontarlo, non so se riuscirò a farlo. Ho scelto alcune foto dei ragazzi del caffè 11.11. Il comandante ci dice di allacciare le cinture di sicurezza. Non posso andare a fare due passi. A bere. Dormirò un po’. Sedili stretti come in seggiovia. Non c’è un metro di distanza. Forse da me stesso.

Poi Rick fa un piccolo gesto con la testa e l’orchestra comincia a suonare la Marsigliese. C’è bisogno d’altro? Dicono che anche la lacrime trasmettano il virus. Non importa, non importa.

Pensieri confusi. Scrivo per me. Alla fine dico a Lucho di non venire a trovarmi in aeroporto: ho paura io e temo per lui, qui sono in mezzo a troppe persone. Non ci saremmo potuti abbracciare. E io e Lucho amiamo gli abbracci.

Aspetto.

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