Uruguay/La dolce illusione di Cabo Polonio

Playa Calavera

La ragazza francese ha un invisibile orecchino al naso e una timidezza nascosta dai suoi desideri.

Non è una brava cameriera. Confonde il menù del Viejo Lobo, locanda strampalata di Cabo Polonio, e se deve scegliere fra zucchero e sale, assaggia con il dito. Ma tutto le si perdona. Come sarà arrivata in questo luogo lontano e celebre? Un tempo i suoi abitanti erano solo marinai scaraventati qui da una tempesta, eredi di naufragi, montanari oceanici arrivati dalla Azzorre. Cabo Polonio è uno scoglio di granito che sfida, con spavalderia, le onde dell’oceano e i venti australi. Un promontorio – incanto in estate, insopportabile in inverno – dove in molti hanno sognato di costruire una ‘terra di utopia’. La ragazza è arrivata qua seguendo istinti ribelli e qua ha trovato il modo di lavorare, per guadagnare i soldi per proseguire il suo viaggio. Cosa penserà dei suoi sogni perduti e instancabili di questo luogo e dei suoi vecchi abitanti?

Playa Sur

Vi scrivo subito cosa mi ha detto un amico uruguagio, un’artista, Juan Carlos, quando gli ho raccontato di essere stato al Cabo: ‘Il Polonio, ah…un bel posto… ma non è vero. Polonio è la chimera dei romantici. Non sono nemmeno anarchici, non lo sono mai stati. Pensano di essere trasgressori, ma non troppo’. Così le carte sono tutte sul tavolo. La ragazza francese e un artista uruguagio di mezza età. Io, da parte mia, ho passato tre giorni belli al Polonio. E’ capitato che qui abbia compiuto gli anni. Un compleanno con l’oceano, il vento, i lupi e leoni di mare a festeggiarmi. Con scogliere, dune mobili di sabbia, via lattea, luna piena, un buon hostal (Lo de Marcelo, vale la pena), candele alla notte, prezzi cari per mangiare, plancton notturno che illumina le onde notturne (e in spagnolo ha un nome bellissimo: noctilunas. Non lo dimenticherò. E’ davvero l’utopia il Cabo? Possiamo giocare un po’ con le parole, almeno per un’altra volta nella vita.

Perros di tutti

Mi scrivono Milton y Silvana. Il Cabo non lascia indifferenti, è un tatuaggio sulla pelle, non puoi cancellarlo, ti rimane addosso anche dopo anni e anni. Milton vive in Italia da decenni, ma appena sa del mio passaggio per il Polonio si affretta a lasciar correre la sua nostalgia: ricorda ‘giorni meravigliosi di un’altra vita’, passati su questo scoglio, ‘quando non vi era nessuna elettricità’. Il viaggio a Polonio fu una delle resistenze di Silvana negli anni cupi della dittatura. Era una ragazzina: ‘Camminammo per tredici chilometri pur di conquistare un frammento di libertà. Resistevamo, suonavamo la chitarra, cantavamo attorno al fuoco’. Era giovanissima, Silvana. Racconta che si sposò pur di poter viaggiare al Polonio assieme al suo compagno di allora. Ho una proposta, per tutti voi: torniamo tutti al Polonio per una festa ai nostri anni? Per una gratitudine a ciò che ci ha donato per una manciata di giorni della nostra vita?

Hostal

Vietato l’accesso alle auto, al Polonio si può andare a piedi. A cavallo. Ma tutti (quasi tutti) saliamo su un camion da safari (mi raccontano che fu un francese a pensare a questo affare). Sei dollari a testa. Corse-sobbalzi ogni ora. Fino alle otto di sera. Prendiamo l’ultimo camion all’ingresso del Parco. E’ già notte. Strada di sabbia, sfioriamo l’oceano, mezz’ora di cross, intuisco una brughiera marina, la risacca potente delle onde, alla fine appaiono le luci delle candele. E’ l’illuminazione del non-paese. A vedere da lontano, le locande e le case del Cabo assomigliano a un altare orientale dove sono accese cento fiammelle oppure a un cimitero notturno dove danza una scenografia di lumini. Contenitori di plastica proteggono le candele dalle folate di vento. Si intravedono i volti arrossati di uomini e donne. A guardare i miei compagni di viaggi, invece, ho la sensazione di essere arrivato in una colonia hippy degli anni ’70. E un po’ è così. E’ ostinata la gente del Polonio: vendono orecchini e collane, artigianato di conchiglie, affittano le loro case di legno, aprono caffè e luoghi di musica. C’è perfino un museo (‘sensoriale’, ovviamente) e una microlibreria estiva. E’ una comune di altri tempi. Ma ci sono anche posadas da più di cento dollari a notte. E case bianche progettate da architetti dal bel disegno dove avvocati e notai di Montevideo passano al massimo due settimane all’anno. E poi c’è una geografia di hostales dalle pareti multicolorate. Nei dormitori (sei letti stretti stretti), appena fuori stagione – bellissime le primavere e gli autunni – ,ci vogliono poco meno di dieci dollari a notte. Il mercato diversifica e divide anche al Cabo, ma la sua bellezza accomuna tutti. Una volta tanto non è negata ai poveri.

Guardare los lobos

Leggo che il comandante Giuseppe Polloni (o Joseph Pollony, non sono riuscito a capire di che nazionalità fosse) ha dato, involontariamente, il suo nome al Cabo. Un paradosso: era un marinaio esperto, dicono, ma fu capace di naufragare in una calma notte di fine gennaio del 1753. Piena estate australe, oceano tranquillo, ottima vista. Ma Polloni, salpato da Cadice mesi prima, quella notte era ubriaco. Come lo era il suo vice, José de Arturo. E anche il suo primo pilota. Una nave allo sbando, dunque, anche se a bordo avevano trecento persone. Oggi alcuni storici insistono: Polloni era un contrabbandiere, aveva riempito le stive della sua nave di vino e alcolici. La nave si incagliò e solo dopo sei giorni, l’oceano riuscì a spezzarla: nel frattempo il comandante aveva recuperato il suo carico. Una storia ambigua che, in qualche modo, deve essere piaciuta per dare il nome di Polonio a questo promontorio. Il naufragio di Giuseppe Polloni ha contribuito alla sua leggenda.

El Cabo

Al mattino, Cabo Polonio è una meraviglia. In questi giorni di fine estate è il luogo che sempre hai sognato. ‘Qui voglio vivere’, pensi senza sapere cosa sono gli inverni. La piazza è una radura fra baracche-negozio e baracche-hostal. Non trovo la parola: non sono baracche, sono case in legno costruite con quanto si poteva trovare nei dintorni. Con quanto il mare ha portato a riva. Fino a pochi anni, nessuno aveva l’elettricità. Oggi ci sono pannelli solari e qualcuno azzarda generatori. L’acqua, mi raccontano, viene raccolta durante le piogge o proviene da una laguna vicina. Bea, trent’anni fa, lasciò il suo lavoro in città e venne qui. Non se ne è più andata: oggi coltiva un orto, e produce oli essenziali, saponi, tisane. Alcuni si curano con le erbe. Ci sono dei pozzi, acqua dolce a poca profondità. Per questo è sempre stato possibile vivere qui. I primi abitanti erano davvero gente delle Azzorre. Poi vi rimase chi era naufragato sugli scogli del Cabo. Erano soprattutto marinai italiani, quasi tutti liguri.

Il faro

Il grande monumento del Cabo è il faro: sembra sorgere dagli scogli di granito. Alto ventisette metri, cento e ventitre scalini per raggiungere la lanterna, una torre senza un castello, costruito nel 1881: i naviganti lo riconoscono per i suoi dodici secondi di luce e i dodici secondo di buio. Il cantautore uruguagio Jorge Drexler, leggo in un bel libro, ‘Il paese dell’utopia’, di Leonardo Martinelli, una notte, fu affascinato dal gioco del faro e scrisse: ‘Passo dopo passo/andavo dietro a quel battito di chiarore/la notte chiusa, appena si apriva/ritornava a chiudersi’. Drexler è l’autore della colonna sonora dei Viaggi in motocicletta di Ernesto Guevara. L’oscurità, a Polonio, è perfetta. Conta più dei dodici secondi di luce. In questo frammento del tempo la notte è illuminata dalle stelle, dalla danza della luna, dalla via lattea, dalle luminescenze marine del plancton.

Los lobos, los leones

Dal mare, arrivano delle grida. Dei ronfi di voce. Canti di gola. Poi dei barriti rauchi. Quello scoglio, laggiù, al confine con le onde…cerco di mettere a fuoco, quello scoglio si muove, rotola su stesso, cerca di alzarsi, avanza con salti di pancia. Le pinne funzionano da punto di appoggio. I corpi sono lucidi. Non è pietra, sono lupi di mare, leoni dell’oceano che si contendono un posto al sole. Mi racconteranno che gli animali sdraiati su questa punta di granito sono gli ‘sconfitti’: sono coloro che hanno perso la battaglia per uno posto sull’isola di pietra in mezzo al mare.

Fino agli ’90, il Polonio, nelle stagioni di caccia, diventava rosso-sangue: i lupi e i leoni venivano uccisi a bastonate. Ora, da quasi trent’anni, il massacro è finito e i barriti degli animali sono una colonna sonora che mai si spegne. I pescatori sono inquieti: lupi e leoni, dicono, si cibano dei pesci e loro sono costretti ad andare sempre più al largo per pescare. Equilibri naturali del Cabo. I censimenti avvertono che qui vivono poco meno di cento persone tutto l’anno. In realtà sono meno di cinquanta, mi raccontano. E fra di loro ci sono stati e ci sono ancora personaggi leggendari. Zorro che mise su un bar con musica strappa-malinconie. Pancho Blanco che arrivò qua, con moglie e figli, nel 1989, in un giorno di tormenta: dopo qualche anno, la sua donna se ne andò e lui costruì la fantastica Estación Central, discoteca del Polonio, e i pescatori del Cabo si avvicinarono affascinati dalla musica dei Cult. Pancho ha dipinto, sul muro del suo locale, la sola targa stradale del non-paese: ha dedicato la via principale del paese a Pepe Mujica, amato ex-presidente dell’Uruguay. Ha perfino fatto affrescare un muro della sua discoteca con il ritratto di Pepe, pacioso e sorridente. Un altro Pancho è proprietario del fantastico almacen del Templao. Per anni e anni è stato l’unico negozio, un ramo general, una tienda dove puoi comprare tutto. Vende verdure, pasta, scatolette, biscotti, bevande, Fernet, birra, chiodi, teli impermeabili, calzini, cappelli parapioggia. E’ una sorta di magazzino immaginato nei film western. C’è un manifesto di Gandhi. Adesso c’è anche un altro almacen, più vicino alla piazza, vi è concorrenza ora: e qui ho mangiato la miglior empanada di carne dei miei giorni uruguagi. Attilio, invece, era un pittore: si devono a lui quasi tutti gli affreschi che colorano le case di legno del Polonio.

El Templao

 

Il paese

Come avrei voluto passare del tempo con i Calimares, la famiglia più antica del Cabo. Leggo nel libro di Leonardo Martinelli che hanno lontane origini liguri: si chiamavano Cadimare, discendenti di quei marinai che fecero naufragio su questi scogli a metà ottocento. Celia Chela Calimaris, a sette anni dalla sua morte, è ancora ben viva nel cuore della gente del Cabo. Una mujer del Uruguay profundo, scrivono. Sposò un uomo di ‘una stirpe di pescatori, cacciatori di lupi marini, guardiani del faro’. Un racconto, una storia alla Macondo, scritta su grandi cartoni-manifesto, affissi accanto alle verdure del Templao. Celia era ruvida, barricadera, gentile come lo può essere una donna dell’oceano e della solitudine, una donna ‘austera, solidaria, orgogliosa della sua terra’. Raccontano che amasse la poesia, che scambiasse parole con il poeta gaucho Wenceslao Varela. Era la panettiera del Cabo, lavorava la maglia, aveva fabbricato scarpe con la pelle dei lobos. Imbattibile alle carte.

Pepe

Ho intravisto uno dei figli di Celia, Joselo. Un uomo di sessanta anni, dai lunghi capelli bianchi ribelli alla sua calvizie. Diventato cieco, brusco, allegro, popolano. Gestisce un bar che appare un nascondiglio segreto in mezzo a una boscaglia di piante selvatiche dalle foglie immense. Ha una voce da leone marino. Siede per terra mentre, all’alba, aspetta con noi il camion che deve condurlo verso una visita medica. Tutti lo salutano con un grido. Non ho assaggiato, che peccato, il suo butiá, distillato di una palma che cresce solo nel cono sur del latinoamerica.

Valiza

Al mattino presto ci incamminiamo nella mezza luna infinita della spiaggia della Calavera. Le onde, piccole, lunghe, irrequiete anche nei giorni di bonaccia, non si fermano mai. Il bagnasciuga è una distesa di frammenti di conchiglie. L’orizzonte sono dune mobili smosse da venti incessanti. In Uruguay hanno ironia: una umile altura di scogli diventa il cierro Buena Vista, confine orientale del Cabo. Una costa di sabbia e granito, oltre questa punta oceanica, conduce al villaggio di Valiza. C’è un fiume da guadare. Ci sono ragazze che scivolano sulla sabbia, uccelli che zampettano in cerca di prede, pescatori in attesa, barconi ancorati alla spiaggia. A Valiza c’è la corrente elettrica, arrivano i bus, ci sono le auto. Strana sensazione, Valiza è bella, ma viene la voglia d tornare subito al Cabo. Una volta sfiorato il paradiso non se ne può stare distanti.

Playa Sur

L’ultimo tramonto. Dalla scogliera che ferma la sabbia della playa sur, protetta dai venti. Oceano senza una sola increspatura. La luce fa balzare la bellezza sulla tua pelle. Tremiti di una gioia sottile, mischiata alla malinconia: sai che te ne andrai, che tutto ha una fine. Le onde diventano uno specchio color indaco, un riflesso di un cielo che mai hai visto altrove (almeno così). I ragazzi si siedono. Sono increduli, innamorati, privi di ogni parola, si prendono per mano, vogliono fermare il mondo. Non ci riusciranno, nemmeno al Polonio può accadere, ma è così emozionante coltivare un’illusione, un’utopia, un desiderio.

Il viejo lobo

Poi appare la ragazzina francese, che mai riconoscerei se la reincontrassi, con il suo orecchino alle narici e la sua gentilezza inavvertita. Sposta la candela, cerca di leggere il menù. Azzardo le polpette di alghe e un riso con frammenti di pesce. ‘No se vive tan mal, no?’, mi dice un fotografo argentino. ‘No, no es tan mal’, rispondo senza guardarlo, vedrebbe i miei occhi lucidi. E alzo il bicchiere con la birra. Come diceva Celia? ‘Yo en el poquito me basto‘. E, per una notte, gioco anch’io all’illusione del Cabo.

 

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