1972

Mi accorgo di compiere un gesto di mio padre. Quando doveva fare qualcosa con le mani, qualcosa che gli appariva impegnativo (ma, in realtà, erano cose semplici: chiudere il barattolo della marmellata, avvitare una vite, allacciarsi le scarpe…), tirava fuori la lingua e l’allungava fino alla base del naso. Il collo si irrigidiva nello sforzo. Gli occhi si rimpicciolivano, fissi su quanto stava facendo. Era il suo modo di concentrarsi. Ho un ricordo nitido di mio padre in questi istanti: mi appariva come un uomo massiccio, la testa grossa e senza capelli, le spalle forti, un po’ curve. Quando affrontava questi momenti, stava sempre in piedi, come un pugile, i piedi ben piantati alla ricerca di un buon equilibrio.

Davanti allo specchio, soprattutto al mattino, anche io ripeto quel gesto. Solo che la mia lingua incontra i baffi, che lui non aveva. Avverto un prurito leggero. Più di lui stringo le labbra e devo spingere con forza la lingua per convincerla a uscire dalla bocca. Fatico a raggiungere il naso. Per molto tempo, non ho mai avuto la consapevolezza di stare ripetendo un gesto che avevo osservato da bambino. All’improvviso, in questi giorni, mi sono reso conto di assomigliare a mio padre, almeno in questo. Chissà se vi è un qualcosa di genetico in questa piccola azione. Oppure mi è solo rimasta nella memoria. Ma allora perché non grido: ‘Maiali’, come, a volte, lui faceva mentre si prendeva una pausa durante la rasatura del mattino? Faceva un solo urlo, poi guardava la sua immagine nello specchio. Quando, una volta lo sorpresi, ci guardammo senza dirci niente, un incrocio di occhi intimorito fra un uomo e un ragazzino.

Il ricordo di mio padre, in questi giorni, è diventato insistente. Una catena di piccoli episodi mi ha riportato al 1972. Mezzo secolo dopo, mi sono reso conto di quanto è accaduto nel 1972. Credo davvero di aver rimosso quell’anno così lontano che, ora ne sono quasi certo, fu così importante nella mia vita: quei mesi decisero il mio destino per gli anni a venire. In quell’estate, come anche oggi, non avevo alcun programma. Allora era più semplice di adesso: potevamo decidere di partire all’improvviso, non vi era alcun bisogno di prenotare aerei o treni, campeggi o ostelli. Bastava andare. Non accadeva spesso, ma era possibile. A luglio avevo finito gli esami di maturità. Ricordo, ma non potevo saperlo – ero già seduto davanti ai commissari -, che mio padre venne a scuola, mentre mi facevano domande su Italo Calvino e sul diritto di sciopero. Sapevo che era lì, ma non potevo vederlo, era una sensazione che attraversò il mio corpo mentre vi era ancora silenzio fra me e gli esaminatori: avvertii il suo respiro alle mie spalle, era stato attento a camminare con leggerezza; lui, un uomo pesante, che aveva il passo di un militare. Forse, perché certo della sua presenza, azzardai risposte sopra le righe alle domande di chi mi stava esaminando. Una professoressa mi conosceva bene, alzò gli occhi perplessa e, con uno sguardo, mi invitò alla calma, ad abbassare la voce, ma io giocavo su un terreno sicuro: ero il migliore della classe. Feci un esame politico, quasi un dire teatrale perché mio padre sapesse. Quando, alla fine, mi alzai, lo vidi. Era in piedi nella luce della porta, la plastica di un edificio prefabbricato non rendeva giustizia alla sua posa quasi statuaria. Abbassai gli occhi, gli rialzai, lui fece un passo indietro. Io camminai con imbarazzo, un compagno mi toccò la spalla, mio padre mi fece passare e facemmo tre metri lungo il corridoio. ‘Quante sciocchezze hai detto’, disse. Ma sapevo che voleva dirmi che era orgoglioso di me. Era il suo modo, entrambi guardavamo per terra. Io rimasi in silenzio. Poi non ricordo più niente. Forse uscimmo, forse no. Lui, alla fine, sarà risalito nella macchina dalla carrozzeria verde-scuro. Non so se andai in mezzo ai miei compagni, se rimasi ad ascoltare gli esami dei miei amici, se andai via con lui. Ricordo la gran luce, quasi fuori gamma, del cielo e le pareti da container della scuola. A volte vi passo davanti ancor oggi e non mi fermo. Ma gli occhi si impigliano nel cancello e mi guardo mentre fingo allegria con i miei compagni.

Pochi giorni dopo – eravamo stati tutti promossi -, una professoressa mi spiegò che avevano dovuto abbassarmi un po’ il voto. Per poter promuove tutti. Non mi importava, ero indifferente, lontano. La mattina dopo ero a casa, a Firenze. Da solo. Sporco, annoiato, tranquillo. Mia madre doveva essere in campagna. Era piena estate. Ho questo ricordo (non so mai se quanto rammento sia la verità, ho creato un mondo mio, un passato mio, diverso dalla realtà): sono seduto sul davanzale della finestra, abitavamo in una grande casa al piano terra di una strada residenziale. La mia famiglia aveva raggiunto, con determinazione, la certezza di una borghesia professionale, abbastanza agiata. Non eravamo una famiglia felice. Non eravamo una famiglia. Sento ancora i silenzi pieni di astio e le grida dei litigi. Quella mattina stavo lì, sfaccendato, la schiena appoggiata allo stipite della finestra. Non facevo nulla. Non accadeva nulla nella strada. Ero a gambe penzoloni da quella finestra. Passò, inatteso, un vecchio amico. Era su una Fiat 500 rossa. Mi vide, si fermò. Parcheggiò malamente. Scese. Si avvicinò, il suo naso era all’altezza del mio piede. Sapevo già che stava per partire. Lui confermò: ‘Domani andiamo in deserto’. Forse disse: ‘Andiamo in Africa’. Oppure: ‘Andiamo in Tunisia’. Io risposi a un invito che non aveva fatto: ‘Vengo con voi’. ‘Dovevi pensarci prima’. Me lo diranno un milione di volte nella mia vita. Quella volta, il destino decise di essere comprensivo. Il giorno dopo, su quella Fiat 500, eravamo in tre, in viaggio verso il Sud. Un piano demenziale, un andare sgangherato: prima sosta a Civitavecchia (a salutare un amico), poi Tropea (notte sugli scogli) e, infine, credo che davvero arrivammo a Trapani, dove la macchinetta rossa volò nel cielo: a quel tempo, imbracavano le auto in una rete di funi, allo stesso mondo sollevavano, con una gru, le casse, le merci, le armi, e le depositavano nella pancia della nave. Al mattino successivo (notte di vomito nelle camerate, con tunisini che sapevano di sudore e i letti dall’odore di marcio) ero con i piedi nella mia prima Africa. La Fiat 500 volò di nuovo, sbarcò e si ritrovò sulla banchina. Riprendemmo il viaggio. Allora non c’era bisogno di visti, quasi non ci guardarono i passaporti, puntammo ancora a Sud, senza sapere bene dove stavamo andando.

Sì, quel viaggio, poco meno di due mesi, attraversò il deserto (un deserto facile, facile) e tagliò obliquamente l’Algeria. Solo un paio di volte la polizia si incuriosì di noi. Risalimmo fino al Mediterraneo dove avremmo voluto incontrare le Pantere Nere (vi avevano trovato rifugio, in fuga da New York; forse c’era anche Jerry Rubin, non ancora convertito alla finanza), ricordo che mi piacque molto Orano, passammo la frontiera con il Marocco, ascoltammo Max Roach a Tangeri, mi presi sberleffi in faccia a Marrakech per la mia ingenuità nei mercati, vidi l’oceano e le vasche colorate e puzzolenti di Fès. Tornammo in Italia costeggiando il mare. Bucammo una gomma all’ultimo giorno. Tornammo tutti vergini, parlo per me. Tenni un diario, che ho perso. Arrivai di notte, la casa era vuota, i miei genitori dovevano essere ancora in campagna. Al mattino, mio padre mi svegliò sorprendendomi nel letto della loro camera e non mi disse niente. Forse scosse la testa: ‘E ora?’. Sapevo che era felice di vedermi. In due mesi, avevo mandato tre telegrammi. In quelle settimane ero stato toccato da un desiderio, ma non lo sapevo e già allora lo ignorai. La mia vita sarebbe stata diversa senza quel viaggio così folle.

Giorni fa si sono incrociati messaggi. Un invito, quasi una convocazione. Una cena di classe. Una cena della V° B, ragioneria. Già, io sono un ragioniere, quell’esame a cui assistette mio padre era la fine di una scuola tecnica. Nessuno cultura classica, i miei amici delle medie, ragazzi di buone famiglie, erano andati al liceo; io venni iscritto a ragioneria. Mio padre voleva lasciarmi in eredità il suo studio da commercialista. Furono anni belli, quelli della scuola. Ricordo le occupazioni, le manifestazioni, la musica e la voglia di ridere.

Con quasi tutti i miei vecchi compagni della V° B, non ci vedevamo da quarantasette anni. Qualcuno lo avevo intravisto in maniera fuggevole. Avevo dei brutti presentimenti, pensavo: sarà una malinconia ritrovarsi nel tempo della vecchiaia. Ma poi Mario mi aspettava nel parcheggio. Elegante, giacca e cravatta. Senza capelli. Ora so che era Mario, ma quando mi aveva salutato non avevo idea di chi fosse, lui mi aveva riconosciuto al volo: ‘Cicci..’. Chissà perché mi ha chiamato con il soprannome usato dai miei compagni della palla-a-canestro. Come poteva saperlo? Finsi di riconoscerlo. Mario, da ragazzo, aveva i capelli crespi, scurissimi, credo che fosse di origine siciliana. Uno scugnizzo, lo ricordavo così. E ora è un commercialista provetto e senza smartphone. Ma non voglio raccontarvi di questa cena, che è stata allegra, felice, priva di pensieri. E’ che questi uomini e donne dimenticati per quasi cinque decenni hanno riaperto lo scrigno del 1972. Di quell’anno del viaggio nel Nord Africa. E della morte di mio padre. E di Costanza.

‘Eri il suo amore’, mi scrive Vanni. E a cena, abbassando un po’ lo sguardo, mi confessa: ‘Tu andasti in Africa, Costanza rimase sola. Per un mese, sono uscito con lei. Poi sei tornato e lei è venuta da te’. Davvero è andata così? Dove diavolo ero con la testa e con il cuore? Costanza era bella. Bionda e mediterranea, allo stesso tempo. Due anni più giovane di noi. A scuola tutti la guardavamo. Adesso anche Stefano mi rivela di averci provato. Ho una sua foto. Stretta nei jeans, una camicetta, seduta su un muretto. Le sue labbra erano grandi, vive. Ci eravamo conosciuti durante un corteo. La polizia ci aveva aggredito, voleva impedirci di raggiungere le Murate, il carcere fiorentino che, allora, era nel centro della città e dove erano detenuti dei compagni. Furono lanciati lacrimogeni. Io e Costanza ci trovammo mano per mano, corremmo, saltammo le aiuole di piazza Beccaria e ci infilammo sotto una saracinesca che stava abbassandosi. Era una farmacia, ci accucciamo dietro al bancone e lì rimanemmo, uno accanto all’altra, per un bel po’ di tempo. Non abbiamo fatto all’amore. Io non sapevo nemmeno come si faceva e sì che avevo diciotto anni o giù di lì. Ma ricordo le sue tette, una sera, nella mia stanza. Doveva esserci una luce (la luna, un lampione) che illuminava il suo corpo da una finestra. Aveva un neo, Costanza? Sì, credo di sì. Una volta, a casa sua, sua madre la vide uscire dalla sua stanza con i vestiti all’aria. Mi chiamò e non ricordo bene cosa mi disse. Furono parole di ghiaccio, ma non mi sembrò arrabbiata. Non mi cacciò di casa. Forse disse solo di stare attenti, e aggiunse qualcosa che suonava così: ‘Non voglio vedervi come se vi foste rivestiti in fretta’. Perché non ho amato Costanza? O, forse, l’ho amata come tutte le donne: senza saperlo e senza farglielo sapere. Oggi scopro l’assenza di Costanza. La cerco su facebook, non ci scrive da tre anni e allora postava foto di cani e di atleti paraolimpici. Le scrivo. Nessuno risposta. Chiedo a uno che, fra i suoi ‘amici’, ha lo stesso cognome: mi dice che le ha mandato un messaggio, ma non ha ricevuto risposta. Penso: Costanza non vuole saperne di un passato che mi è improvvisamente riapparso davanti. Quando mio padre morì, io l’avevo appena lasciata. Fui io a lasciarla perché stavo dietro a un’altra ragazza? Andò davvero così? La lasciai mentre tornavamo in motocicletta, un Gilera 150, dalla casa di campagna dei miei genitori. O, forse, era un’altra ragazza. Molto tempo dopo (ma allora ci rivedemmo?) mi disse che aveva pianto per tutto quel viaggio in moto. Vanni insiste: ‘Eri tu il suo amore’.

Il 28 di novembre Greta deve andare a fare una denuncia ai carabinieri. Ha smarrito il bancomat. Il commissariato sta in piazza Ognissanti. Greta è mia figlia, l’accompagno. Non la vedo spesso e avevo voglia di stare un po’ con lei. Attraversiamo il nostro quartiere, San Frediano, e il ponte sull’Arno, giriamo a destra, piazza Ognissanti. E, ancora una volta all’improvviso, ricollego, ricordo. Proprio oggi…

La grande chiesa di San Salvatore in Ognissanti è quasi invisibile, si camuffa con le case vicine, con la bellezza della piazza. Si è distratti dalle auto, dalla grandiosità del Grand Hotel. Non ha un sagrato. La chiesa faceva parte di un convento francescano. C’è un affresco del Ghirlandaio, si può visitare solo due giorni a settimana. Una parte dell’antico edificio, nel 1972, era ancora un ospedale. Centro di Firenze, appena trecento metri, o poco più, dagli uffici dove mio padre era morto. Morì in quella fine di novembre, nel bagno di un palazzo nobiliare; lavorava per un’azienda vinicola, una storia di marchesi e di vino. Mi avevano chiamato, la voce di Loretta, la segretaria, era allarmata, spaventata, arrivai in motocicletta in pochi minuti, feci in tempo a salire in ambulanza, mio padre era disteso su una barella. Loretta mi rassicurò: ‘E’ cosciente’. Non lo era. Ricordo che sfiorai la sua mano. Stava morendo e io non potevo farci niente. La corsa fu brevissima. Lo vidi sparire in un pronto soccorso. Dopo un po’, un’ora? forse meno, uscì un giovane medico. Che sapeva di stare parlando a un ragazzo. Mi consegnò una fede, un portafoglio, gli occhiali, alcuni oggetti che mio padre aveva nelle tasche. Mi chiese se sapevo che malattie avesse avuto. Gli dissi di un infarto e dell’occhio di vetro. ‘Verificheremo’, disse lui. Poi mi spiegò che aveva avuto un’emorragia cerebrale (non so che parole usò): ‘Lo portiamo in rianimazione’. Avvertii per telefono, a gettoni, mia sorella. Sentii, nel corridoio, gli urli di mia madre, non so chi l’avesse avvisata. Arrivò la gente dell’ufficio. Io mi rimpicciolii. Mio padre morì cinque giorni dopo. Una sola volta mosse la testa, fu il solo gesto di vita che intravidi in quelle ore. Piansi una sola volta. Sulle scale del suo ufficio. Un suo vecchio amico, un avvocato grosso e simpatico, girava sempre con un farfallino nero e aveva i capelli in disordine, mi aveva chiesto come stava e io piansi sul suo cappotto. Corse una giovane donna e mi chiuse in una stanza, mi portò un bicchier d’acqua. Mi ripeté: ‘Non c’è nessuno, non c’è nessuno, non ti preoccupare’.

Al funerale apparve Costanza. Era accompagnata dal suo patrigno. La portò vicino a me e disse: ‘Stai un po’ con lui’. E sparì. Poi io venni avvolto dalla mia famiglia, avevamo una scena da recitare, la recitai, credo che qualcuno approvò con un cenno della testa mentre vigilava sui miei gesti. So che c’erano i miei amici, ma uno sbarramento di uomini in grigio non mi concesse ai loro abbracci. Non rividi Costanza, non la rividi mai più da allora.

Sai, Gri, sono contento di essere capitato ‘per caso’ nella chiesa di Ognissanti in questo giorno di novembre. Non la ricordavo così bella. Dovrò, dovremo tornarci per vedere l’affresco del Ghirlandaio. Un lunedì. Tuo nonno morì senza aver mai ripreso conoscenza, lì a fianco della chiesa. Vado davanti al suo ingresso, c’è un cancello nero chiuso. Oggi ospita gli uffici di un presidio sanitario. Tocco il ferro della cancellata. Non ricordo il giorno in cui avvenne il funerale. La chiesa era gremita. Ricordo che attraversai tutta la navata per raggiungere, nella prima fila, tua nonna. Per fortuna non vidi i saluti fascisti che qualche amico di tuo nonno fece all’uscita della bara. Sì, tuo nonno aveva combattuto, da volontario, tutte le guerre del fascismo, compreso l’ultima, quella della repubblica sociale. Venne ferito dalle parti di Parma e catturato. Volevano fucilarlo, ma fu salvato, mi hanno raccontato, da una partigiana che depose a suo favore. Ritornò al paese, Tavarnelle, solo nel 1948. E il paese, comunista, lo accolse con una cena in piazza. Il tuo bisnonno era molto amato, aveva aperto il primo cinema (c’è ancora: l’Olimpia) di Tavarnelle e, se mio padre, aveva salvato lui ai tempi del fascismo (il tuo bisnonno si definiva anarchico), lui rassicurò i paesani su mio padre. Avrei dovuto raccontarla questa storia, ho fatto anche dei timidi tentativi, ma non ho insistito e chi conosce quella storia è morto da tempo…c’è anche una nonna di tuo nonno, che morì di parto a venti anni…ogni volta che vado al cimitero, mi fermo un momento davanti alla sua lapide. A volte penso, con banalità: se la tua bisnonna avesse perso quel bambino e avesse continuato a vivere; se quella partigiana non avesse salvato mio padre; se…

Non ho avuto pensieri nel rientrare in quella chiesa. Ho acceso solo un lumino, l’ho guardato mentre uscivo dopo che mi hai raggiunto. Un ragazzo nero, grande e grosso, è entrato, ha lasciato il suo zaino su una panca e si è inginocchiato, la testa a toccare i gradini degli altari, di fronte a ogni cappella. Quando sei arrivata, lui era ancora lì, seduto sull’ultima panca.

Mio padre morì il 29 di novembre. La sua bara non voleva entrare nel loculo nella cappella di famiglia. Un muratore dette un buon consiglio e promise di fare i lavori necessari gratuitamente. Quel Natale ci ritrovammo tutti assieme: mia madre, mia sorella, il cognato, non ricordo se già c’erano i nipoti. Non credo. Andò male, un pranzo al ristorante, al paese di mio padre. Ricordo, come sempre accadeva in queste occasioni, che litigammo. Il giorno dopo presi la macchina di mio padre e partii, di notte, per la montagna. Per le Alpi, con un amico. Viaggio notturno. Ricordo la bellezza della notte, la sensazione di potenza, la strada illuminata dai fari dell’auto. Due ragazzi con meno di vent’anni, una macchina potente, radio Luxembourg a tutto volume. Arrivammo che erano le quattro del mattino, dormimmo in macchina. Prima di suonare alla casa dove due amiche ci aspettavano. Ricordo che i loro genitori ci trovarono una casa dove stare. Il giorno dopo ruzzolai sulla neve con un’altra ragazza. Finiva così il 1972.

Non mi sono accorto di niente. Fino a oggi. Riavvolgere la pellicola.

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