L’ultimo volo

 L’editoriale del numero di marzo di Erodoto108

Ho preso l’ultimo volo. L’ultimo volo da Madrid. Verso l’Italia, verso Firenze. Mi ha fatto sorridere l’annuncio registrato della compagnia: ‘Vi aspettiamo per il vostro prossimo viaggio’. Non hanno fatto il tempo a cambiare messaggio, avrebbero potuto salutarci: adiós. Quando sarà il prossimo viaggio?

Scrivo queste righe poche ore dopo il mio atterraggio. Sarei potuto rimanere in Uruguay. La compagnia aerea era disposta a cambiarmi il biglietto alla data che avrei scelto. E cosa avrei deciso? Di tornare dopo un mese? Dopo tre? Per la prima volta nella mia vita ho avuto la sensazione di comprendere cosa è stato l’esilio per migliaia e migliaia di ragazzi latinoamericani minacciati dalle dittature degli anni ’70 e ’80. Ne conoscevo lo sguardo, ma non potevo sapere cosa accadeva nella loro anima. Ora, per la prima volta ho compreso, sulla mia pelle e sia pure a rovescio, cosa è abbandonare le proprie case e cercare una salvezza altrove. Questa volta siamo noi, italiani ed europei – la nostra generazione così fortunata (un’Europa senza guerre per noi e per i nostri figli) -, siamo noi gli invisibili, gli appestati, i rifiutati, i respinti. Il mondo scopre tutta la fragilità di un sistema, ne mette a nudo ipocrisie, contraddizioni, superbia, deliri di onnipotenza.

Ho un pensiero improvviso a quanto è accaduto nelle carceri italiane: dodici morti in poche ore, ce ne è voluto del tempo per capire come fossero morti (e le versioni sono ancora, mentre scrivo, frammentarie, reticenti. Si dice: overdose). Ecco, ho trovato osceno che queste morti, effetto collaterale del virus, fossero considerate meno importanti delle centinaia di uomini e donne che se ne sono andate in queste settimane di epidemia. Sì, il virus ci mostra tutta la polvere che abbiamo voluto nascondere ai nostri occhi. Questa rivista, senza pensarlo e senza averne piena consapevolezza, voleva (e vuole, vorrebbe…) mostrare anche quello che è sotto il tappeto. Vorrebbe parlare del viaggio anche a chi è recluso, ancor più adesso che detenuti lo siamo tutti.

Abbiamo deciso che Erodoto deve uscire. Che cercheremo di venderlo, magari lasciandolo davanti alle porte delle vostre case da dove non potete uscire. Vorremmo aiutare i nostri amici librai a portarlo sui davanzali delle vostre finestre. Sono i piccoli gesti che potrebbero valere un’altra vita, un altro modo di vivere assieme i prossimi anni. Abbiamo deciso che questo numero di Erodoto sia quello che avevamo finito di impaginare. Aggiungiamo solo questa pagina. Abbiamo tolto una fotografia a cui tenevamo molto, e scriviamo questo nuovo editoriale. Coscienti di non riuscire a prevedere nulla che vada oltre poche ore. Coscienti che impareremo a ‘stare a casa’, noi che abbiamo fatto del ‘viaggio’, il nostro modo di conoscerci. Abbiamo un animo sereno: il nostro viaggiare era lento, curioso, giocoso, strano. Non ci interessava collezionare luoghi, volevamo che qualcuno ci aiutasse a capire la meraviglia dell’essere umano. Continueremo a farlo, anche esplorando ogni angolo della nostra cucina. Sarà pieno di sorprese. E non rinunceremo a progettare un andare per il mondo, senza farne una nuova religione, solo certi che viaggiare può aiutarci a essere migliori.

A Montevideo, nelle ore di attesa, mentre gli amici ci invitavano a rimanere, ci aprivano le porte delle loro case, mi sono chiesto se rimanere all’altro capo del mondo fosse più coraggioso che andare in Italia? O forse ho avuto più forza nell’incamminarmi verso il mio paese? O, forse, è stata paura in entrambi i casi? Io ho spesso paura. Di cose irrazionali. Del buio, a esempio. Ho bisogno di tempo per sentirmi rassicurato in un luogo. Sono lento. Ho paura? Sì, ho paura. Mentre consegno la carta di imbarco alla hostess, ho paura. Ma lo faccio. Alla stessa maniera attraverso una piazza male illuminata e piena di demoni immaginari. Ho paura? Sì, ho paura. Di ammalarmi, di far ammalare. Di un mondo che si crepa. Leggo scambi violenti di parole al Sud Italia, il mio Sud: denunciate chi è tornato a casa dal Nord, dicono alcuni. Invitano alla caccia agli untori come un tempo era caccia alle streghe. A fronte di una irresponsabilità personale di troppi. Penso a quando mi vedranno arrivare nella Città Antica, la mia città, con il mio carico di valige. Vengo da un continente ancora libero dal virus, ma cosa penserà per chi mi vedrà con lo zaino in spalla e l’aria stanca? Ci sarà un pensiero involontario e irrimediabile. Il ‘virusquesto’ ci può davvero rendere migliori, e ci può rendere anche molto peggiori. Come nelle trincee di una guerra. Generosità e vigliaccheria. Solidarietà o egoismo.

L’aereo dell’ultimo volo era pieno (paura). Pieno di uomini e donne di ritorno da una vacanza. Battute (un po’ nervose, sopra le righe, quasi un esorcismo) sul virus: erano in spiaggia, al sole, mentre leggevano le notizie sul cellulare. All’atterraggio si sono spintonati per prendere le borse come accade sempre per un riflesso incondizionato: scendere per primi…si sono accalcati nella fila, nell’afferrare i bagagli dai nastri, nella coda per uscire (controllo della febbre). Fuori ho visto abbracci per chi tornava. Pensiero involontario agli infermieri, alle infermiere, ai medici che stanno cercando di salvarci la vita.

Ho una bellissima mascherina. Comprata alla marcha de las mujeres di Montevideo. Una moltitudine di ragazze, di donne, in un camino gioioso e arrabbiato, lacrime e sorrisi in corteo. Ho una mascherina zapatista e, dopo un primo imbarazzo, la indosso quasi con orgoglio. Hay que luchar…

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