Incontri in Uruguay/La professoressa di Tacuarembò

Stella, Don Quichote e el gatito

Ho confuso le strade di Tacuarembò, la più grande fra le città de l’interior uruguagio. Ci siamo smarriti in una piccola città e eppure la strada che stavamo cercando aveva un nome famoso. Ma a noi europei il nome di Josè Pedro Varela non dice nulla, eppure dovremmo provare a sapere di quest’uomo dalla vita brevissima: è stato uno degli architetti della saggezza e delle utopie del ‘piccolo paese’. Un combattente senza armi: l’Uruguay deve molto a quest’uomo capace di sognare (e cominciare a costruire) un paese ‘giusto’.

Mentre cerco la strada giusta per la casa di Stella, vi racconto rapidamente di Josè Pedro: era un giornalista dell’800, figlio di una famiglia abbiente, avrebbe dovuto essere un avvocato, ma lui era un poeta che amava la sua terra e si convinse che una Nazione appena nata aveva bisogno di uomini e donne con un buon sapere addosso. In altre parole: i gauchos miserabili delle campagne dovevano imparare a leggere e a scrivere. A 23 anni fondò un’associazione, la Sociedad de amigos de la educación popular, per favorire l’istruzione degli uruguagi. Sognava una scuola paritaria, senza distinzione fra ricchi e poveri. Come sia stato possibile sia riuscito nella sua missione, non riesco a immaginarlo. Riuscì a farsi ascoltare e, nel 1877, venne approvato un decreto che istituiva una scuola pubblica, gratuita, obbligatoria, laica (in un continente cattolico e conservatore). Varela voleva una scuola fondata sulla ‘vita, l’azione, il movimento, l’allegria, l’entusiasmo, l’emulazione’. Era un’impresa da titani in quel Latinoamerica. Nel 1870, l’80% degli uruguagi erano analfabeti; nel 1900, grazie alle riforme di Varela, più della metà del paese sapeva leggere e scrivere. Il sistema scolastico di questo paese è figlia di questo uomo visionario. Varela ebbe una vita brevissima: morì a 34 anni, ma ogni professore, ogni studente, in qualche modo, lo ricorda. E Stella non poteva che abitare nella strada che porta il suo nome.

Stella

Stella è Marìa Stella Olivera Prietto. Ha insegnato per trent’anni. Letteratura, lingua spagnola. Quasi tutti, a Tacuarembò, città piccola, sono stati suoi alunni. E’ piccola e rotonda, Stella. Un po’ incerta, all’inizio, di fronte a un giornalista italiano che si è messo in testa di chiacchierare con lei. ‘Cosa vuol sapere?’. Già, cosa voglio sapere? In Uruguay, mi è stato detto, ci sono cento e quaranta talleres di scrittura. E uno dei primi, con venticinque anni di storia, è stato sempre guidato da Stella.

Stella si muove con difficoltà. La sua casa sembra racchiusa tutta in una stanza. Il tavolinetto con il computer è posizionato sotto la finestra. Stella può guardare in strada. I negozianti vengono a portargli le spese. Passa il macellaio, il panettiere, c’è un gatto (che si chiama gatito) che non si smuove dalla sua sedia, ma pretende cibo di qualità. Le pareti hanno tracce di umido. Un grande frigorifero, una piccolo divano consumato dagli anni. E libri, libri, libri che sfidano leggi dell’equilibrio, della gravità e dello spazio: occupano ogni centimetro, pigiati uno contro l’altro. La mia attenzione è attirato da uno scaffale che vacilla sotto le opere complete di Borges. La Venere di Botticelli si fa notare fra i dorsi dei libri. Un Don Chisciotte magrissimo si alza sul tavolino basso al centro della stanza. Non so come i suoi allievi riescano a entrare qua dentro.

Stella

Scrivo dopo molte settimane questa mattina passata a casa di Stella. Colpa mia, sono un cronista: o scrivo subito o è meglio che lasci perdere. Non lascio perdere: ho voglia di ricordare i miei incontri in Uruguay. Voglio raccontare delle ricerca dei poeti nel ‘paisito’. Stella, mi perdonerà (forse: è una donna tosta, con una sua grande generosità severa). Io posso solo ringraziarla per avermi fatto incontrare Washington Benavides che affrontò la dittatura con la musica e la poesia; per avermi fatto sfiorare la bellezza dei versi di Circe Maia che incantarono Eduardo Galeano; per avermi condotto fino a Tomás de Mattos che diresse la Biblioteca Nazionale di Uruguay; per avermi presentato Eduardo Milàn, che fu suo allievo, fu costretto all’esilio e oggi vive in Messico. E ancora grazie, Stella, per avermi consigliato di conoscere Mario Levrero, scrittore e fotografo, di cui pure avrei dovuto sapere dei suoi libri ‘italiani’. Solo mi accorgo che la stanza di Stella è affollata di un sacco di gente. Tutta gente dell’ ‘interno’ dell’Uruguay. E tutti sbuffano sul contrasto stridente fra Montevideo, la capitale, il luogo dove tutto accade, e l’interior dimenticato del paese. ‘E’ come se le terre a Nord del rio Negro non esistessero per la gente della capitale’, dice Stella. Lo sentirò dire anche da Rocìo, una delle sue giovani allievi. Dimenticato e disabitato, il campo dell’Uruguay: la densità di popolazione è di 19 abitanti per chilometro quadrato, peccato che a Montevideo vivano in mille e quattrocento nello stesso spazio. E quando Stella li riunisce per il suo taller anche la densità dell’interior si moltiplica in questa stanza.

Stella mi regala stupore. Ho come una sensazione: in Nicaragua tutti ti raccontano dei poeti e degli scrittori francesi. Rimbaud e Beaudelaire sono stati la formazione degli intellettuali del paese centroamericano. Qui, in Uruguay, certamente per migrazioni spagnole e italiane, si parla di Quasimodo (tutto si chinano adoranti su ‘E’ subito sera’ e ci tengono a citarne i versi) e di Machado. E di Franz Kafka. E di Kavafis. Stella, la professoressa di lettere, mi sorprende anche con Gino Paoli e Paolo Conte. E poi con i Beatles e i Moody Blues. E mi racconta la storia di un amore che, figlio di puttana, là mollò e lei non ebbe più coraggio di innamorarsi. Mi avverte Stella: ‘Onetti è meraviglioso, Benedetti è stato più bravo a mettersi in mostra’.

Stella e il mate

Ai talleres di Stella arrivano uomini e donne in cerca di una passione. Chiquilines che vogliono fare teatro. Ragazzi e ragazze inquiete e ‘desiderose’. Con ‘qualcosa’ dentro. Casalinghe. Gente, a volte, sopraffatta. Qualcuno ha trovato il suo talento. Altri si sono perduti. ‘I talleres sono orizzontali. E l’orizzonte è di tutti’. Giocano con le parole: ‘Ne scegliamo una e la trasformiamo in un albero. Scriviamo collettivamente una poesia’. ‘Scriviamo risposte e poi cerchiamo le domande’.

I talleres di Stella hanno permesso ad alcuni ragazzi di diventare buoni scrittori, bravi poeti. Io ho ascoltato due sue ragazze a Montevideo raccontare le loro poesie. La storia  più importante: tutti sono diventati buoni lettori. ‘E migliori cittadini’.

E questo avviene in una stanza di cinque metri per tre in via José Pedro Varela, sotto gli occhi della Venere di Botticelli e di Don Quichote, a Tacuarembò, interior dell’Uruguay.

 

 

 

 

 

 

 

print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.