La costruzione del Carro di Matera.3/Pirotecnici a Caserta e Giancarlo, cartapestaio collezionista

(Gennaio 2019)

Viaggio

 Il Carro è un viaggio. Partenza alle sette del mattino. In un giorno dal clima folle: sole a Matera, neve e cielo grigio su Potenza, tempesta improvvisa appena si varca il confine con la Campania. Il Carro è una ricerca. Delle carte più adatte, a esempio. Più porose, capaci di assorbire le colle e di trattenerle fra le loro fibre. Chissà chi raccontò a Michelangelo Pentasuglia di una bottega pirotecnica a Casapulla, paesone alle porte di Caserta, duecento metri dall’uscita dell’autostrada. Questa terra è la capitale dei ‘botti’, qui si fabbricano da secoli i fuochi di artificio. E la carta nella quale vengono avvolti è perfetta per ottenere un’eccellente cartapesta.

E allora, in una mattina d’inverno, bisogna partire all’alba, mettersi in auto con i cartapestai  e viaggiare lungo la Basentana fino a trovare le autostrade del Sud per Caserta. La costruzione del Carro ha bisogno di chilometri. E di chiacchiere di cartapesta durante il viaggio.

Ha i colori del freddo, la valle del Basento. Nebbia come nuvola strisciante. Colori da malinconia, da attesa. Il grano ha coraggio da vendere e ricopre l’infinito del marrone con un velo di verde smagliante nonostante il cielo prediliga il grigio.

‘Vedi, hanno tolto tutte le indicazioni per Potenza’, sorridono i miei amici materani mentre scendiamo verso la Basentana. ‘A Livorno facciamo di peggio con i cartelli per Pisa’, replico.

Le Dolomiti Lucane sono la meraviglia che riesce a sorprenderti anche se passi di qui per la millesima volta. C’è neve lassù in cima. Gli occhi di Raffaele si distraggono con i colori. ‘Guardali…’. Sono leggeri, giochi di pennelli, non è un grigio, sono colori lievi, come se si fossero nascosti in attesa di tempi diversi. Solo gli occhi di un pittore possono guidarti nello specchio dei colori. Marrone lieve, verde scuro, intreccio di boschi. Le tinte del Carro nascono da questa sensibilità a fior di pelle degli artigiani. Ci fermiamo per un po’. A guardare il mondo.

La bottega dei fuochi a Casapulla

Raccontano che Michelangelo, qualche decennio fa, andò a tenere un corso ai cartapestai di Nola, agli artigiani che costruiscono i colossali Gigli e li decorano usando la cartapesta. Allora, quasi trent’anni fa, a Matera si usavano i giornali. I maestri nolani suggerirono un materiale diverso a Michelangelo: gli passarono un foglietto con su un indirizzo e gli consigliarono: ‘Vai a vedere’. Era la bottega ‘Caccia e Fuochi’ di Casapulla. Uno storico laboratorio pirotecnico. E da allora i Pentasuglia (un tempo Michelangelo, ora Raffaele) si mettono in viaggio per comprare decine di chili di carte che, invece di finire polverizzate in una esplosione di fuochi, diventeranno cartapesta.

Chiacchiere da viaggio. Rinchiudete due cartapestai in un’auto e ascolterete strani racconti…. Non sono uno storico, solo un cronista, mi fido delle parole di Raffaele e Giancarlo: so che il loro narrare è a frammenti di memoria. La mia cronaca sarà inesatta, metto le mani avanti. Dovrete perdonarci, questo non è lavoro da pignolo ricercatore, è un andare a tentoni, è tenere un diario di una bella storia. E a me, fiorentino, la storia di uno stuccatore materano che va in Sicilia a lavorare e adocchia i carretti siciliani, piace molto. Giancarlo è certo: si chiamava Michele Amoroso. Accadeva fra la fine dell‘800 e i primi del ‘900, questo stuccatore fu sedotto dal sole della Sicilia e dalla maestria, degna di Van Gogh, degli artigiani dell’isola. Loro sapevano afferrare la luce. Fu Amoroso a riportare a Matera i colori, brillanti, ma delicati, dei carri siciliani. E alla fine, nel 1903, costruì anche il Carro della sua città.

L’attesa del Carro

‘A Roma – mi spiega Giancarlo – puoi vedere un modellino di un Carro costruito da Francesco Saverio D’Antona: vedrai gli stessi colori dei carri siciliani’. D’Antona era figlio di un falegname. Non conobbe suo padre, morto prima che nascesse. Venne mandato da maestri napoletani, tornò a Matera e, nel 1876, costruì il Carro. Pittore e cartapestaio. Lavorò ai restauri della Cattedrale. E’ una scuola di maestri e artigiani quella che si muove fra la Sicilia, Napoli e il Salento. Vero, gli artigiani non vogliono svelare i loro segreti, eppure hanno la tentazione della generosità. E allora, quasi senza dirselo, si scambiano suggerimenti, consigli, si guardano l’un con l’altro. Ci vuole curiosità in questo mestiere, la gelosia non è utile a nessuno. Se gli artigiani di Nola non avessero svelato il segreto della loro carta a Michelangelo, questa mattina non saremmo in viaggio per andare alla bottega di Pasquale Iannotta. Mi piace questa storia di fuochi di artificio e Carro Trionfale.

Mi sorprendo ad avere in mano le prove che ogni tradizione è una contaminazione di saperi diversi. Sono competenze e abilità meticce. E’ un rinnovarsi continuo.

Raffaele e Pasquale

Bottega dimessa, la ‘Caccia e Fuochi’, bottega antica in uno stradone commerciale. Urbanistica da follia, da periferia malpensata. Grandi negozi, concessionarie di auto, sfilata di bar, centri estetici. Ma il caffè, qui, è il migliore de mondo. L’insegna del pirotecnico è da anni ’50, aria di altri tempi, nessun sfavillio. Pasquale Iannotta, è bene che lo sappiate, apparirà per un momento in questa storia. Dà il suo contributo e saluta. Pasquale è anche l’ultimo della sua stirpe a fare il pirotecnico (chissà se lo crede davvero possibile, credo faccia finta di niente, sono certo che in cuor suo immagina un futuro per il suo mestiere). Ma i figli hanno scelto altri cammini, come un impiego in una concessionaria di auto. La bottega ha l’aria dimessa, bancone, cartoni, scatoloni, vecchi attrezzi, e micce, e foto di fuochi, e tubi di carta, e barili (non voglio sapere cosa c’è dentro). E’ bellissimo questo luogo. Disordinato. Una parete di diplomi, di foto di grandi esplosioni multicolorate e un albero genealogico di prestigio. Azienda pirotecnica del 1783, capostipite Marc’Antonio, antenato di Pasquale.

Acquisti

Iannotta ha la carta con la quale si fa la miglior cartapesta del mondo. Ha una curiosa consistenza. Al tatto, è come se avesse dei dossi, delle cunette, delle fibre in cui la colla riesce a infilarsi. ‘Ha plasticità’, mi spiegano. Diamo gloria a Pasquale che trasporta, come fuscelli, pacchi di carta violacea da trenta chili. Raffaele adocchia tubi usati per lanciare fuochi al cielo: la strada della costruzione del Carro, a volte, è una casualità. Una coincidenza. ‘Non cercavamo delle colonne?’, chiede più a se stesso che a noi. Sara un carro di colonne, questo del 2019. Prende una misura, guarda il bozzetto. Avviene un consulto via internet con la squadra dei costruttori e la macchina si appesantisce di decine di chili di carta e cinquanta colonne, stiamo svuotando il magazzino di Pasquale.

E questo carico chi lo porta?

La strada del Carro ha incrociato un’altra storia. In fondo i fuochi sono l’ultimo atto della Festa della Bruna. In qualche modo, questa mattina di inverno, ne sono diventati anche il primo.

Giancarlo è un collezionista (e un metronomo)

Giancarlo è un collezionista. Un collezionista di ‘tutto’. E chi ha nel sangue questa passione/ossessione è preciso, meticoloso, pignolo. E’, allo stesso tempo, un cercatore di tesori e un archivista. Sa mettere ordine nel caos. Sa scandire i tempi, Giancarlo. Ti dice: ‘Siamo in ritardo, dobbiamo recuperare un giorno’. Oppure: ‘Tranquilli, siamo in tempo, andiamo a prendere un caffè’. Una volta ho sentito Massimo chiedere a Raffaele: ‘Cosa dobbiamo fare?’. Sguardo incerto: ‘Chiediamo a Giancarlo’, è stata la risposta. Giancarlo è un metronomo, conosce perfettamente il cronogramma analogico del Carro. Conta il tempo e ha polso morbido.

La colla e Giancarlo

Giancarlo ha fatto l’artistico e il nonno collezionava (raccogliere oggetti è nell’anima della sua famiglia) i programmi della Festa della Bruna. Dentro quelle pagine vi era scritta la storia dei primi Pentasuglia, dei Nicoletti, degli Epifania. Della gente del Carro, insomma. Forse (ma questo non me lo ha detto) anche quella dei cartapestai ottocenteschi. Giancarlo immaginava i vecchi viaggi della Madonna dal viso ambrato per i quartieri della città. Il padre amava (e ama ancor oggi) collezionare. Lui, ragazzino, mise assieme una preziosa e folle collezione di carte telefoniche. Collezionismo e cartapesta, dunque. E come mestiere: rigattiere e artista-artigiano-manovale della carta. E due gradi desideri: fare parte della squadra che, in mezzo all’inverno, comincia a costruire il Carro e andare negli Stati Uniti. Per il secondo desiderio, c’è un viaggio di nozze da organizzare. Giancarlo, senza mai farlo apparire, è felice.

L’angioletto di Giancarlo

Giancarlo ha avuto un maestro: Michelangelo Pentasuglia. A metà dei suoi venti anni, ha partecipato a un suo corso. Ha lavorato al Carro costruito da Peppino Mitarotonda per i 150 anni dell’Unità d’Italia. E poi, nel 2016, è entrato a far parte della squadra dei costruttori del Carro guidata da Michelangelo. Il primo passo. Si è fatto le ossa e, in quei mesi, alla fabbrica del Carro, ha conosciuto Raffaele Pentasuglia, venuto  a dare mano e a imparare tecniche dal prozio. Sono coetanei, Raffaele e Giancarlo. Si intendono al volo. Giancarlo è silenzioso e puntiglioso. Raffaele è geniale e caotico. Uno è ordinato, l’altro non ricorda mai dove ha lasciato le chiavi della macchina. Sono l’opposto uno dell’altro. Sono fatti uno per l’altro. Senza dirselo.

E’ Giancarlo a stendere la prima pelle del Carro. Riveste con cartoncini millimetrici lo scheletro di legno. E’ un lavoro raffinato. E’ necessaria pazienza, tempo, accuratezza. E’ Giancarlo, poi, a rivestire di cartapesta gli stampi delle statue. Sì, la sua dote è la grande attenzione e una calma di concentrazione. Simile a quella di un saltatore in lungo. Prima del balzo.

Dettagli

Aggiungo un’altra dote: è curioso. E’ il filo che unisce il collezionista al cartapestaio. Giancarlo appare serio e taciturno: in realtà si diverte. E’ un esploratore (autodefinizione che lui ama). Sa scoprire nel buio polveroso di una cantina o di una soffitta l’oggetto importante. Sa vedere e intuire i dettagli. E’ un segugio. E, a volte, andando in cerca, si fanno incontri. E’ come viaggiare senza una vera meta. Può capitare di entrare in una casa per dare un’occhiata a dei libri e trovarsi di fronte una statua. Un Cristo. Un Cristo risorto. Una statua in cartapesta costruita, più di trenta anni fa, da Ciccillo, da Francesco Pentasuglia, maestro insuperabile dell’intero ‘900, il babbo di Michelangelo. Apparve sul suo ultimo Carro. Un vero tesoro, per Giancarlo. Di più: un talismano. Fu un corteggiamento serrato a convincere chi possedeva questa statua a privarsene. ‘Ha colori in bilico, ma conservano una loro luce – mi dice Giancarlo – E’ una statua delicata, fragile’. E bellissima. La felicità del collezionista si intuisce dallo sfavillio degli occhi quando ne parla. E lo sguardo che Giancarlo ha mentre incolla il primo cartoncino sul grande scheletro di legno del nuovo Carro.

 

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