Luis Sepulveda: ‘Vi sono sempre altri mari sui quali navigare’

 

Comincerò con una storia. Una storia che mi ha regalato Luis Sepulveda il giorno del nostro incontro: è la storia di un desolato villaggio cileno, un paese di minatori senza più miniere. “Là, ormai, vi era solo miseria, disperazione, droga e sette religiose fanatiche”, ricorda Sepulveda. Ma proprio lì viveva anche un maestro di violino e una ragazzina, un giorno, chiese di poter imparare a suonare. Il maestro cominciò a dar lezioni e la bambina portò una sua amica. L’uomo riuscì a procurarsi un altro strumento: in un anno vi erano sei allieve, un’autentica orchestra di violini e chitarre. Il maestro, allora, decise di tenere un concerto nel villaggio disperato. Da Santiago arrivò, perfino, un regista per raccontare questa storia minima e bellissima. Dice Sepulveda: “Io voglio solo dire, con leggerezza, che il fiore della speranza può nascere nella merda più oscena”. No, Sepulveda non è cambiato: scrittore di successo, abile e spregiudicato narratore delle Terre alla fine del Mondo, allievo prediletto di Francisco Coloane, il Grande Vecchio della Patagonia,  affascinante affabulatore di un esercito di ragazzini con la sua splendida Gabbianella, e adesso sta per diventare perfino regista. Di un film sulla Patagonia, ovviamente. Ma lui rimane uno gnomo latinoamericano, un giovane-vecchio saggio disponibile alle follie, un gattone sornione pronto a giocare come un bambino, ma con le unghie affilate e graffianti capaci di scattare come rasoi. Sepulveda è un cileno che si ostina a mantenere una promessa fatta da bambino al suo nonno: percorrere tutti i sentieri che conducono al Paese di Utopia. E la Patagonia, che Sepulveda ha cantato in decine di racconti e libri, non è poi così lontana dalla grandiosità di Utopia.

–  Che ci fa un cileno del Nord in Patagonia?

“Io sono nato al Nord per caso. Potrei semplicemente dire: ‘Io sto bene in Patagonia. Il mio spirito si ritrova, le mie batterie, laggiù,  si ricaricano’. Il fascino della Patagonia è contagiante, nessuno ne è immune. Mio figlio Sebastian ha compiuto 15 anni lo scorso agosto. E’ nato in Germania, non aveva mai messo piede in Patagonia. Ma per il suo compleanno mi ha chiesto il regalo più grande: un viaggio fin laggiù. Lo abbiamo fatto in pieno inverno australe, nel periodo peggiore dell’anno. Un viaggio senza una meta. Un vagabondaggio. Una sorta di iniziazione. Forse il desiderio istintivo di Sebastian è lo stesso che ha spinto in Patagonia gente di ogni razza e di ogni nazione”.

– Eppure la parola più usata per narrare della Patagonia è ‘nulla’. Gli scrittori vanno in Patagonia e tornano per dirci: ‘Là non c’è nulla’.

“Forse non dicono la verità. O ,forse, no. In realtà si può descrivere la Patagonia. Ma non se ne può scrivere. La parole sono inadeguate per raccontare la forza di quella terra, del vento, del gelo, delle steppe, delle tempeste. E’ vero: non c’è nulla ai confini del mondo. E’ una menzogna: c’è qualcosa in Patagonia, c’è sempre qualcosa in Patagonia. Che attira, che non lascia liberi. Lo scorso febbraio, in una giornata orribile di vento, ho attraversato lo Stretto di Magellano: volevo raggiungere Porvenir in Terra del Fuoco. Mai nome è stato più sbagliato: è un luogo desolato, sciagurato, battuto dalle tempeste.  Eppure, proprio lì, c’era un uomo che, in assoluta tranquillità, stava dipingendo un cartello azzurro. Che annunciava: ‘Qui vi era il primo cinema di America Latina’. Quell’uomo si burlava dei viaggiatori che passavano per Porvenir? E invece aveva ragione: il primo cinema mai aperto nel continente non era stato inaugurato a Buenos Aires o a San Paolo, ma in Terra del Fuoco, nel deserto della Terra del Fuoco. Un uomo pazzo come un caprone lo aprì nel 1901. Si chiamava Josè Bur e proiettava sempre lo stesso film in una sala da quaranta persone scossa dal vento. Una donna, una sua discendente, una scozzese che non aveva mai visto la Scozia, mi raccontò per un intero giorno di quel cinema. Gli spettatori erano operai, gauchos delle estancias, cercatori d’oro. Erano anarchici che cullavano l’utopia. E quale luogo è migliore della Patagonia per sognare un mondo nuovo. La Patagonia è un libro aperto con le pagine in disordine. Si cerca una storia e se ne trova sempre un’altra. E’ un labirinto dal quale non è possibile uscire”.

– Un inglese snob e superbo come Bruce Chatwin e un cileno popolare come Luis Sepulveda. Cosa vi unisce?

“E’ stata un’amicizia letteraria. In realtà ci siamo incontrati solo due volte. Era uno scrittore grandissimo. Ma come viaggiatore era un inglese fino in fondo. Non viaggiava per scoprire, ma per dimostrare le proprie idee, le proprie ragioni. Era come un antropologo che voleva solo conferme delle proprie teorie. Non si lasciava andare, non si lasciava sedurre dal viaggio, dalla gente, dal caso, dai paesaggi. Non si faceva cambiare, contaminare. Ha scritto libri bellissimi,  ma non si abbandonava al vagabondaggio. In Patagonia ha raccontato quello che già sapeva. Ha narrato le storie che già conosceva. Non ha capito che in Patagonia si parte per incontrare una storia e se ne entra, inevitabilmente, in un’altra”.

– Non stiamo mitizzando troppo la Patagonia? Non è una terra in pericolo?

“Il turismo è un rischio. Sta producendo danni seri. Una città come Ushuaia, la città alla Fine del Mondo, è oramai una sorta di Disneyland. Come lo è la penisola Valdes. Ma il turismo ha fretta, si concentra in un solo posto, si accontenta di sorseggiare un whisky con il ghiaccio del Perito Moreno. Non degna di uno sguardo altre regioni della Patagonia. Vi sono terre solitarie, steppe, foreste, ghiacciai, luoghi dove non passa nessuno. No, la Patagonia è una terra aspra: e si salverà”.

– La Patagonia è anche una terra in vendita. Grandi imprese hanno acquistato e vi stanno acquistando milioni di ettari.

“Grandi imprese, come i Benetton, hanno recintato terre immense, promesso lavoro che non hanno creato, introdotto specie ovine straniere. E’ un altro rischio grave. Ma la Patagonia è sempre stata una terra di sperimentazioni selvagge. Per fortuna sono tutte state un fallimento”.

– Francisco Coloane, a Santiago, mi disse che il Cile è ancora un paese malato. E’ la  verità?

“Sì, il Cile è ancora malato. 17 anni di dittatura hanno creato un modello economico spietato. Si vive con la paura di perdere il proprio benessere. In Cile il 30% della popolazione sta bene, il 70% non ha nulla. A Santiago, Piazza Italia è il confine fra la ricchezza e la miseria, fra i quartieri di una piccola borghesia e la gente più povera. La dittatura ha prodotto paura, disillusione, indifferenza. La democrazia è impaurita. Ha cambiato ben poco in Cile. Il potere è in mano a potenti forze conservatrici: nei libri di storia del Cile non vi è una sola parola sulla tirannia di Pinochet, non vi è una sola parola di condanna del fascismo. Non si dice niente del colpo di stato del 1973, delle torture, delle vittime di quella stagione di odio, dei desaparecidos. In Cile non esiste memoria: bisogna sempre dire che va tutto bene. Non si può rompere il muro del consenso. Non vi è un solo giornale di opposizione. I soli valori sono la ricchezza, il successo, il telefono cellulare, la casa nei quartieri-bene, i debiti per vent’anni, un viaggio a Miami una volta l’anno. Chi è tornato dall’esilio non si ritrova, non trova più il paese dal quale era stato costretto a fuggire. E molti scelgono la via di un nuovo esilio”.

-Nessun ottimismo?

“I giovani. Il processo a Pinochet è stato una frustata. Ha fatto ritrovare la memoria. E i giovani possono scardinare il consenso. Ma oscillano fra frustrazione e speranza”.

– La nave Finisterre, la nave del capitano Nielsen che ha condotto un giovane Sepulveda alla Fine del Mondo, ha trovato altri mari verso i quali salpare?

“Vi sono sempre altri mari sui quali navigare. Vi sono sempre altre storie. E nei mari della Patagonia, fra i fiordi del Cile, vi sono ancora marinai che cercano navi fantasma e sirene da amare”.

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