Luis, compañero de la misma esperanza

Patagonia

 Rio Mayo, Patagonia.

Luis, sei un imbroglione. Un dannato, straordinario imbroglione. Ti porto i saluti di Josè Juffa e di sua moglie, Susanna Guidotti. Ricordi? Sono ‘il turco’ e ‘la turca’ di Rio Mayo, quella città della Patagonia, nata là dove finisce la steppa senza fine e comincia ad alzarsi la fantastica Cordillera della Ande. Rio Mayo, la città del vento, ricordi? Quando ci sei passato tu, il vento della Patagonia soffiava con la sua abituale violenza e non si vedeva il marciapiede di fronte. Io sono stato più fortunato: il vento volava alle velocità patagoniche, il freddo si infilava nelle camicie di lana, ma la polvere rimaneva a terra: Rio Mayo, in nostro onore, era limpida e bella. E solitaria. E desolata. Al mattino, ho visto solo un cane, con un buffo fazzoletto rosso attorno al collo, capace di caracollare per le sue vie sterrate. Ho un’altra bella notizia per te: non c’è più la musica, non c’è più il fracasso delle marce militari a spezzare le orecchie della gente di Rio Mayo. Anzi: hanno tolto perfino gli altoparlanti che avevano appeso ai pallidi lampioni della città. Era stata un’idea di un colonnello del reggimento dei fucilieri del Chubut (ma questo lo so da te): durante gli anni della dittatura militare a questo baldo ufficiale venne in mente di proibire ogni possibile incontro pubblico fra le gente di Rio Mayo sconquassando le strade della città e gli orecchi dei suoi abitanti con infernali ritmi militari o atroci canzoni di Julio Iglesias suonate a tutto volume per dodici ore al giorno, dalle sette del mattino alle sette di sera. Ti posso assicurare che la sola musica che oggi viene diffusa, nella polvere di Rio Mayo, sono le noti solenni di Pavarotti e Carreras, sinfonie che il tuo amico Josè ascolta con sguardo felice e perso. Non ci sono più nemmeno i fucilieri del Chubut a Rio Mayo, anche se è rimasta l’Avenida Esercito Argentino. E’ ancora una città di militari, vivono in caserme dai tetti verdi che sembrano case del Lego, espongono cartelli che reclamano la sovranità delle isole Malvinas, ma i soldati non hanno più la feroce spavalderia di un tempo. Una prova? Un imbianchino stava dipingendo un’insegna di un negozio: sulla sua maglietta, sulla schiena, spiccava una immensa fotografia del vecchio Ernesto Che Guevara, sempre giovane e bellissimo. Il basco del Che oscillava sulle spalle del pittore e illuminava le strade di Rio Mayo. Ora, Luis, le orecchie degli abitanti possono riposarsi sulle note di Carlos Gardel che Josè inframezza fra i suoi tenori preferiti. Gli uccelli sono tornati a volare sui cieli di questa perduta città patagonica e le galline, cessato il frastuono delle marce belliche, hanno ripreso a depositare uova. C’è un signore che ha persino messo su un allevamento di guanachi. E siccome la pace e la tranquillità fa venire idee divertenti, i ragazzi di Rio Mayo si sono inventati una festa che ha nominato il loro paese ‘capitale mondiale della tosatura’. Delle pecore, si intende. E come ne vanno fieri: i tosatori di Rio Mayo, orgogliosi del loro prestigio, viaggiano per tutta la Patagonia, vanno di estancia in estancia con le loro forbici a sfoltire le greggi argentine e cilene.

Ma tu, Luis, rimani un imbroglione, anzi un grande scrittore. Con mille ragioni per mischiare racconto e realtà. Sono arrivato a Rio Mayo in un gelido giorno dell’estate australe. Avevo in mano il tuo libro di appunti, ‘Patagonia Express’, e, curioso come un pinguino, ne ho cercato i protagonisti. Ne avevi cambiato il nome. Io cercavo Gerardo e Susanna all’hotel San Martin, ‘il migliore della Patagonia’. L’hotel San Martin, Luis, c’è ancora. Bello, coloniale, la scritta sbiadita, ‘grande casa d’angolo a un solo piano’. Ma non funziona più: era chiuso. Una bambina ci ha aperto la porta, poi è venuto il padre, un chilote, cioè un cileno dell’isola di Chiloè, e ci ha detto che l’albergo aveva bisogno di lavori. No, non conosceva Gerardo e Susanna, non ne sapeva nulla. Ho sbirciato nella sala: non c’era il ritratto di Gardel che tu descrivevi. Ma l’hotel era proprio quello, i tavoli di ferro con il ripiano in formica sono ancora lì. Ma Gerardo e Susanna? Un mistero. Ti eri inventato tutto, Luis? Ho girovagato per il paese. Ho chiesto al macellaio, al farmacista, al centralinista dei telefoni, persino all’ufficio del turismo (hanno messo anche quello). Niente da fare. Ma Carlito, il falegname che vent’anni fa, a sentire te, misurava il buco nella cappa di ozono, quello l’ho trovato. Ma troppo tardi. ‘Carlito? Il cañista? Certo che lo ricordo – sorride Tito, un vecchietto che commercia con abilità mobili e lana alla fine del mondo – Era un mio amico. Non facevamo altro che ubriacarci assieme. E’ morto lo scorso anno. Ci divertivamo un mucchio. Lei mi chiede se guardava le stelle? Sì, sì, quando alzava il bicchiere verso il cielo. Una grande persona’. Sarà lo stesso Carlito, Luis? Tu ne celebravi i funerali già cinque anni fa. In ogni caso Carlito doveva davvero essere un genio. Qui lo ricordano tutti con grandi risate e allegrie. E bevono alla sua salute.

Argentina, mate

Ma nessuna traccia di Gerardo e di Susanna. Niente di niente. Decido di passare la notte a Rio Mayo a rileggere i tuoi racconti. C’è un albergo nuovo, adesso. Si chiama Aka-ta. Ho chiesto cosa volesse dire: ‘Come dicono i bambini: qui sta!’, mi hanno spiegato. Grandi vetrate, tetto a punta, sembra una casa della Normandia, un cuoco formidabile per le bistecche, un’acquavite superba. E i dischi di Pavarotti e di Gardel. E una scritta all’ingresso: ‘La alegria de vivir està en nosotros, no deje que los problemas le dominen y sé feliz con lo que te ha tocado en suerte!!! Estas vivo, sos rico!!!!’. Quasi inutile tradurre.

Mi è venuto un dubbio all’improvviso, ma è stato solo un lampo, un’illusione. Ho guardato l’uomo che stava dietro il banco: grande, appesantito, simpatico, dalla voce di tuono e gli occhi gentili, sorseggiava il mate da una zucca appoggiata su uno strano trepiede. L’uomo ha inforcato occhiali d’argento e mi ha risposto subito: ‘No, non conosco nessun Gerardo’. L’acquavite è venuta in mio soccorso: ho dato un’occhiata alle foto appese alle pareti. Corse di cavalli, cavalli infangati che vincevano gare di galoppo e una donna bionda che li accarezza. Qualcuno, a matita, vi aveva scritto: ‘Susanna Guidotti ha vinto ancora’. Susanna? Solo un caso? Non può essere! Sarà stato Pavarotti, saranno state quelle parole scolpite sulla porta del suo albergo, sarà stata la magia irreale della Patagonia che fa realizzare ogni desiderio, ma ho detto ad alta voce il tuo nome: ‘Luis Sepulveda’ e poi mi sono girato. L’uomo, che si chiama Josè, mi ha guardato con stupore e occhi illuminati: ‘Quel cileno è un grande uomo. Gli piace mangiare bene’. Poi si è alzato e mi ha stritolato in un grande abbraccio. Appena sono riuscito a divincolarmi ho tirato fuori dalla borsa il tuo libretto di ricordi e l’ho aperto alla pagina di ‘Appunti con amici’. Josè-Gerardo è rimasto senza parole. Ho passato una notte a tradurglielo e lui, il giorno dopo, lo faceva leggere a tutti gli abitanti di Rio Mayo. ‘Ma non sono ‘turco’ – precisava – ho solo discendenti palestinesi. Ma questo lo dice anche Luis’. Mi sono fermato a Rio Mayo, ore e giorni di Patagonia profonda. Grandi silenzi, vento che sibilava. Gerardo che cucinava per i pochi viandanti della Ruta 40, Susanna che sorrideva, i suoi amici che scorrevano quelle righe illeggibili di un racconto. Luis, non sei riuscito a ingannarci fino in fondo. Ma dovevi saperlo: la Patagonia fa incontrare la gente. La mattina della mia partenza, Josè è uscito presto. E’ tornato mezz’ora dopo accompagnato da una ragazzina e da una macchina da scrivere. Si sono seduti a un tavolo, un cane ruzzava attorno alle loro gambe, Pavarotti faceva piangere di commozione. Come se recitasse, Josè dettava la sua lettera, la ragazza ticchettava sulla vecchia Olivetti strani accordi musicali ritmati dagli acuti struggenti: ‘Luis, companero de la misma speranza’.

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