Antiche storie di Pil, sempre le stesse

Algeria

Colpa di Simon Kuznets. Non poteva restarsene in Ucraina invece di seguire il padre emigrato negli Stati Uniti? Non possiamo nemmeno fargliene una colpa: figlio di ebrei non avrebbe avuto un gran futuro in quell’Europa di tenebra che si stava preparando fra le due guerre. Ma, magari, non poteva rimanere un onesto immigrato come i tanti che hanno fatto grande il paese più creolo del mondo? Senza il genio contabile di quel ragazzo ucraino ci saremmo risparmiati mezzo secolo di Pil. Già perché il giovane Kuznets, a soli trent’anni, appena nove anni dopo la sua fuga dall’Europa, era già chino sui conti di un’America ancora stordita dai crolli del 1929: fu lui ad offrire ancore di salvezze a uomini politici annaspanti, fu lui a inventarsi i calcoli di questo maledetto Prodotto Interno Lordo. Fu lui a creare, dalle ceneri di un disastro economico, il mito del Pil come infallibile termometro della ricchezza di un paese. Dicono che siano state le sue statistiche a convincere, qualche anno più tardi, i governanti degli Stati Uniti che, in fondo, si sarebbero potuti permettere di combattere la Seconda Guerra Mondiale. Come dire: ideali, va bene, ma cerchiamo di non rimetterci. E soprattutto di guadagnarci.

Mito, feticcio, amuleto, toccasana: da allora generazioni di presidenti, di primi ministri, di consiglieri economici, di faccendieri diventati capi di stato, di illuminati uomini per bene, di economisti in buona fede hanno sventolato le percentuali di aumento del Pil come la prova del loro trionfo alla guida di un paese, come testimonial delle brillanti sorti del futuro di una nazione. Mezzo secolo sono un’eternità nel mondo contemporaneo. Soprattutto in economia. Ma il mito del Pil, in questa isola di Pirlandia nella quale viviamo (grazie a Giorgio Ruffolo: l’idea di Pirlandia è sua), è inossidabile, inattaccabile, inaffondabile. Il Pil, che piaccia o meno ai suoi avversari, è ancora oggi l’architrave delle scelte economiche di ogni paese. Pensate che l’Angola, terra devastata da feroci guerre ventennali e miserie di ogni genere, ha stupito gli economisti del sottosviluppo conteggiando, come previsione, per il prossimo anno (niente male di questi tempi), un’impennata del suo Pil del 15%. Complici 400 compagnie petrolifere (360 straniere) che si contendono il petrolio e il gas nascosto sotto i suoi mari. Diverranno ricche loro, mica i disgraziati angolani. Che il Pil menta? Che sia fasullo come un piazzista di tappeti? O che, perlomeno, non dica tutta la verità?

“Il Pil è un relitto di un’altra era, un artificio della storia”, ha annotato, senza pietà, Clifford Cobb, irriverente economista americano. “Il Pil rende ciechi di fronte a fondamentali bisogni umani e alle emergenze ambientali: è utile ai politici per prendere decisioni sbagliate”, sbotta Roberto Brambilla, ex-segretario del Wwf Lombardia e fra gli organizzatori, per la Rete Lilliput del seminario sugli indicatori di benessere al prossimo vertice di Porto Alegre. “Il Pil non serve a indicare il benessere di una comunità. Anzi: ignora l’idea stessa di benessere – spiega Jochen Jesinghaus, ricercatore della Comissione Europea, un esperto che da nove anni lavora  alla messa a punto di nuovi indicatori per misurare le performance dei governi – Vi sono troppi elementi decisivi che sfuggono ai suoi calcoli. La discriminazione razziale contro gli immigrati non ha valore per il Pil. Non ce l’ha il razzismo o la sicurezza dei cittadini”. Come dire: il Pil, come una fotografia truccata, ci ha ingannato per mezzo secolo? “Il Pil ha avuto successo perché ha semplificato un mondo complesso – ricorda Marco Bagliani, ricercatore dell’Ires piemontese, esperto di indicatori di benessere – Ha trasformato la moneta in un unico comune denominatore e ha monetizzato ogni cosa. Il risultato è paradossale: se io inquino e rovino il mondo produco Pil. E se dopo disinquino, il Pil cresce ancora”. Il Pil è perfetto come Alien: non è inquinato da sentimenti, da dubbi, da etiche. Se bombardo l’aeroporto di Gaza, costruito con fondi Ue (aumento di Pil), produco, a mia volta Pil: quelle bombe qualcuno le avrà pur fabbricate e vendute. E se poi lo ricostruisco, il Pil avrà davvero un’impennata. Più banalmente, il Pil è felice degli ingorghi di traffico (vuol dire che c’è gente che compra benzina e consuma macchine) e non gliene importa nulla che la vita e la salute delle persone se ne vadano a rotoli. Le donne, gran parte delle donne del mondo (non solo le afgane), oltre la metà del genere umano, non fanno Pil: già, chi paga il loro lavoro? Loro non giocano nel grande circo Barnum dell’economia di mercato.

Clifford Cobb si divertì a calcolare che il consumo di Prozac aveva fatto aumentare il Pil americano di oltre un miliardo di dollari: bel sintomo di benessere della società americana. E gli Stati Uniti, così puritani, dovrebbero essere ben felici che il 40% dei suoi abitanti beva oltre i livelli considerati di ‘moderazione’: è un autentica manna per i cultori del Pil. Altri piccoli difetti nel paese di Pirlandia? Il Pil non conteggia niente che sia illegale e criminale. Dunque: fuori dal Pil il narcotraffico colombiano, l’industria della mafia o della camorra come l’evasione fiscale del Nord-Est. Come dire: il 33% dei soldi che circolano nella civile Italia sfuggono nel tunnel oscuro di un’economia in nero. L’Istat abbassa la testa pur di non scrutare l’economia della droga o del riciclaggio di denaro sporco. Come dire: il contrabbando delle sigarette che pure tiene in piedi una gran parte della Puglia e dell’Albania non sposta di una virgola questo benedetto Pil. “Attenzione a non pretendere troppo dal Pil – spiega Enrica Chiappero, docente di economia politica a Pavia – Non è altro che un modello di contabilità nazionale. E’una metodologia. Ma è lo specchio di una teoria economica: calcola tutto quanto passa per il mercato. Il resto è escluso. Il successo del Pil è la conseguenza di un flusso economico circolare: le industrie producono, i cittadini spendono. E’ un cerchio perfetto, quasi un dogma che professa una legge elementare: più si produce e meglio si sta. Si riduce tutto a un prezzo. E’ perverso e non serve poi a molto annacquarlo introducendo altri indicatori, magari ambientali e sociali. Avremmo bisogno di un’altra teoria economica, di un’altra economia”. Il Pil poggia su un comandamento: la crescita economica è continua, non può arrestarsi. Il giovane Bush aveva promesso anni di liberismo senza freni e la ritirata assoluta dello stato all’economia: dopo l’apocalisse dell’11 settembre, si è trasformato nel presidente più keynesiano della storia americana. Ha varato la più impressionante campagna di aiuti pubblici alle imprese mai conosciuta dall’economia degli Stati Uniti. Si è messo in ginocchio davanti alle telecamere pur di convincere gli americani a tornarsene sugli ottovolanti di Disneyland. Certo, un’America che non consuma, bombe o non bombe, non è prevista dal Pil: rischierebbe di essere una catastrofe ben peggiore del crollo delle Twin Towers.

Follia, sembra dire Giorgio Ruffolo, e annota nelle sue cronache da Pirlandia: “A furia di produrre e consumare, i pirlandesi finiscono per trascurare certe non indifferenti fonti di gratificazione civile: come l’abitudine a salutarsi quando si incontrano, di aiutarsi quando sono in difficoltà, di pensare con la propria testa, di fantasticare”. Senza contare altre strabilianti conseguenze. Negli anni ’70, gli economisti si accorsero che c’era una macchia bianca sui loro atlanti: a leggere le loro statistiche piene di Pil non c’era più l’Africa. “Solo che invece l’Africa esisteva – dice Alberto Castagnola, economista, esperto di contabilità – Certo, secondo i numeri gli africani avrebbero dovuto essere tutti morti. Era la prova più evidente dell’insufficienza del Pil”. Qui bisogna cambiare disciplina: “Può buttare via il Pil: in Africa non serve – spiega Alberto Salza, antropologo torinese – Calcolare il reddito pro-capite del Kenya o del Burkina-Faso non ha senso. Nessun economista sa calcolare il valore di una vacca per un mandriano samburo o il lavoro di una donna turkana. Non ha strumenti per valutare il lavoro comunitario, i legami di parentela, le relazioni fra vicini. Ignora cos’è un sistema complesso”. Già, la complessità. “Ecco cosa dimentica il Pil – osserva Marco Bagliani – Che il mondo non può essere semplificato in un solo numero. Che non esistono scorciatoie per chi deve prendere decisioni corrette”. Quanti lo sanno? Nelle facoltà di economia, il Pil è ancora un pilastro di ogni corso del primo anno. Gli economisti ignorano l’ambiente e gli studenti di scienze naturali, dal canto loro, non hanno mai sentito parlare di sostenibilità.

A onor del vero lo stesso Kuznets (a cui alla fine hanno dato anche un Nobel) ha provato, nel 1962, a demolire la sua creatura oramai diventata un mostro: “Dobbiamo avere bene in mente la distinzione fra quantità e qualità della crescita. L’obiettivo di una maggior crescita deve precisare: crescita ‘di cosa’ e ‘per cosa’”. Da allora i tentativi di scalfire il piedistallo del Pil si sono infittiti: le Nazioni Unite hanno costruito i calcoli dello sviluppo umano. Pattuglie di ricercatori si sono addentrati nelle difficoltà di cercare nuovi indicatori più attenti al benessere che non all’aridità economica (è il sistema del cruscotto della sostenibilità di cui parliamo nella scheda). A Porto Alegre, il mondo dei new-global, nel suo sogno di ‘un mondo diverso in costruzione’, dovrà sfidare anche il fantasma del Pil: un mago, degno di Merlino e di Silente, dovrà spiegare a chi vuole ascoltare che ‘non si vive di solo Pil’.

Sapete una cosa? Non è nemmeno una novità.  Qualcuno, anni fa, in quella stessa America che idolatra il Pil, avanzò dei dubbi. “Il nostro Pil è il più grande del mondo. Ma conteggia anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette e le corse delle ambulanze che raccolgono i feriti sulle autostrade. Conteggia la distruzione delle nostre foreste e la scomparsa della nostra natura. Conteggia il napalm e il costo dello stoccaggio dei rifiuti nucleari. Il Pil, invece, non conteggia la salute dei nostri bambini, la qualità della loro istruzione, la gioia dei loro giochi. Non prevede la bellezza della nostra poesia o la forza dei nostri matrimoni. Non prende in considerazione il nostro coraggio, la nostra integrità, la nostra intelligenza, la nostra saggezza. Misura qualsiasi cosa, ma non ciò per cui la vita vale la pena di essere vissuta”. Era il 1968 e l’uomo che disse questa parole era tutt’altro che un precursore dei new-global: si chiamava Robert Kennedy. Quanti professori di economia leggono queste parole ai loro studenti prima di cominciare a calcolare il Pil?

 

 

 

 

 

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