Ilaria Capua, undici anni fa…

Ilaria Capua (da Miela.it)

Bel tipo, Ilaria Capua. Una donna tosta. Veterinaria, virologa, responsabile del laboratorio di virologia dell’Istituto zooprofilattico delle Tre Venezie a Padova. Nel 2008, la rivista Seed Magazine la incluse nell’elenco delle cinque Revolutionary Minds, “le menti rivoluzionarie” dell’anno. Nel 2007, questa giovane ricercatrice (ha poco più di quarant’anni, romana di origine, laurea a Perugia, apprendistato a Teramo, dal 1998 al lavoro a Padova), era stata inserita dall’American Scientific Award fra i 50 scienziati del mondo che più avevano contribuito al progresso scientifico.

E ben si capisce: nel 2006 furono Ilaria Capua e i suoi collaboratori di Padova a isolare, in Africa, il virus dell’aviaria, il minaccioso H5N1. Era la prova che l’influenza dei polli, già in circolazione in Asia almeno dal 1996, aveva concluso il suo viaggio verso ovest. I ricercatori padovani furono i primi ad accorgersene: sequenziarono il virus e ne scoprirono nuovi segreti, pericoli e mutazioni. Orgogliosi della loro scoperta, resistettero alle pressioni dell’Oms che chiedeva di depositare i risultati del loro lavoro in un database riservato. Sapete dove si trova questo archivio inaccessibile (solo quindici laboratori, e tutti del Nord del mondo, possono entrarvi)? A Los Alamos. E dipende dal Dipartimento della Difesa statunitense.

“Trovammo assurda la richiesta dell’Oms”, ricorda Ilaria Capua. “In un’epoca in cui i virus possono passare in poche ore da un continente all’altro, ogni informazione che può essere utile a combatterli deve essere resa pubblica e di facile reperimento.”

A Padova si scelse, con convinzione, di mettere in rete i loro dati: furono affidati alla GenBank, archivio elettronico ad accesso libero gestito dal National Center for Biotechonology Information a Bethesda nel Maryland. La sequenza dell’H5N1 scoperto in Africa fu scaricata almeno mille volte in una sola settimana.

Non fu una scelta indolore. Il mondo scientifico sobbalzò di fronte al coraggio dei ricercatori padovani: nel mondo dei biologi si scatenò un pandemonio politico-scientifico.

Ma la storia dello Zooprofilattico non si è fermata lì. A febbraio del 2009, dopo mesi di ricerca, i biologi padovani e i ricercatori dell’Istituto scientifico del San Raffaele di Milano ne combinano un’altra. Per mesi hanno sfidato uno dei dogmi più solidi per chi, fino ad allora, aveva studiato la genesi dei virus pandemici. Tutti i biologi attendevano, da anni, l’esplosione di una nuova pandemia influenzale. Ma tutti erano certi che il virus non avrebbe mai potuto essere un H1 o un H3 perché, nei loro confronti, gli uomini avevano creato, da tempo, fitte barriere di anticorpi. “Noi eravamo dubbiosi di fronte a questo dogma”, racconta Ilaria Capua. “Ogni anno il vaccino dell’influenza deve essere aggiornato per affrontare ceppi mutati del virus. Perché, dunque, non poteva essere possibile che un virus H1 o H3 di origine animale diventasse il potenziale candidato a es- sere responsabile di una futura pandemia?”

I ricercatori padovani e milanesi, in mesi di indagine, dimostrarono che questo evento era possibile: gli anticorpi di un siero umano non sono una barriera sufficiente ad arginare un nuovo virus nato negli animali e appartenente alla famiglia H1 o H3. Era un risultato non da poco: fra i ceppi virali indicati fino ad allora dall’Oms per la fabbricazione di vaccini antipandemici non vi erano né l’H1, né l’H3. La scoperta italiana fu presentata al mondo scientifico ai primi di febbraio. Ma la rivista Science ne rifiutò la pubblicazione.

Passano alcune settimane e, a primavera, tocca a ricercatori canadesi e statunitensi, alle prese con l’emergenza dell’epidemia influenzale messicana, isolare un virus della famiglia H1N1 come responsabile della prima pandemia influenzale mai dichiarata dal 1968 a oggi. Ilaria Capua e il gruppo dei suoi biologi avevano ragione. La ricerca dell’Istituto padovano e di quello milanese sarà pubblicato a giugno dalla rivista americana PLoS Pathogens.

La veterinaria che ha costruito il suo lavoro nella provincia italiana e lavora nel campus scientifico di Legnaro, paese alle porte di Padova, diventa consulente dei Centers for Disease Control di Atlanta e responsabile di uno dei cinque filoni di ricerca dell’Oms sull’influenza.

Si chiama Agripolis la cittadella scientifica dove sono i laboratori dell’Istituto Zooprofilattico delle Tre Venezie. Pochi chilometri da Padova, un quarto d’ora di auto. È una solida realtà: quasi 600 dipendenti in 11 sezioni dislocate nel Triveneto. Oltre settanta progetti di ricerca sulla frontiera della sanità pubblica e della sanità animale. Finanziamenti per 9 milioni di euro. Utili di esercizio per oltre due milioni e mezzo di euro.

Qui lavora gente giovane: età media sui quarant’anni. Nel laboratorio diretto da Ilaria Capua (una sessantina di ricercatori, biologi, veterinari, tecnici: pensate, nel 1998 erano soltanto otto) sembrano ancor più giovani. Sono quasi tutte donne. E non si distraggono nemmeno quando un giornalista inatteso entra nelle loro stanze: non tolgono lo sguardo da provette, macchine, schermi di computer.

Questi laboratori, un piccolo dedalo di microstanze affollate di macchinari, sono il centro di riferimento nazionale per l’influenza aviaria e il centro di ricerca internazionale sulle malattie infettive trasmissibili dagli animali all’uomo.

In una stanza stanno esaminando campioni appena arrivati dal Kurdistan. Ogni giorno qui a Legnaro arrivano, con speciali corrieri, campioni (tamponi e residui organici di animali sospettati di contagio) da tutto il mondo: Padova è il terminale di una vasta rete di laboratori dispersi per il globo (e molti dei loro ricercatori e tecnici sono stati formati a Legnaro) che combattono sul campo l’aviaria. I campioni vengono inviati a questo Istituto per diagnosi, studi, consigli.

Cosa direbbe la Lega di Umberto Bossi se sapesse che un’eccellenza della ricerca italiana (e veneta) è diretta da una veterinaria romana e che chi ci guida fra i laboratori è una biologa messicana con una bella faccia india?

“L’aviaria, H5N1, è ancora in circolazione”, avverte Ilaria Capua. “Sta facendo vittime in Egitto e in Indonesia. È una situazione internazionale che forse mai si è verificata prima: il virus H1N1 è mite e poco aggressivo, ma ha una grande capacità di diffondersi. L’H5N1 non sa trasmettersi da uomo a uomo, ma è più che minaccioso: ha provocato la morte della metà delle persone che ha contagiato. Se i due virus si ibridano e si ricombinano possono generare un virus pericoloso”.

L’H1N1 può essere lo scheletro sul quale l’H5 può imparare a trasmettersi da uomo a uomo. È un possibile scenario da incubo. “Ha ragione Obama: il mondo occidentale deve aiutare i Paesi più poveri e indifesi”, sostiene la virologa. “Gli Stati Uniti si sono impegnati a fornire il 10% dei loro vaccini ai Paesi dell’Africa e dell’Asia. Altri dovrebbero seguire questo esempio. I Paesi poveri rischiano di non essere inclusi nei programmi di vaccinazione, mentre l’interesse di tutti è che questa sia la priorità. E massima deve essere la sorveglianza in questi Paesi. Dove vi è una forte promiscuità fra uomini e animali, in Asia e in Africa, il rischio di una ricombinazione dei virus è alto. È un pericolo serio. Non possiamo permetterci di sottovalutarlo.”

Ma in Africa i medici di prima linea hanno ben altro a cui pensare che non alle influenze. È una disattenzione comprensibile, ma potrebbe avere gravi conseguenze. Il virus H1N1 è nato dal puzzle impazzito di quattro virus (uno umano, uno aviario, due suini) che si sono ritrovati in maiali allevati, in maniera oscena, ai confini fra Messico e Stati Uniti. “Dall’America arrivano già animali malati”, dice la biologa messicana che lavora nell’Istituto padovano. “La concentrazione dei suini in questi allevamenti è spaventosa.” Sono autentiche maquilladoras di maiali, stabilimenti di proprietà americana costruiti in Messico per avere mano d’opera a basso prezzo: si sono trasformati in infernali culle di virus. “Attenzione: l’epidemia di ‘spagnola’ è esplosa quasi un secolo fa e questi allevamenti non c’erano”, chiarisce Ilaria Capua. “I virus influenzali sono di origine animale, si sviluppano negli uccelli selvatici, i suini hanno recettori per esserne vittime e, allo stesso tempo, possono contrarre l’influenza umana. La trasmissibilità dei virus è un evento naturale, ma quel che è certo è che questi allevamenti e le loro condizioni igieniche amplificano enormemente la potenza del virus.” Gli offrono, cioè, grandi possibilità di moltiplicarsi, diffondersi e mutarsi.

La natura si vendica di chi la maltratta e la insulta.

 

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2 pensieri riguardo “Ilaria Capua, undici anni fa…

  • 30 Maggio 2020 in 22:00
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    Molto interessante, grazie!maria

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    • 16 Giugno 2020 in 20:42
      Permalink

      Grazie a te

      Rispondi

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