Italia-Germania, quattroatre e il divano blu

Riva abbraccia Rivera (da corriere dell’Umbria.it)

Il divano di velluto blu quasi elettrico è ancora nella sala della casa dove ho la residenza. Ha cambiato casa, non ricordo come sia stato possibile arrampicarlo lungo i tre piani di via della Chiesa. Oggi occupa un’intera parete. Divano nobile, oggi sfondato, le molle cedono quando qualcuno si siede ai lati. Era il mio posto, stavo disteso a pancia in giù, il mento poggiato sul bracciolo consumato dall’uso: guardavo così la televisione. E così devo essermi sistemato alla mezzanotte fra il 17 e il 18 giugno del 1970. Mio padre era seduto in poltrona, fumava una sigaretta ed era tranquillo. Non faceva mai molto tardi a sera. Ma il calcio e la box valevano una notte senza sonno.

Ricordo quando mi svegliava alle due, alle tre del mattino per ascoltare alla radio in combattimenti di Nino Benvenuti in America. Ma stasera, notte del 17 giugno, c’è la semifinale dei mondiali messicani. A duemila metri di quota l’Italia si giocava l’accesso alla finale contro la Germania. Cominciò in maniera straordinaria: Bonimba, in una selva di gambe, aveva trovato un angolo, irraggiungibile per Sepp Maier, nella porta tedesca.

Forse, poi, mi addormentai, la partita divenne noiosa. A senso unico. Noi a difendere con le unghie e i denti quel vantaggio, loro ad attaccare. In porta Ricki Albertosi. Solo ora mi rendo conto che in campo non c’era nessuno della Juventus. Solo ora ricordo che quello era il 1970 e lo scudetto era sulle maglie del Cagliari. Che Albertosi, portiere guascone, aveva subito appena undici gol a difesa della porta sarda. E che, appena quattro anni prima, aveva raccolto in fondo alla rete il pallone scagliato dal coreano Pak Doo-Ik: Ricki era sopravvissuto a quella infamia. E solo ora mi ricordo (anzi, non ricordo) di Fabrizio Poletti. ‘Il pezzo sbagliato in un meccanismo di ingranaggi esatti, ma proprio per questo è la miccia che fa esplodere la magnifica follia’, scrive Maurizio Crosetti nel suo ultimo libro. ‘Entra a freddo in un mondo più grande di lui, lo ingarbuglia, inciampa, si imbroglia, e la somma di tutti questi errori produce il risultato perfetto’. Proprio non avevo memoria che Poletti fosse il responsabile del raddoppio tedesco nel primo tempo supplementare: sono andato a rivedermelo, sì, era ‘inconcepibile, quel passaggio di petto ad Albertosi.

Inutile ripeterlo, all’ultimo minuto i tedeschi, con una spaccata di un terzino che mai aveva segnato, Karl-Heinz Schnellinger, ci avevano raggiunti e Fabrizio Poletti era entrato in campo nei supplementari, al posto di Rosato, stopper formidabile. Adesso scopro anche che Poletti, smesso con il calcio, andò a vivere ad Alajuela, in Costa Rica, la città di Alfredo e Isabel, la città che mi accoglie quando salto l’oceano. Leggo sempre da Crosetti: Poletti, alla fine, fa una cosa giusta, riesce a rubare la palla a un tedesco che lo aveva già saltato e stava puntando a rete. Salvò il miracolo, Fabrizio?

Insomma, è finita 4 a 3, lo sapete. E quella partita, la partita del secolo (sono andato a vedere la lapide allo stadio Atzeca), entra nella storia. E ci rimane. Nei giorni del confinamento in molti ci siamo sistemati nuovamente sul divano per rivedere quella semifinale. Abbiamo, quasi tutti, saltato i novanta minuti di noia, ma, con masochismo, abbiamo riguardato il gol di Schnellinger (tanto tutti sappiamo come andrà a finire) e poi ci siamo messi in attesa. Di Tarcisio Burgnich, un altro terzino che non segna mai e che quella volta lasciò la sua area di rigore per andare fino alla porta avversaria; di Riva spaesato nella partita più importante che, alle fine, trova un grande sinistro; di Gianni Rivera che si fa passare un pallone sopra la coscia, abbraccia un palo, si prende gli insulti di Albertosi e poi galoppa per tutto il campo per ingannare Seppe Maier che non riesce a fermare la sua corsa e quel pallone, colpito di piatto, finisce…

Fatemi guardare quel gol ancora, ancora una volta, ancora una volta…

Fatemi vedere Riva che balla il tango con Rivera.

Non so se mi confondo con la finale perduta con il Brasile (vista con amici, questa volta), ma forse davvero io e mio padre uscimmo nella notte. Saranno state le due di un mattino di quasi estate, andammo fino alla piazza del quartiere e, per la prima volta, le macchine ruotavano su loro stesso suonando il clacson. Che meraviglia.

Da leggere religiosamente: Maurizio Crosetti ‘4 a 3’ (HarperCollins)

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