Il cielo dall’alto di Rotondella

C’è il gelso, con le sue more nere e dolci.

Rudy mi spiega che la campagna è il ‘tempo dell’attesa’. I fichi e l’uva ti chiedono un applauso per la loro pazienza. Crescono ogni giorno, prendono forma. Il tuo desiderio deve placarsi, alla fine sarà ricompensato…

Mi sveglio alle sei, per cogliere le more del gelso, guardare la luce del sole sulla piana, sul mare, sulla coda delle colline, tentativo del Pollino di arrivare fino alle onde. ‘A Rotondella, guardiamo dall’alto…’.

A Rotondella guardiamo dall’alto

Vado in cerca di guai e, invece, di raccontare delle strade che si attorcigliano in una conchiglia lungo linee delle geografie o dirvi, con facilità, del ‘balcone sullo Ionio’ ho voglia di scrivere della ‘diversità’ di un paese. Un paese che sorprende, se solo ti fermi nella piazza-terrazzo e guardi il viavai dei paesani, bevi una Raffo, mangi un pastizz…(e continui a chiamarlo panizz, ti tocca correggere)

Rotondella è un melting-pot. Qui vivono poco meno di trecento albanesi su mille abitanti. Un terzo del paese. Il primo arrivò nel 1991. Sbarcò in Puglia e qua trovò lavoro nelle campagne. Poi ha chiamato il fratello, ha pagato il passaggio di mare al cognato. Con il tempo, sono arrivate le mogli. Chi migra si ingegna, ha fame e capacità. Un altro mi racconta di un viaggio a piedi fino a Trieste, preferì la terra al mare per il suo viaggio. I figli degli albanesi sono nati qua. ‘Hanno salvato le scuole’, mi dicono. Ragazzini musulmani fanno i chierichetti alla messa del giovane prete che organizza word-caffè nelle sale della parrocchia. Il Santo del paese è Antonio. E tutti gli sono devoti.

Afferrare un drago

Una ottantina di albanesi sono bektashi, confraternita sufi. Un islam mistico e dolce. Penso alla migrazione albanese che cominciò nel seicento anni fa e ha popolato le montagne del Sud italiano. I popoli sono meticci, incrocio di genti diverse. Sono cambiamento lento, paziente. Fino a quando ti accorgi che quello che non volevi vedere, è la tua realtà. E ti ci trovi bene.

Ibbocci, per ragioni di campanile, merita una foto: indica lo stendardo dei Rossi, cosa significhi lo sappiamo io e lui.

Al bar della piazza avverto aria di casa. Stendardo dei Rossi dell’Isolotto. Ibbocci saluta tutti con ‘Ehi, grande’. Si avverte la G maiuscola. A volte mischia l’accento toscano alle parole del dialetto del paese. Ma il suo parlare è da Isolotto, San Frediano, case del popolo e piazze popolari. Nessuno lo chiama Massimiliano (troppo lungo), ha una mezza luna tatuata sulla nuca, a volte china la testa e si fa tirare pacchine. Venne in vacanza qua nel 1998. ‘Il primo di agosto’. E vi è tornato ogni estate, fino a trovarvi moglie. A Firenze faceva traslochi. E’ grande e grosso, Ibbocci. E ha l’allegria addosso, i capelli che si intrecciano. A cinquant’anni, promette, si farà di nuovo le treccine rasta. Lui e sua moglie hanno deciso di far nascere i figli al paese. ‘Qui i bambini si godono la loro infanzia’, mi spiega. Voleva aprire un ‘generi alimentari’. Poi c’era un bar chiuso da due anni… Ogni mattina si sveglia alle tre. La gente che lavora nei campi, va nelle campagne all’alba.

Chiacchiere d’estate, sul terrazzo balcone, quando il sole tramonta e il mare commuove. Tutti uomini…

Paese dei bar. Quanti sono? Ho perso il conto. Cinque, sei, ne dimenticherò qualcuno. Quello vicino alla chiesa Madre, a sera disperde nell’aria Guccini e i Beatles, è amato dai ragazzi. Ibbocci sta all’ingresso del paese e ha tavoli sul belvedere, al tramonto è luogo di birre. Se passeggi per corso Garibaldi (una strada in cui a malapena passa una macchina) ti trovi nelle Botteghe Oscure: c’è il bar Rosa e le bandiere del Pci con tanto di falce e martello (giuro: sezione Nelson Mandela, non volevo crederci), del Pd, dell’Arci. Un tempo c’era anche la Dc. Più avanti, appeso a un balcone, insegna del Fronte Nazionale, nostalgia del fascismo (qualcuno avverta il paese che quel mondo non c’è più). Mi raccontano di cazzottate epiche negli anni ’80. Vicino al benzinaio, un altro bar che, raccontano, è una trappola: non riesci più ad andartene via. Ci stai bene, là.

Le lamie

Poi ci sono i bikers, con le loro moto lucenti, cromate, e tute e bandana di ordinanza. Alla domenica si radunano, andare in moto per finire a mangiare nei ristoranti del Pollino. Mi raccontano che, negli anni ’80, qui c’erano due radio. E, in estate, svirgolate di chitarre per il Rockondella, festival rock. Avanguardie, insomma. Che paese è questo? Marcelo, chileno con mate gaucho, mi porta a fare un giro su una moto colossale. Rimedia un casco di passaggio a casa di amici. Pepe Mujica, presidente dell’Uruguay, è tatuato sul suo polpaccio. Allende è un santo di casa. Ernesto Guevara è su ogni scaffale. Assieme a Maradona e don Pablo Neruda. Marcelo ripara macchina agricole e pensa alle rivoluzioni.

Marcelo y el mate gaucho

Poi ci sono i trentini. Loris è arrivato per raccogliere arance. Nelle sue valli aveva conosciuto rotondellesi che andavano là a cogliere mele. La campagna come bussola del lavori e della sopravvivenza. Loris ha camminato per tremila chilometri sulle Ande, dall’Argentina e all’Ecuador. Ha trovato pace in questo piccolo paese. Questo mi rimane nei pensieri. Io non ho trovato un posto.

Armando viene dalle stesse montagne. Anche lui arriva per raccogliere arance. E una vita passata fra le comunità agricole d’Italia: fra di loro Mondeggi e Bagnaia, nella mia Toscana. Ha venduto succo di mela ai mercati contadini di Firenze. Ha un aspetto hippie. E adesso sta sistemando una sua casa al paese. Mi invita, ha finito le scale in legno, due stanze una sull’altra. Apre il balcone e intuisci perché in molti hanno deciso di fermarsi qui. Armando deve esserti detto: ‘Finalmente….

E Rosanna mi invita a luglio: ‘Accade il miracolo, a notte la luna sorge dal mare…’

Il mercato del giovedì

Diventa quasi normale la storia del geometra. Una storia del Sud. Vent’anni di ufficio dalle parti di Varese. Mi chiedo sempre come è stato possibile per chi è nato al Sud vivere nella Lombardia o in Veneto. Alla fine sono gli amici del paese a convincerlo: ‘Torna al paese’. Gli vogliono bene, ne sentono la mancanza. I nuovi amici del Nord sono d’accordo, lo spingono al viaggio di ritorno. Credo che vogliano seguirlo. Alla fine Salvatore è davvero tornato. E gli amici di Varese arrivano davvero, alcuni prendono casa, vengono a trovarlo. Il figlio ha preso il diploma quest’anno. Andrà, virus permettendo, a Torino. Andirivieni per l’Italia.

I vicoli del paese

E poi ci sono inglesi e fiorentini e donne yugo-napoletane: hanno comprato casa nel girotondo dei vicoli. C’è un sindaco del Psi (e io credevo che non esistesse più). E un ragazzo che incontro al bar. Chiacchieriamo un po’. Gli chiedo: ‘E tu che fai?’. ‘Io? Il prete’. Lo guardo con sorpresa e ci mettiamo a parlare di Antonio, patrono del paese. Parliamo di Latinoameriche e di Afriche. Giovanni, don Giovanni, ha già percorso a piedi la regione. Basilicata Coast-to-Pope, visto che poi lui e i suoi ragazzi sono finiti in piazza San Pietro. Giovanni sa anche di musica e ha composto l’inno del viaggio a piedi. Alla fine, il prete-ragazzo mi ingaggia per un racconto pubblico attorno al Santo. E questa storia mi piace molto.

Devozione di Sant’Antonio. Ai tempi del virus

 

Dell’antico monastero, è rimasta la chiesa

Mangio pastizz e frittata con gli asparagi. Peppe, e i suoi 86 anni, mi ferma davanti alla biblioteca (un vero e proprio dirottamento: mi spinge nel circolo dei pensionati): vuole ‘dirmi’ una poesia. Sul virus. Arrivo tardi per la ‘produzione’ dei pastizz che sono come empanada. E Rudy me ne spiega le origini musulmane. Un tempo, ripieno di interiora d’agnello, oggi carne di maiale. Aspetto di assaggiare i raschat con i funghi e so che una ragazza deve saper fare i frizzul per potersi sposare. Ci vuole la stecca di un vecchio ombrello per arrotolarvi attorno l’impasto. In altri paese, mi dice ancora Rudy, si usano i rami di ginestra.

Andrò via con le albicocche, ricchezza dei massari della piana di Trisaia. Laggiù, lungo la strada verso il mare. Mi dice Rosanna: ‘A Rotondella, guardiamo dall’alto’…

Il paese
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2 thoughts on “Il cielo dall’alto di Rotondella

  • 28 Giugno 2020 in 21:29
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    Il cielo dall’alto di Rotondella!
    Bellissimo racconto di quello che hai “vissuto” in qualche giornata.
    Se ritornerai, vivrai tante altre belle esperienze e tanti nuovi personaggi.
    Alla prossima

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    • 6 Luglio 2020 in 22:43
      Permalink

      Grazie, Francesco…come sai, sono già tornato…ho voglia di conoscere altri ‘personaggi’ ancora…tentazione di scrivere un lungo racconto sul tuo paese…

      Rispondi

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