Lucania coast-to-coast/Rotondella-San Giorgio Lucano, il cammino delle timpe

Rotondella San Giorgio Lucano

 Dobbiamo ancora trovare il cammino perfetto. Che non esiste. Questa è la tappa dei crinali. O meglio delle ‘tempe’. Delle ‘timpe’. Chiedo in giro: sta per collina, altura, montagna. Alla fine, sfoglio la Treccani virtuale e già mi piace la classificazione dove si trova: ‘voce di origine mediterranea’. E poi Timpa, Témpa, Timpóne, Tempóne…parola del Sud, parola mediterranea: ‘collina, rilievo, dirupo, salto, burrone’. I pastori della Lucania e della Puglia, la conoscono bene, è il loro paesaggio. Non distraetevi, state per cominciare ‘il cammino delle timpe’: ‘rilievi d’altopiano, collegati al grande tavolato cretaceo, spesso incisi da profonde e strette forre’. Ecco, dunque, cosa sono ‘le gravine’…Attorno all’Etnea, le timpe sono i burroni, i salti con pareti a picco: frane, esplosioni, eruzioni ed erosioni fanno nascere nuove geografie irrequiete.

Ora che ne sapete qualcosa in più, si può partire. Colazione da Ibbocci, sulla piazza-balcone, alle cinque e trenta del mattino con pasticciotto pugliese arrivato da Altamura. Semicerchio attorno al paese: stazione dei carabinieri, statua con i led di Padre Pio, panorami sulla valle del Sinni, Colobraro a chiudere l’orizzonte verso Nord. Si passa sotto il cimitero e si trova un cammino che taglia i tornanti della strada provinciale fino alla sella fra il colle di Rotondella e l’altura della masseria Camardella.

Discesa rapida, abbeveratoio (qui si chiamano pila) di fronte all’ex-macello, sede della Protezione Civile. Si risale verso l’agriturismo de ‘Il bosco dei Sapori’, la vecchia masseria Finocchio. E’ la via dell’antico acquedotto, una costruzione rotonda in pietra è un ‘partitore’ idrico. In alto, il casolare di Pino, il pastore, la masseria Camardella. Mi raccontano che Pino non uccide gli agnelli e non munge le pecore. Devo conoscere questo pastore che porta in giro le pecore…

Prima salita. Questo è un cammino di salite e discese: oltre mille e cinquecento metri di dislivello. Sei ore e mezzo di cammino (qualche sosta, dai, a fingere di riprendere fiato), ventitré chilometri (más o meno), trentaseimila e 563 passi. Sempre a dar retta ai calcoli da algoritmo di un telefono. Confesso: mi fidavo di più della rotellina contapassi. Ma questo è un dettaglio da vecchio. Da grande, come si dice qui.

Paesaggi d’estate in Lucania

Strada per Nocara, strada-sentiero. Si costeggia dall’alto la fossa del torrente Ruggero. Querce maestose, isolate in mezzo a campi di grano e fieno. Finisce la prima salita. E’ un adíos. E, sullo scollinare, ti chiedi: perché devo andarmene dalla cupola-conchiglia di Rotondella? Guardi le linee a elica del paese, oramai sai dove sono i bar, le botteghe, sai del giorno del mercato e ne guardi, senza niente sapere, la bellezza: e allora perché andarsene? Il panorama sul paese cerca di trattenerti. In fondo, ti trattiene sul serio. Poi ti giri e là ci sono i boschi, il querceto, la terra dei tartufi, il vigile urbano in pensione con il cagnetto Spread che sa scovare gli scorzoni (per non dire di Ambo che trova i bianchetti). C’è la grande valle del Sinni e le montagne lontane. C’è un altro crinale da scavalcare. Se avessimo le ali di un falco, potremmo volare sulle gole del torrente Candela, il canyon di Rotondella.

Rotondella San Giorgio Lucano

Adesso sarà solo asfalto, perdonatemi camminatori. Sappiate, in ogni caso, che è ‘asfalto lucano’: vi fioriscono papaveri, margherite, timo, finocchi, ferula, origano, erbe resistenti che ben poche macchine calpestano. In una giornata di cammino, abbiamo incontrato due macchine e due ciclisti. Il guaio è che non incontri nemmeno chi potrebbe indicarti il sentiero giusto, questa è terra di solitudini. Per ora non è difficile orinetarsi: si va per la strada di Nocara, ci sono le indicazioni per ‘Il bosco dei sapori’, si passa davanti a un’altra pila, la fonte di Corrado in uno slargo della strada (deve essere buona l’acqua: vengono qui del paese con le taniche). Poi cammino fra le timpe (timpa Pianalto, timpa Salice, timpa Castagno a leggere i nomi sulle mappe del dopoguerra: nomi orecchiati, ma se non incontrare un pastore non saprete quali sono). Si raggiunge un bivio, oltre una casa bianca fra i pini (la casa di Rina…). C’è un silos arrugginito e a ben guardate un’altra pila (ma è stata chiusa, non contateci). A destra, si prosegue per la masseria Finocchio, per Il Bosco dei Sapori. A sinistra è il nostro cammino, salita, salita continua e faticosa. Direzione Nocara, sotto il crinale delle pendici del monte Coppolo. Sono le otto del mattino, un’ora e mezza da Rotondella.

Rotondella San Giorgio Lucano

 

La strada nel bosco

Adesso niente pensieri. Si sale, è semplice. Si sale e basta. L’altra volta che passammo di qui, eravamo indecisi e chiedemmo soccorso nella masseria in alto. Ricordo che apparve Felicia. Una pastora. Mi spiazzò: ‘Chi siete? Che volete?’, chiese bruscamente. Ho pensato: ora mi chiede anche ‘un fiorino’. Tosta, Felicia, scrissi allora. Eravamo sulla strada giusta, ora lo so. Strada che sale ancora, che vuol raggiungere Nocara. E quindi seguiamolo questo asfalto: siamo in un bel bosco dalle grandi querce. Passiamo sotto timpa del Caprio, se riuscite a capire quale è. Ma non potete sbagliare: si sale, con il fiato grosso, fino a una radura, fino ai campi della masseria Conca. Mentre scolliniamo, 784 metri di altitudine a fidarci del telefono, ci imbattiamo in Fabio, ciclista di Marsala. Sta risalendo l’Italia, cerca anche lui la sua strada e per cena deve arrivare a Taranto. Bel tipo, Fabio. Uno allegro. Gli incontri del cammino.

Fabio, ciclista di Marsala

 

Il bivio per la masseria Conca

Il paese di Nocara, quasi verso Sud, sorveglia le sue colline. La strada segue il crinale. L’orizzonte scopre i lontani monte Alpi e monte Raparo. L’asfalto si sbriciola, svanisce in piccoli sassi. Breve salita, ridiscesa. Si cammina sul crinale dei venti: a sinistra lo Ionio, a destra la grande valle del Sinni. E’ un paesaggio bellissimo, selvatico. Si attraversano gli affioramenti rocciosi, i Sassi delle Armi dei Gatti e di Sant’Angelo. I paesani lucani conoscono queste pietre come ‘l’anima dei gatti’. Non so cosa c’entrino i gatti: armi, invece, racconta di una rupe, di una ‘costolatura rocciosa’. Qui, a dar retta agli archeologi, c’erano rifugi della gente di Nocara in caso di incursioni dal mare.

Discesa verso l’Armi dei Gatti. In alto, Nocara

Il pastore Nicola ha una sua spiegazione: ‘armi dei Gatti’ è dialetto, Sant’Angelo è italiano. Sulla mappa dell’istituto geografico militare sono indicate due rupi, fortilizi di roccia in mezzo alla campagna. Quasi un territorio patagonico. C’è vento forte. Nei mesi dell’inverno qui deve essere un andare e venire di tempeste. In basso, appare la forza dell’antico monastero degli Antropici, oggi bell’agriturismo. Nel fondovalle, le pietre il corso del Ragone, protetto sull’altra sponda dalla cresta della timpa della Chiesa e della serra Chiara, San Giorgio Lucano si allunga su un’altro pianoro ancora, fra il corso del Fiumarello e del Sarmento: le sue case ci avvertono della distanza che ancora ci separa dalla nostra meta. Qui dovremmo cercare un nuovo cammino che ci consenta di accorciare la tappa ed evitare qualche asfalto: proveremo a vedere se vi è ancora il sentiero che dalla masseria Pantano scende fino alla fiumara Ragone. ‘E’ brutta, brutta…’, ci sconsiglia Nicola, pastore della contra Ceraso. Andremo a vedere. Forse.

Armi dei Gatti

 

Le indicazione per Presinace. Non ci siamo andati

Deviazione sulla destra, cartelli in legno, in qualche modo misteriosi per un viandante distratto. Indicano la zona archeologica di Presinace e le località di Spartano e Chiarantano. Un giorno dovremo andare a vedere. Un’altra promessa?

 

Il pastore Nicola

Ecco, finalmente incontriamo, seduti al riparo di una grande ginestra, due uomini. Due pastori che osservano, dall’alto, le loro capre. I baffi di Nicola, il silenzio del suo compagno. Nicola si arrotola una sigaretta e ci racconta dei suoi formaggi. E del pane: ‘Due volte la settimana facciamo il pane, le friselle, i taralli…’. Ci prendono per matti nel nostro andare a piedi. ‘Ci sono le macchine’. Promesse di andare a trovarli, di andare a comprare il formaggio. Noi dobbiamo ancora salire, aggirare Nocara senza entrarci, cammino lungo. Avanti: passiamo vicini a un’unica pala eolica, arriviamo alla provinciale 147 fra Canna e Oriolo.

Un pala eolica solitaria

Saliamo, saliamo, scolliniamo, passiamo una masseria ben riconoscibile da due cani di gesso, bianchissimi e dalle orecchie dritte, immobili sulle colonne di ingresso. Ecco, dieci e trenta del mattino, quattro ore di cammino, lo stradello asfaltato è di fronte alla strada che sale a Nocara: noi, questa volta, per fortuna, andiamo in discesa, fino ai sassi della fiumara Ragone. Superiamo (attenti ai cani) la contrada Santo Spirito. Lungo cammino in discesa: campi di grano, di fieno, deviazione per il monastero degli Antropici, sempre dritto, sempre in discesa, vasca di irrigazioni, qualche fico, melograno, peschi, mandorli. Tornanti. Faticosa anche la discesa. Fino a una villetta ben sistemata, dietro una rete, ci sono meli e susini, all’altezza di una curva verso sinistra e di una vigna, c’è uno stradello che scende ancora: è il nostro cammino, fino alle pietre del Ragone.

Il grano da mietere

 

Il ponte dalle tre arcate sul Ragone

Si arriva alla fiumara. Ora dovremo solo costeggiarla, guadare il fosso pietroso di Acqua e arrivare fino alla antica strada Ionio-Sapri, l’infinito cammino che, negli anni ’50 del secolo scorso, univa i mari dell’Italia. Ecco le tre arcate in muratura della fiumara Ragone. Abbiamo ritrovato l’asfalto, dobbiamo ancora aggirare la Serra Chiara, vi ruotiamo attorno e siamo sulle sponde della Fiumarella. Dobbiamo attraversarla all’altezza di una briglia, in direzione della masseria Pezzente. La salita per San Giorgio è ben visibile verso oriente, alla nostra destra.

Il casolare del Pezzente. La salita è ‘pezzente’

L’ultima salita. Potrebbe davvero essere l’ultima salita, tanto è verticale. Dopo tanti chilometri, questo piano inclinato è oltre la nostra fatica. Si chiudono gli occhi e si lascia fare ai passi: San Giorgio Lucano deve essere conquistato. Tecnica di salita: fissare una pietra, una pianta, una frattura, della terra, un sasso, una lucertola. E andare avanti metro dopo metro. Non guardare dove devi arrivare. Non guardare chi è davanti a te.

Paesaggio della Fiumarella

 

Il crinale dei calanchi

 

Arrivo a San Giorgio Lucano

Il crinale è la ricompensa: pianoro a olivi e poi saliscendi di calanchi. Un paesaggio riconciliato con il mondo. In estate erbe d’argilla ne nascondono le crepe. Riappare San Giorgio che ora sembra arrendersi ai nostri passi. Ora siamo certi di arrivare. I calanchi sono una meraviglia. Il crinale fra la Fiumarella e il Sarmento è davvero perfetto. San Giorgio Lucano è un paese in equilibrio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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