Felinghetti a Managua/Il fiore di Pasternak

Lawrence Monsanto Ferlinghetti (da minimaemoralia.it)

 E’ accaduto che hai compiuto cento e uno anni e ben pochi se ne sono ricordati. O, almeno, così a me parso. Si vede che, pubblicamente, si festeggiano solo i cento anni. Dopo puoi anche morire. L’avanzare dell’età non è una notizia: solo se muori, ti dedicheranno qualche articolo già scritto da tempo e riposto in un cassetto in attesa. Se solo ci fossero ancora i cassetti, naturalmente.

Ho ritrovato trenta pagine di un tuo diario. E ho cominciato a sfogliarlo. Mi sono sentito un intruso, erano anni lontani, se ne ha nostalgia e compassione per il tempo passato, per giorni che credevamo colmi di futuro. Il tuo taccuino era abbandonato sul tavolo di cucina, là dove, con retropensieri, si lasciano le pagine perché qualcuno alla fine le legga. Allo stesso tempo, ci si finge indispettiti se sorprendiamo il lettore mentre le sta scorrendo. Questa mattina, e sono passate settimane, diventate mesi, mi sono ricordato che il 24 marzo era il tuo compleanno. Non ho visto copertine di grido, né grandi giornali parlare di te. Oppure è stata la storia della pandemia a distrarmi. Il virus dovrebbe avercela con te, ma, a quanto mi dicono, l’hai scampata. E io spero che tu ci sia ancora quando avrò finito di scrivere questo breve racconto. Vuol dire che ci sarò anche io. Vuol dire che almeno questo l’ho fatto. Non ho letto tue interviste, quest’anno. O, forse, Mauro (1), a nome tuo, ha declinato ogni invito. Quello che si doveva dire, in fondo, è stato già detto. Tu cerca di stare attento.

Ho guardato i disegni sulla prima pagina del taccuino, conosco la tua mano, Lawrence. La vedo muoversi velocemente: ci sono due uomini, uno ha i baffi, entrambi sono di profilo, un tuo schizzo veloce. Hai sempre usato il bianco e il nero. I due ragazzi sono latinoamericani, hanno occhi scuri. Hai annotato: ‘Los insurgentes’. Nel 1984, a gennaio, sei andato a Managua. In Nicaragua. A vederli da vicino questi insurgentes. Vorrei dirti: come tutti! E’ vero, andavamo tutti (chissà chi sono questi ‘tutti’?) a vedere la rivoluzione dei sandinisti. Quattro premi Nobel, l’indù Salman, il tuo amico Allen, per il quale finisti in galera, Joan, Noam, Gabo, Eduardo: nessuno ha voluto mancare l’appuntamento con la rivoluzione. Eravamo come api sul miele. Ci davamo superbi appuntamenti a Managua. Pensavamo: l’illusione poteva essere realtà. Eravamo disposti a innamorarci. Ci eravamo già innamorati della rivoluzione. Prima di averla conosciuta. Potevo esserci anche io a bordo di quell’aereo. Non eravamo sullo stesso volo, peccato.

Ti guardi attorno, mentre allacci le cinture di sicurezza. Due ore e mezzo di volo. Aeronica 500. Da Miami, una triangolazione con San Francisco. Diamo un’occhiata ai passeggeri che sono con te: vi sono ragazzi norteamericani con lo zaino, stanno andando a raccogliere caffè. Sono internazionali. Lo sapevano di finire in un paese in guerra? Lo sapevano che erano ‘bersagli’ di quelle armi che il loro presidente stava passando ai controrivoluzionari? Sì, lo sapevano. Ma a vent’anni, ce ne sbattiamo. Gli altri sono nica di lignaggio che fanno la spola con la Florida. Hanno parenti fuggiti là. Sono andati a fare shopping. Stanno in equilibrio fra il vecchio e il nuovo mondo del potere, hanno in antipatia i muchachos della rivoluzione, sono certi che siano comunisti, non vogliono perdere le loro grandi case e allora vanno e vengono. Ferlinghetti ha appena pubblicato, come editore, un’antologia di poeti nicaraguensi: ‘Volcán’. E credo che il titolo sia più che indovinato. Pablo Antonio Cuadra, grande e austero maestro della poesia nicaraguense, aveva già spiegato che il suo paese era terra di poeti ‘porque es una geografía de volcanes’.

Lawrence si distrae mentre l’aereo sorvola Managua. Gli torna in mente Molly. Che lo guardava mentre i pompieri di Brooklin, nell’afa dell’estate, aprivano gli idranti. Ecco, comincia la discesa, manovra di atterraggio, spente le luci, cintura ben allacciata, e occhi fuori dal finestrino, Lawrence canticchia: ‘Io mi ricordo che Molly/mi guardò e/ scappò in casa/perché mi sa che là fuori c’eravamo solo noi due’. Era curioso, Lawrence, ne aveva ascoltate troppe a San Francisco. Venivano in mille nella sua libreria a consigliargli di andare in Nicaragua. ‘Devi vederla quella rivoluzione’. Temeva una delusione, il poeta. Ma quelli erano tempi feroci e di speranza. ‘L’assoluto è insostenibile – aveva spiegato all’amico che lo aveva accompagnato all’aeroporto – Spero che questa rivoluzione si mantenga libre. Che eviti gli errori dei cubani’. Lawrence aveva fiducia in Ernesto.

Ernesto

 

L’aeroporto gli apparve minuscolo e la città, vista dall’alto, era come una campagna. Nessuno aveva provato a ricostruirla dopo il terremoto del 1972. Ernesto lo aspetta. Ernesto Cardenal, monaco, poeta, ministro della cultura nel governo sandinista, è in piedi, quasi di fronte alla scaletta. Appena dieci mesi prima, Cardenal, in questo stesso aeroporto, era stato maltrattato da un altro uomo sceso da un aereo: in diretta televisiva Giovanni Paolo II, il papa, aveva cacciato dalla chiesa il prete che si era fatto rivoluzionario. Era una giornata di vento, i capelli di Ernesto e la veste del papa volavano nell’aria. Ernesto era rimasto al suo posto di ministro e ora sta salutando un amico.

Si riconoscono subito, Ernesto e Lawrence. Sono inconfondibili. Del resto, si erano già incontrati un paio di volte, in altre storie di poeti, prima e dopo la rivoluzione. Lawrence, quindi, non fu sorpreso dall’aspetto ‘angelico’ di Ernesto. Un privilegio vedere il poeta-ministro sorridere. Ernesto non aveva dimenticato gli insegnamenti dei trappisti, era sempre severo e con lo sguardo indaffarato. Vestiva di ordinanza: basco nero, camicia contadina bianca, blue-jeans. Non so cosa possa avere ai piedi: forse quella volta aveva rinunciato agli zoccoli e indossava sandali francescani. Non aveva ancora compiuto sessanta anni; Lawrence, invece, era già a metà del suo cammino verso i settanta. Ernesto non mosse un solo passo verso di lui, continuava a sorridere, con la testa piegata di lato. Allargò solo le braccia a mo’ di benvenuto. Ricorda Lawrence: ‘Io avevo un cartoccio in mano, una sorta di pacchetto regalo, lo avevo preparato con cura. Il mio piccolo dono aveva attraversato continenti. Ci tenevo molto. Era un passaggio di mano, qualcosa da poeti. Me lo aveva dato a Parigi, come una reliquia, Andrej (2). Veniva da Mosca. Era un seme. Il seme di un fiore cresciuto sulla tomba di Boris Pasternak’. Il burbero Ernesto avrà scosso la testa, ma in fondo si commosse anche lui. Solo io considerai strano portare un seme di un fiore russo in una terra tropicale dove nessuno riesce a placare l’esuberanza delle fioriture. Oggi penso che era stata una bella idea atterrare a Managua con un seme russo in mano. Il fiore di Pasternak. Chissà se Ernesto ha mai seminato quel regalo. Magari è quel fiore solitario che ho visto a un passo dalla sua casa di legno a Solentiname.

Una Toyota, la scorta dei muchachos, la sensazione sempre spaesante, dopo un volo, di trovarsi in un altro mondo. Le gambe e lo stomaco cercano un equilibrio. Ernesto chiede di poter fare un largo giro per la città prima di raggiungere la grande villa che lo ospiterà, sulla collina al centro di Managua. Villa che apparteneva a qualche caporione somozista, pensa Lawrence. Appare un cameriere. Bicchieri di birra Toña. Tutto molto piacevole. Credo che Lawrence si appisoli sulla sedia a dondolo. Ernesto sfoglia con distrazione le pagine dell’antologia dei poeti del suo paese. piace, nel tramonto tropicale, osservare questi due vecchi (hanno l’età che ho io adesso).

Ferlinghetti accetta di buon grado il programma dei suoi giorni nicaraguensi. Vi è sempre qualcuno che vuole riempirvi le giornate in questi tour organizzati. E non prevede che il visitatore abbia voglia di dormicchiare al sole invece che visitare il Museo delle Forze Armate. Certo, la tua accompagnatrice, all’indomani, sarà la poeta Daisy Zamora e questo rallegra Lawrence. E poi, nel pomeriggio, si andrà a incontrare l’oceano. Lawrence, quindi, ancora frastornato dal volo, si rassegna. Ha passato una buona notte e ha preparato la sua furba cortesia. Al mattino accoglie Daisy recintandole i suoi versi : Blancanieves se negó a ser sirvienta de los enanos,/y no le permitieron entrar a la casita./La Cenicienta demandó por maltrato a su madrastra./Sin escopeta no entro al bosque, dijo Caperucita,/después que el lobo la siguió por primera vez./(Su abuela nunca abría la puerta sin asomarse antes). (3)

Finora ho letto il taccuino in piedi. Con un orecchio ai rumori della casa. Con addosso il timore di essere sorpreso con il diario di Lawrence in mano. Ora mi siedo, poggio il piccolo quaderno sul tavolo, mi metto comodo. E, attraverso la finestra, credo di vedere gli stessi uccelli che il poeta stava, allora, guardando trasognato. Non hanno molto paura, oscillano, quasi beffardi, su un ramo frondoso. Uccelli sconosciuti ai nostri occhi. Trovano riparo nelle splendenti bougainville che in Nicaragua non appassiscono mai.

Lawrence viene da Big Sur, l’oceano è un compagno abituale, non può sorprenderlo, certo non sulle spiagge di ghiaia del Nicaragua, ma Ernesto vuole portarlo comunque al mare. Ho la sensazione che il ministro usi l’amico poeta per evitarsi le lunghe riunioni di governo. Eccoli, allora: vanno a Pochomil. Anche loro…tre anni prima anche io ero finito in questo paese di baracche e fritanga dove si friggeva pesce di fronte a baracche sbilenche. Il rumore dell’oceano è una colonna sonora. Ernesto prevede un futuro di turismo per il piccolo paese. Non ha torti: oggi, quarant’anni dopo, a scorrere le prime tre pagine di google non ti dicono una sola parola sulla cittadina (sì, è diventata una cittadina), ma ti offrono ville e resort. Era questo che intendevi, Ernesto? La FootPrint, d’altra parte, non incoraggia ad andare a Pochomil: ‘i ristoranti non valgono un granché e le spiagge non sono pulite’. E’ andata male, si vede. E con la tirannia di Ortega e il passaggio del virus è anche peggio. A volte il web non riesce a stare al passo dei tempi: conserva le sue pagine immobili e non si interessa, nelle sue agende, di quanto accade dopo che quel post è stato abbandonato nel mondo virtuale.

Ma, nel 1984, Pochomil era ancora un buon posto in cui portare un ospite di riguardo, avvolto da un’aurea beat. Ernesto è un ragazzino felice: si beve due bicchieri di rum, parla di Ezra Pound con Lawrence e mangia pesce. Se la gode. In fondo li capisco questi rivoluzionari latinoamericani che si sono innamorati di un poeta passato alla storia come un fascista. Una maledizione per Ezra, uno che ha scovato parole che nemmeno avremmo potuto immaginare. Strana rivoluzione, quella sandinista. Se chiedi a Ernesto, ti senti dire: ‘Il modello che perseguiamo è il regno di Dio’. Lo sanno i comandanti sandinisti? Sì, credo di sì. E, mentre il poeta si accalora, loro si danno di gomito. Ernesto gli era utile. Lawrence ed Ernesto, nei loro sogni, sono anarchici: immaginano il dissolvimento dello stato.

Set keel to the breakers, forth on the godly sea,/ and
we set up mast and sail on that swart ship,
(4)

Intanto, in quelle stesse ore, nel golfo di Corinto, poco più a Nord di Pochomil, commandos organizzati dalla Cia avevano dato alle fiamme i navigli sandinisti. Era guerra aperta. Lawrence pensa, da buon intellettuale, alla nave schiavista che brucia nei quadri di Turner. Nel frattempo, mollemente seduti di fronte all’oceano i due sessantenni ascoltano Paul McCartney e Michael Jackson.

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Un nuovo giorno. La settimana di Lawrence diventa davvero un giro turistico. Ernesto non aspettava altro. Si fa accompagnatore del poeta. Assieme vanno a Masaya. Li aspettano a Monimbò, el barrio heroico. Gli abitanti, qui, si ribellano sempre. Alla tirannia di Somoza, come, oggi, all’oscenità di Daniel Ortega. Che destino beffardo e feroce. Il barrio non è cambiato molto dai tempi della visita di Ferlinghetti: cani randagi per le strade, case povere, tetti in lamiera e resistenza sotto pelle. Lawrence si chiese: ‘La rivoluzione cambierà tutto questo?’. La rivoluzione farà vivere meglio la gente di Monimbò? Mai porsi queste domande.

Tre vecchi musicisti accolgono Lawrence ed Ernesto con il suono di due violini e di un guitarrón. Per una volta, vedo la musica nell’aria, l’ascolto, mentre mi inebrio del caldo de res preparato da una coppia che sembra ben conoscere Ernesto.

‘A girl ran in/her air was rainy/her breasts were breathless in the little room/Outside the leaves were falling/and they cried/Too soon!too soon!’ (5)

Il viaggio prosegue. Lawrence non si accorge che Ernesto non si ferma a Granada, la città dove è nato. Non gli appare importante questa omissione. Sa che il poeta-ministro appartiene a una ricca famiglia della città, culla da sempre del potere politico del Nicaragua. Forse Ernesto non vuole rivedere la sua antica, immensa casa. Con il tempo diventerà La casa de los tres mundos, una gran bel posto, pieno di laboratori e artisti. Lawrence ci dice che la nonna di Ernesto la donò alla chiesa. Io vi ho ballato con i poeti nella notte del Festival Internazionale. Vi ho mangiato. Ne ho visitato le stanze. Vi ho passato molto tempo quando sono tornato in Nicaragua dopo trentacinque anni di assenza. Ora, che la tirannia è tornata, cosa accadrà nel grande patio? Non c’è più il festival dei poeti. Dietmar Schönherr, direttore della casa, sarà ancora lì? Verranno ancora i ragazzi di Vienna a fare servizio civile? Nella rete, trovo video registrati di recente. Ma quel giorno alla fine di gennaio del 1984, Ernesto aveva un programma da turista: non aveva voglia di fermarsi nei ricordi della sua infanzia, come se avesse fretta di raggiugere le sponde del lago Cochibolca. I due poeti sono attesi da un pranzo di pesce e da una escursione in barca a las isletas, arcipelago di scogli e foreste. E’ un giorno di bisboccia: Ernesto e Lawrence mangiano ancora carne arrosto e bevono birra. La politica è lontana. La guerra è lontana. I poeti sbuffano quando entrano al ristorante e osservano un tavolo di notabili sopravvissuti alla caduta di Somoza. Lawrence annota: ‘I borghesi saranno sempre con noi, qualsiasi cosa dicano i marxisti’. Una volta, due amici, mentre camminavamo sulla riva del lago mi dissero: ‘Qui avevano villa i potenti del Nicaragua ai tempi di Somoza. Non è cambiato molto: i sandinisti si sono impossessati di queste isole’.

And I am awaiting/perpetually and forever/a renaissance of wonder’ (6)

Queste isole sono importanti per me. Qui, fra i canali, ho conosciuto Elisabetta. In quella mattina, passata a navigare fra foreste pluviali e isole, a spostare rami per consentire alla piccola barca di andare avanti, è nata nostra figlia. Speravamo che avrebbe ereditato una rivoluzione. Peccato che sia andato tutto in malora. Però quelle ore a girovagare per las isletas furono una bella storia. Sono tornato più volte fra quelle isole. Con amici, con poeti. Con Daniela. Ho bevuto anche io birra Toña e assaggiato, a bordo di una piscina scintillante, leccornie da banchetto per ospiti importanti. Credo che anche Ernesto e Lawrence se la siano spassata quel pomeriggio. Immagino la luce del sole che danza sul confine del vulcano. A guardarli (Lawrence sarà a piedi nudi, Ernesto si starà godendo ancora un rum) sembrano due scolaretti che gustano una vacanza imprevista. Sulla pagina del diario che racconta di questo giorno, Lawrence ha disegnato un uomo con baffi e occhiali, sguardo ridotto a una fessura. Sotto, ha scritto: ‘Latinamerican dictator’. Non assomiglia a Somoza.

Lawrence è diligente: asseconda chi ha organizzato il suo viaggio. Non si lamenta, si diverte. Viene portato in visita a uno zuccherificio statale e in un carcere. Hanno allestito uno spettacolo per i visitatori. Accadeva anche a me: quando facevo il giornalista, questi giri si chiamavano ‘educational’ e ci piaceva andarci: ci portavano in bei posti e si mangiava bene. A volte accadevano brevi storie di sesso. I dettagli nel diario di Lawrence forniscono indizi politici: nell’ingenio, lo zuccherificio sandinista, i macchinari vengono dalla Germania Est e dall’Urss, vi lavorano operai cubani. E’ il 1984 e gli equilibri sono già incrinati, la rivoluzione stringeva alleanze, e scricchiolava. Si era già crepata le alleanze degli anni della rivolta. E nessuno, allora, avrebbe immaginato che l’impero comunista stesse per sbriciolarsi.

I prigionieri, nel carcere-fattoria, recitano come da copione.  Il capo dei detenuti è l’autista, ‘incredibilmente grasso’, di Somoza. Fra i prigionieri c’è anche Carlo Canales, ministro della sanità negli anni della tirannia: condannato per grandi truffe. L’ex-ministro rivela a Lawrence: ‘I miei figli sono tutti sandinisti’. E’ la storia dell’alta borghesia nicaraguense: molti dei ragazzi e della ragazze di quelle famiglie scelsero strade coraggiose, si schierarono con la rivoluzione. Alcuni vi sono rimasti fedeli, altri abbandonarono i sogni e si misero a far soldi. Alcuni morirono per quelle idee di giustizia. Altri ancora continuano a battersi. A Lawrence raccontano la storia della stretta di mano fra Tomás Borge, ministro degli interni, l’unico sopravvissuto fra i fondatori del Fronte Sandinista, e il suo torturatore. A Lawrence dicono che Tomás andò a incontrarlo nel carcere dove era stato rinchiuso. Borge guardò negli occhi il suo aguzzino, allungò il braccio e disse: ‘La mia vendetta è che devi stringermi la mano’. Naturalmente Borge scriveva poesie, mise in versi questo incontro e Joan Baez li musicò: Mi venganza personal sera el derecho de tus hijos a la escuela y a las flores./Mi venganza personal sera entregarte este canto florecido sin temores. (7)

Hanno raccontato anche a me questa storia. Ed era il 1980, doveva essere appena accaduta. L’incontro, fra il comandante sandinista vittorioso e il suo carceriere, avvenne appena tre mesi dopo il trionfo della rivoluzione. Io ho scritto così: ‘Per nove mesi quell’uomo lo aveva massacrato, tenuto con un cappuccio in testa, gli aveva spezzato le ossa, umiliato e deriso e ora Tomás se lo ritrovava di fronte, con gli occhi rivolti a terra’. Tomás era consapevole che gli altri prigionieri, e le guardie, lo stavano guardando. Credo che il perdono di Borge sia stato sincero, la messa in scena fu un teatro della vanità del ministro.

Penso che Lawrence sia stato abbagliato dal mito di Borge. Lo sono stato anche io, lo eravamo tutti. Lo descrive come ‘un omone’. Con indosso sempre l’uniforme. Come è possibile? Tomás assomigliava a un mongolo. Basso di statura, tozzo, quasi sempre ingrugnito, almeno nelle foto. Era il più temuto fra i comandanti sandinisti. Lo chiamavano el viejo. Non so quanto alto sia Lawrence, certamente più di Tomás, che amava ricevere i poeti in visita alla rivoluzione. Ospitava spesso a casa sua Julio Cortázar, il più geniale degli scrittori latinoamericani: Julio era quasi due metri e lui un nanerottolo. Assieme andavano a mangiare al Mercado Oriental, il più grande di Managua.

Doveva essere un’abitudine. Tomás, guidando il suo furgone, porta anche Lawrence al mercado Oriental. Si siedono a un tavolo di legno e ordinano carne asada mentre le venditrici lo accerchiano con le loro lagnanze. Borge annuisce e mangia, afferra un osso e lo spolpa mentre guarda negli occhi la donna che vuole essere ascoltata. Gli piace essere al centro dell’attenzione. Attorno a lui ci sono poeti norteamericani, scrittori, cameramen delle televisioni. Spiega a tutti che Lawrence è un grande poeta. E in Nicaragua questo è un titolo di nobiltà. Fa la sua passerella Tomás, accarezza come qualsiasi politico una bambina e alla fine il suo sguardo cade su una giovane interprete. Occhi rapaci, di desiderio. Il comandante è macho, rivoluzionario e sciupafemmine. Raúl, anni dopo, a Montevideo, mi dirà: ‘Le afferrava…’ e con le braccia fece un movimento a raffigurare la presa di un’aquila. Le chiese il numero di telefono. Che è come dire: ‘Ci vediamo alle dieci, a casa mia’. Lei, a dar retta a Lawrence, rifiutò ‘in modo educato’. Spero che sia riuscita a sfuggire al carniere di Tomás.

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Nei miei giorni di Granada, all’esquina della piazza centrale, compravo La Prensa e El Nuevo Diario. Nel Nicaragua, nel secondo decennio del nuovo millennio, leggevo giornali conservatori e più o meno borghesi. Rivoluzione addio? La Prensa era stata, negli anni della tirannia somozista, lo scoglio isolato di un’opposizione caparbia a Tacho Somoza. Nel gennaio del 1978, il suo direttore, Pedro Joacquim Chamorro, venne ucciso dai killer del tiranno (che era stato suo compagno di scuola). La morte di Pedro fu una delle scintille che segnarono la caduta finale della dittatura: insorsero le campagne, si ribellarono i quartieri più poveri della città. Accadde perché era stato ucciso un borghese, appartenente a una delle famiglie più importanti del paese. Doveva essere un grande uomo, Pedro Joacquim. La Prensa, passato il primo fervore rivoluzionario, da giornale liberale, avversario del tiranno, si ritrovò all’opposizione anche dei governi sandinisti. Lo è ancora oggi, è una delle voci che cercano di contrastare l’orrore del potere di Daniel Ortega. Che paese, il Nicaragua. E’ lo specchio delle contorsioni delle rivoluzioni. I figli di Pedro Joacquim si trovarono, dopo la vittoria sandinista, su sponde opposte: Pedro fu uno dei leader della controrivoluzione; Carlos, invece, divenne direttore di Barricada, giornale del Fronte Sandinista. E, ancora oggi, dirige, dall’esilio, il miglior giornale web di opposizione, Confindencial. Carlos è stato costretto ad abbandonare il suo paese. Vive in Costa Rica. La Prensa, nei giorni della visita di Lawrence, era avversaria implacabile dei governi sandinisti. Di fatto era schierata con la guerriglia controrivoluzionaria e con gli Stati Uniti.

Chissà cosa scriverebbe oggi PAC? Non ho dubbi: ancora una volta Pablo Antonio Cuadra, poeta, direttore per anni e anni del supplemento letterario de La Prensa, sarebbe contro. E Lawrence, in quella settimana di Managua, non poteva che andare a incontrarlo. Peccato che non mi dica se nell’antologia di poeti nicas che City Lights ha appena stampato, abbia inserito o meno Pablo Antonio. A quel tempo, 1984, PAC era un fiero oppositore della censura decisa dai sandinisti. Disse a Lawrence che non aveva potuto pubblicare le sue poesie, perché il governo non aveva fornito la carta necessaria. Ferlinghetti gli rispose che i dollari americani servivano per comprare medicinali e macchinari. E che, altre volte, i sandinisti erano venuti in soccorso del giornale fornendo la carta necessaria a stamparlo.

Erano anni di guerra, quelli. Ernesto scriveva: ‘Non ci piace e non vogliamo la censura, ma siamo in guerra e La Prensa difende apertamente il nemico, difende le azioni della Cia’. Pablo Antonio sosteneva che i sandinisti detestavano la ‘libertà di espressione’ e che il giornale era un baluardo di ‘una rivoluzione incompleta’. La Prensa apparteneva ancora alla famiglia di Pedro Jocquim: Violeta, la sua vedova, proprietaria del giornale, aveva fatto parte della prima giunta sandinista. Ne era uscita accusando il governo di una deriva marxista. Portò il suo giornale a destra. E quasi tutti i suoi giornalisti se ne andarono. Fondarono El Nuevo Diario. Pablo Antonio rimase con Violeta. Chissà cosa ne pensavano i poeti: per anni e anni, PAC, altissimo, magro, un pajaro allampanato, era stato ‘il maestro terribile’ di ogni scrittore di versi. Essere pubblicati su La Prensa era come ricevere il diploma di poeta. Esserne rifiutati era una condanna, non poteva esserci riscatto.

Fu Pablo Antonio a pubblicare, per primo, le poesie di Gioconda Belli. E, ne sono certo, lo fece perché gli erano piaciute, ma anche perché sapeva che avrebbero stordito e scandalizzato la buona borghesia di Granada. Insomma, Pablo Antonio, severo come un avvoltoio, affilato come un’aquila, in galera più volte negli anni di Somoza, antisandinista ai tempi della rivoluzione, mi sta simpatico. Ne avrei avuto paura, ma forse, come accadde a Lawrence, mi sarei inteso con lui. ‘Ci siamo scambiati libri – ricorda Ferlinghetti – gli ho stretto la mano e gli ho augurato ogni bene’. Avrei voluto vederli assieme il gelido poeta nica e l’hippie di San Francisco. Lawrence è un libertario, di fronte a Ernesto difende La Prensa: ‘Anche se pubblicasse solo bugie, dovrebbe poterlo fare’. Il ministro-poeta scuote la testa, lui ha un addestramento trappista, è affascinato da Fidel Castro e vive in un paese in guerra. Non ha tempo per la libertà. Lawrence viene dalla California, terra della bella vita, dei vagabondaggi di Jack Kerouac e delle utopie di Big Sur. Può cullare un’idea romantica dell’anarchia.

Ernesto non me le confesserebbe mai, ma aveva conosciuto Hope, la moglie di Tacho Somoza, il tiranno, quando era una ragazza. Come tutti i rampolli della ricca borghesia nicaraguense, lei studiava negli Stati Uniti. Anche Ernesto era a New York e Hope era bellissima. Allora vinceva i concorsi da Miss, e molti anni dopo, nel 1968, tempo di ribellioni, lei venne proclamata da una rivista di moda come ‘la donna più elegante’ del mondo.

Nel 1950, Hope, attorniata da quattromila invitati, aveva sposato il figlio del capostipite della tirannia. Che era anche suo cugino. Un matrimonio strategico. La bellezza di Hope non bastò a Tacho: dodici anni dopo le nozze, le preferì una prorompente ragazzina, Dinorah Sampson, che divenne la sua amante, pubblica e segreta. Hope, come si addiceva al suo rango, rimase impassibile e algida. I suoi occhi esprimevano disprezzo, le sue labbra si arricciavano in sorriso di facciata. Copione che oggi si ripete per Melania quando il marito Donald le impone di sorridere. Nel 1978, Hope, preveggente aveva intuito il crollo del somozismo. Fece le valige, salvò i suoi soldi e andò a vivere a Londra. Nella stessa strada dove abitava Salman Rushdie. Strani incroci: fu così che Salman si interessò al Nicaragua fino a scrivervi un piccolo, indispensabile libretto (8).

Lawrence, uscito dalla redazione de La Prensa, va a trovare Ernesto nel suo ufficio. Il ministero della cultura aveva trovato sede proprio nella villa di Hope. Conosco Ernesto e avrà avuto un sorriso di orgoglio nell’entrarvi da ministro. Chissà se si ricordò dei giorni di New York con Hope o di quando lei andava a comprare libri nella sua libreria di Managua.

Doveva essere una ben strana villa. Da ricchezza strabordante ed eccentrica. Nel parco vi era una casetta giapponese dove Hope, raccontano, si ritirava a meditare (i ricchi meditano). Scrittori e poeti sono passati, a centinaia, per questo imprevisto ministero per andare a trovare Ernesto. E tutti, allegri e sorpresi di ritrovarsi in mezzo al lusso, si mettevano a contare i bagni della grande casa: Lawrence scrive di essere entrato in una dozzina di stanze da bagno, Eduardo Galeano ne censì diciassette. Lawrence rise di gusto quando si rese conto che Ernesto aveva messo il suo ufficio personale proprio in un bagno. Lawrence lo ricorda come una stanza minuscola, io so che quel bagno era il più grande e il più luminoso della villa. La vasca era in marmo di Carrara. Le pareti erano piene di specchi. Nel patio di questo imprevisto ministero, le collaboratrici di Ernesto (Luzmarina, Daisy, Vidaluz…) organizzavano reading notturni, incontri di poeti, appassionati seminari letterari. Lawrence ricorda i libri disseminati per ogni angolo della casa mentre sculture sembravano sorgere dal pavimento. Quando fu cacciato dal suo ministero (la moglie di Daniel Ortega, Rosario Murillo, lo detestava: una gelosia e un’invidia irrimediabile, di pelle, un’antipatia ricambiata), Ernesto si portò via una vecchia e consunta poltrona bianca. Quando l’ho incontrato io, si era trincerato (non ne voleva sapere di giornalisti) in una stanzuccia senza finestre negli uffici dell’associazione degli scrittori. Questa volta fui io a sorridere: era sprofondato in quella stessa poltrona, consumata dagli anni,  e mi guardava, con diffidenza e ostilità, al riparo delle sue statue di garzette e grandi uccelli in legno.

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E’ arrivato il giorno dei poeti, del reading di fronte ai ‘lavoratori culturali’. Lawrence è venuto a Managua su invito di Ernesto per leggere le sue poesie. Per solidarietà con la rivoluzione più inaccettabile per Ronald Reagan, il presidente del suo paese. Il poeta di San Francisco è venuto in Nicaragua per testimoniare la propria vicinanza a dei sognatori. Per coltivare una utopia. E quella sera, Ferlinghetti si ritrova al centro di un cerchio di una cinquantina di uomini e donne che aspettano da lui una conferma delle loro idee e dei loro sogni sandinisti. Lawrence non vuole deludere le aspettative. Fa il suo discorso. Se la prende con gli intellettuali gringos. Non nasconde il suo rammarico per la loro indifferenza: ‘Le migliori menti della mia generazione’ – citazione immancabile, Lawrence non può dimenticarsi di Allen, le sue poesie gli costarono, trent’anni prima, un po’ di galera per pubblicazione oscena nell’America degli anni ’50 -…quelle ‘menti’, nel 1984, ad ascoltare Ferlinghetti, non avevano tempo per una rivoluzione centramericana. Lawrence accusa il nazionalismo norteamericano e, un minuto dopo, si rende conto di aver imboccato una strada sbagliata. Qualcuno avrebbe dovuto metterlo in guardia: i sandinisti che hanno combattuto per il loro paese, prima di avere un’ideologia, sono stati patrioti, volevano la libertà e scrollarsi di dosso una tirannia non dissimile dal potere coloniale. Erano nazionalisti, si erano battuti per l’indipendenza del loro paese.

’I saw the best minds of my generation destroyed by madness, starving hysterical naked, dragging themselves through the negro streets at dawn looking for an angry fix, Angel-headed hipsters burning for the ancient heavenly connection to the starry dynamo in the machinery of night…’ (9)

Non ha fiducia nei poeti statunitensi, Lawrence. Ecco ora sono io a distrarmi canticchiando sotto voce ‘Ay Nicaragua Nicaraguita’, chissà se Ferlinghetti l’ha mai ascoltata? Si, Carlos l’aveva già scritta e cantata nell’immensa piazza di fronte alla cattedrale diroccata di Managua. ‘Hanno la pancia troppo piena, i poeti del mio paese’, ammette Lawrence di fronte a quel piccolo pubblico devoto di intellettuali sandinisti. Come a dire: non c’è una lotta, o una rivoluzione, o il sogno di ‘cambiare la società’ a muovere le macchine da scrivere dei poeti gringos. A cosa serve, allora, la poesia? ‘A fare la rivoluzione’, avremmo risposto molti di noi in quegli anni. Che tonti che eravamo. In fondo, anche Daniel Ortega passava per poeta e il suo nome compariva nelle antologie degli autori nicas.

Eravamo anche belli, però. Pieni di utopie. Continuo a sussurrare la mia Nicaraguita…Quella notte, Ferlinghetti salvò, dei suoi compatrioti, solo i poeti delle ‘varie minoranze’. Immagino quali: gli afroamericani, i nativi, i latinos, i nuyoricanos di New York. Quanti anni erano passati dai pugni alzati di Smith e Carlos alle olimpiadi messicane? Quasi venti, quasi venti. Riemergono sempre quei pugni con il guanto nero. Quanti anni sono passati mentre scrivo oggi che Lawrence ha 101 anni ed Ernesto è morto da pochi mesi? Black lives matter, gridano in queste ore nelle piazze del mondo. Gli atleti si inginocchiano e alzano il pugno: ora sono in mille, alcuni di loro celebri e ricchi, a unirsi al popolo nero delle periferie. Lawrence alla fine annota sul suo diario: ‘Ai poeti serve ispirazione e fame’. Ascolto le tue parole con pensieri nuvolosi per la testa. Il cerchio di uomini e donne di una rivoluzione già scricchiolante applaude con cortesia. Hanno avuto la conferma di essere sulla strada giusta. Che stava portando verso un baratro. Ma, allora, non lo sapevamo. Allora speravamo, cavalcavamo un desiderio. Le nostre briglie erano sciolte.

L’ufficio di Ernesto

Alla fine, quella notte, notte dei tropici, Ferlinghetti legge le sue poesie. E’ al centro di un anfiteatro, non c’è molto pubblico (‘Non sono Evtušenko’, pensa), l’aria è calda e piacevole. La piazza è dedicata a Joacquim Chamorro, il giornalista liberale ucciso dai killer di Somoza. E lui ripensa a quel seme, raccolto sulla tomba di Pasternak. Era uno scrittore grandioso, Pasternak, ma non aveva il folle coraggio di Chamorro. Quella notte, nessuno ci pensa. Ferlinghetti è felice del corto circuito di simboli che ha provocato. E legge una poesia che, ‘in preda un’euforia rivoluzionaria’, ha appena scritto. L’ispirazione gli era venuta da un gesto di Fernando Silva, poeta e pediatra.

‘Cuando se acaba todita su aparencia,/echando a última hora todo lo que resta/de ese silenzio en el suelo,/come si estuvieras sembrando/los últimos granos de una espera’ (10)

Fernando, Dio mio…ho fatto in tempo a conoscerlo, quando già la malattia aveva consumato il corpo di un uomo alto e forte. Lo incontrai che era su una sedia a rotelle e mi apparve come uno scheletro. Fernando è stato un grande medico, un eccellente poeta, un uomo coraggioso. Credo davvero, come dice Lawrence, che fra lui e il poeta californiano sia nata un’immediata simpatia. Era facile con quel poeta spilungone e allegro: ‘Siamo fratelli’, gli disse Fernando. Durante una passeggiata, regalò a Lawrence un fiore. Gli disse: ‘Questo è la Bruja, un fiore selvatico che cresce dove niente altro può nascere’. Fece una pausa, Fernando. Poi guardò il suo nuovo amico: ‘Cresce in luoghi inaspettati’. Lawrence prese il fiore e lo tenne a lungo in mano. Lo portò nella sua camera e a sera scrisse: ‘where there is nothing/wherever there is no sign of green’. E poi di getto, mentre la notte tropicale, si riempiva di suoni sconosciuti a un gringo, aggiunse: ‘in workshop of the mind/in churches full of dead popes/And in the shacks in the dirty streets of Monimbó/sprout this foolhardy flower’ (11). Come traduco foolhardy? Imprudente? Coraggioso? Pieno di follia? Un fiore che cresce fra le baracche di un barrio poverissimo e rivoluzionario. Un fiore che cresce in chiese popolate di papi morti…

Culla un sogno, Lawrence. Ne parlava spesso con l’amico Allen Ginsberg. Allen era stato in Nicaragua due anni prima e per mesi aveva insistito con Lawrence: ‘Devi andare a vedere, là stanno davvero facendo la rivoluzione. Ricordo che, ancor prima, David Maria Turoldo, prete e poeta, mi disse la stessa cosa nel raccontarmi di Ernesto Cardenal: ‘Quell’uomo sta facendo la rivoluzione in Nicaragua, una rivoluzione a suon di salmi, nella luce dell’antico Esodo’. Preti e poeti, sognavano un futuro radioso, lo intravedevano a portata di mano. La Beat Generation aveva trovato a Managua la rivoluzione tanto desiderata? ‘If the writers of the world get together’. Se tutti i poeti del mondo…già, come i proletari.

Lawrence scende dal palco, rilascia una banale intervista, si guarda attorno. Ad ascoltarlo, quella notte, c’erano ‘studenti, poeti e militanti statunitensi girovaghi’. E la gente del Nicaragua dov’era?, si chiese Ferlinghetti. Sul suo diario annotò, con malinconia: ‘Questa è la sorte della poesia sulle barricate’. E aggiunse tre punti di sospensione. Fernando Silva, quella notte, notò l’inquietudine del fratello poeta. Sono certo che lo prese sottobraccio e assieme andarono a mangiare pollo fritto sulle sponde del lago Managua. Il fiore della rivoluzione stava seccando fra le pagine dell’antologia dei poeti nicas.

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I sandinisti non vogliono far correre rischi a Lawrence. Oppure non vogliono che si accorga delle loro difficoltà. Volevano condurlo alla frontiera settentrionale del paese. Perché vedesse cosa accadeva in quelle regioni. Per mostrargli le devastazioni provocate da una controrivoluzione finanziata dagli Stati Uniti di Ronald Reagan. Niente da fare, troppo pericoloso. Con buona scorta si va, invece, a Sud. Ai confini con il Costa Rica. Là, lo scontro è con uno degli ‘eroi’ più celebri della rivoluzione: il comandante Zero, Edén Pastora, il guerrigliero che aveva guidato, nel 1978, l’Operation Chanchera, l’assalto al Palacio Naciònal di Managua, la più spettacolare (e vittoriosa) azione dei sandinisti contro la tirannia di Somoza. Erano passati pochi anni da allora, la rivoluzione aveva vinto (anche grazie a quell’operazione incredibile) e Pastora aveva già litigato con in vecchi compagni. Una squallida storia di potere. E non sapendo che altro fare, ferito nella sua invidia, aveva ricominciato una sua guerra personale contro i sandinisti. Pastora, machista e avvelenato, trovò braccia aperte nella controrivoluzione. L’eroe era diventato nemico. Tranne poi, decenni dopo, in giravolte di tristi opportunismi, allearsi nuovamente con Daniel Ortega e morire, nel giugno del 2020, per Covid 19. L’uomo superbo e guerriero, patriarcale e sanguigno, è stato sconfitto da un nemico minuscolo, invisibile, insignificante. Noto adesso il gioco dei numeri: il 19 luglio del 1979, i sandinisti entrarono trionfanti a Managua, un numero che non ha portato fortuna al comandante Zero. Quante storie in questa storia cominciata con un breve viaggio di un poeta in Nicaragua, quanti paradossi della storia.

Don’t get emotional/and death shal have no dominion/there’s plenty of time my darling/are we not still young and easy/don’t shout’. (12)

Nel diario di Lawrence trovo appunti veloci, quasi delle fotografie del paese. Sono immagini che scorrono mentre viaggia verso Sud: ‘palme, banani, canna da zucchero, caffè, cotone, zebù bianchi con le corna, case, capanne, granai con tetti di lamiera, alberi di mango, di yucca, stormi di airone, annidati sugli alberi come grandi fiori bianchi’. Ernesto vuole condurre Lawrence nella regione di Rivas. Qui deve essere stato ucciso Gaspar Laviano, prete spagnolo, prete con il basco e dal sorriso sempre allegro: venne a morire in Nicaragua, era un poeta e scriveva versi di amore e guerra. Cercava sempre, con un gesto rapido, di tenere in ordine i capelli che sfuggivano al basco: niente da fare, si ribellavano, non volevano stare rinchiusi sotto un berretto, ma godersi il vento. Gaspar mi fa sapere che sarebbe stato felice di conoscere Lawrence. Deve essersi immalinconito quando si rende conto che stanno per andar via e lui non è stato presentato al poeta.

Un accenno di Lawrence, mi rivela che quelli non erano tempi in cui la storia del Gran Canal, il passaggio artificiale di acqua destinato a tagliare in due il Nicaragua, fosse all’ordine del giorno. Lawrence non gli dà molta importanza (come sbaglia!) e scrive, con distrazione, che la famiglia Chamorro era coinvolta nel progetto. Questa mi è nuova, ma non mi sorprende, i notabili del paese non potevano farsi sfuggire il Grande Affare della costruzione di un secondo canale di Panama. Lawrence non si rende conto che è la storia del Gran Canal ad aver deciso il destino del Nicaragua.

Uno scrittore si mette sempre a curiosare fra gli scaffali dei libri. Lawrence getta un occhio su una mensola nella stanza del comandante dei territori di Rivas. E’ bellissimo l’arlecchino dei libri che Lawrence annota nel suo taccuino: il militare sandinista conserva un manuale di marxismo-leninismo (anno 1984, lo voglio: chissà se vi era la previsione del 1989). Le opere complete di Lenin (immancabili, Mosca faceva sempre dei regali utilissimi). Poi ci sono Shakespeare e Dostoevskij. E ben quattro copie di un saggio, ‘Imperialismo e dittature’ del buon Jaime Wheelock, comandante sandinista. Wheelock è uno simpatico: un avvocato che amava (ovvio) la poesia e che, per primo, su una rivista universitaria aveva pubblicato le poesie di Leonel Rugama. Tutto si tiene nel Nicaragua di allora. Leonel è un altro fantasma eroico, un mito fondativo del sandinismo. E’ il seminarista che non fece il prete e si mise a rapinare banche in nome della giustizia. Un ragazzino che si fece uccidere dai soldati somozisti dopo un assedio di ore. Gli urlarono: ‘Arrenditi, comunista’. Leonel era destinato alla storia della rivoluzione. Sparò i suoi ultimi proiettili gridando: ‘Que se rinda tu madre’ a quel ufficiale somozista, Samuel Genio, che lo voleva prendere prigioniero. Quelle cinque parole, urlo di morte e coraggio di un ragazzo, sono entrate nella mitologia della rivoluzione. Leonel era stato profetico e, nel libro che Ferlinghetti ha stampato a San Francisco, c’è una sua poesia.

Las casas quedaron llenas de humo
y después de dos horas
Genio sin megáfono
gritaba que se rindieran,
Y antes hacía como dos horas
y antes hacía como cuatro horas
y hacía como una hora
gritaba
y gritaba
y grita
que se rindieran.
Mientras la tanqueta
y las órdenes
Las Browning
las Madzen
las M-3
los M-l
y las carreras
las granadas
las bombas lacrimógenas…
y los temblores de los guardias. (13)

Ernesto vuole mostrare a Lawrence la resistenza sandinista all’aggressione controrivoluzionaria. Io mi troverei a disagio in mezzo a ragazzini di quindici anni arruolati in una Milizia del Popolo. Credo che mi verrebbero dubbi e tristezze, anche se lo slancio rivoluzionario avrebbe appannato i miei occhi. Ernesto toglie dall’imbarazzo l’amico poeta: ‘Se non ci fosse la guerra sarebbero a scuola’. Lawrence non azzarda un commento: sa che molte famiglie hanno spedito i loro figli in Costa Rica pur di evitare l’arruolamento obbligatorio. E il poeta si accorge con uno sguardo che i ragazzini che gli presentano le loro armi sono figli di contadini, hanno facce indie, vengono dalle sponde dai villaggi del lago Cochibolca e dall’isola di Ometepe. Lawrence si fa silenzioso. Non dà segni di voler essere altrove, credo che si sia rassegnato: oggi va così, Ernesto vuole mostrargli i soldatini di una rivoluzione che forse non appartiene al loro destino? Ebbene, che sia così. Ernesto e i poeti passano in rassegna venticinque miliziani a guardia del posto di frontiera di Peñas Blanca, distrutto dalla furia di recenti combattimenti. Ha un pensiero cupo quando i ragazzi gridano: ‘Patria o morir’. Nei loro occhi crede di vedere ‘orgoglio, sfida e terror’. Poi è subito tempo di tornare a casa, di abbandonare lì quei muchachos. Conosco molto bene il piccolo e imbarazzato tumulto che hai nel petto quando te ne vai, quando riparti, su una auto potente, diretto a una villa confortevole, e lasci lì quei ragazzi che non sai se domani saranno ancora vivi. ‘Partiamo lasciandoli nella polvere’, scrive in fretta Lawrence, prima di richiudere il suo taccuino e cercare di dimenticare, dormendo per tutto il lungo viaggio di ritorno a Managua.

Si risveglia che sono quasi arrivati. La capitale è annunciata da un grande McDonald’s. C’è una lunga fila in attesa di una hamburgher. I gringos saranno nemici eterni, ma le loro hamburgher…

Accade sempre così. Il poeta è un vecchio (ricordatevi che Lawrence, in quel 1984, ha 65 anni, appena più giovane di quanto non lo sia io, adesso), il fotografo che lo accompagna è, come è giusto che sia, uno scavezzacollo. All’arrivo a Managua li attende, finalmente, una ‘serata libera’. Finora, hanno seguito un programma da touroperator ansiogeno. E una notte di libertà, per un ragazzo norteamericano in un paese tropicale, può significare solo una cosa: discoteca…discoteca a Managua.

Lawrence rimane a dondolarsi in un dormiveglia nel patio della villa che lo ospita. Un cameriere (in realtà un soldato) sorveglia su di lui ed è pronto con il rum. Il ragazzo non sa nulla della beat-generation, altrimenti avrebbe saputo che Lawrence ha sempre dichiarato di essere l’unico astemio in quella compagnia di grandi bevitori. Chris, il fotografo, invece, decide di godersi la notte. Ed è felice che Luzmarina, giovane e bella, assistente per l’eternità di Ernesto, e Nadia, l’interprete, accettino senza una sola esitazione il suo invito: ‘Non puoi andare da solo. Sei un gringo. Sei il nemico….’, sussurra Nadia al ragazzo. Che lascia a casa la macchina fotografica.

Notte brava, ovviamente. Mi chiedo come la ricordi adesso Chris, se è ancora vivo. Lawrence non si muove da casa, dormicchia sulla sedia a dondolo prima di stendersi sul grande letto dalle lenzuola umide del caldo dei tropici. Ma al mattino, curioso come un poeta, va a svegliare il fotografo. Vuole sapere. In pratica, lo intervista.

Facile intuire che Managua, alla faccia della guerra, ha voglia di spassarsela. I ragazzi sono andati in un bar con pianista e contrabbassista. Parte la prima canzone e un uomo cade a terra ubriaco. Ha una pistola gigantesca infilata nei pantaloni. Si rialza e ricomincia a bere nella allegria generale. C’è una donna con un abito vistoso dalle ‘grandi maniche a sbuffi’. Chris, Luzmarina e Nadia si fanno convincere a fare un giro ‘semi-folle’ per Managua. Alla fine scoprono di essere finiti a casa di Richard Lugo Kautz. Io non l’ho mai sentito nominare, ma Chris fa sapere a Lawrence che è ‘un eroe della vittoria sandinista’. Bevono vodka Stol, pisciano in giardino e, abbracciandosi, si mettono a guardare le stelle. Chris indica la cintura di Orione. A Richard non gliene frega un bel nulla. A raccontarla così, il comandante Kautz sembra la replica di un piccolo boss di mafia norteamericana, un gangster un po’ sbruffone. A guardarlo nelle foto dell’epoca, Lugo Kautz è un uomo magro, dall’aria appassita. Una foto della memoria lo ritrae mentre trasporta in spalla una pesante mitragliatrice M.50. Era uno dei comandanti sandinisti del Fronte Sud. Un avvocato che, nell’epoca della rivoluzione, divenne il primo comandante di una sgangherata Marina sandinista. Insomma, Chris era in compagnia di un ammiraglio incontrato in un bar notturno. Non mi sorprende che quella notte finì nell’alcol. Kautz, leggo (ma non ho altri testimoni che l’autore di una storia della marina nicaraguense) era spesso ubriaco e avvolto dalla malinconia. Non mi sorprende sapere che, tre anni dopo quella notte da borrachos con un fotografo gringo, Kautz morì senza lasciare molte tracce dietro a sé.

Sulla veranda della villa del comandante (un altro esproprio sandinista, immagino) ci sono due bull-dog nervosi e un pacioso chow-chow. Immagino che il perro cinese soffra un caldo da morirci sotto la coltre del suo pelo. Uno dei bull-dog è steso su un’amaca. Kautz mette su Revolver, dei Beatles, gli sembra il disco più adatto. Chris alza il bicchiere e svicola in un brindisi alla rivoluzione. Una guardia del corpo, priva di ogni espressione, guarda la scena di questa gozzoviglia da ragazzi. Lawrence trascrive ogni parola dell’amico fotografo. Il tempo del Nicaragua, i seven days nella rivoluzione, stanno per finire.

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Ernesto approfitta ancora dell’amico poeta: Lawrence desiderava ‘particolarmente’ andare a Solentiname, l’arcipelago della leggenda mistica e mitica di Ernesto e il poeta-ministro ha sempre voglia di tornarci. In fondo, là è nata la sua leggenda.

Il potere è anche un volo fino a quell’isola lontana. Privilegio da capo sandinista. Viaggiare via terra fino San Carlos, porto di imbarco per le isole, allora era un’avventura. Il ministro e i suoi ospiti possono andarci in elicottero, un dono, naturalmente, dell’Unione Sovietica. All’aeroporto di Managua, mentre i rotori riempiono l’aria del loro rumore, Ernesto non azzarda una sola parola sulla ‘comunità contemplativa’ che aveva fondato quindici anni prima. Rimane in silenzio. Ernesto dice sempre che vorrebbe tornare a vivere là, nella sua isola: non ci crede nemmeno lui. Ma le sue ceneri, questo posso testimoniarlo, sono state sepolte, all’inizio del 2020, in quella terra. Accanto alle tombe dei ragazzi che lui convertì alla rivoluzione e che morirono per la libertà del Nicaragua. E lo fecero senza interrogarsi sulle ragioni. Ernesto, adesso, ha davvero ritrovato i suoi figli.

E’ una giornata di sole. Bella, il cielo azzurro con sbuffi di nuvole bianche, la quiete di una mattina di buon’ora dell’estate tropicale. A bordo, Ernesto presenta a Lawrence una donna dell’isola. Il ministro le ha offerto un viaggio di ritorno a Solentiname: ‘Ha perso un figlio nella rivoluzione. Tutti e sette i suoi ragazzi hanno combattuto con noi’. Lawrence osserva il silenzio della donna seduta quasi in bilico sullo stretto sedile nella seconda fila dei passeggeri dell’elicottero. Tiene le mani in grembo, stringe una borsa di tela, i suoi occhi cercano il cielo. Avverte un disagio, Ernesto le sussurra qualcosa all’orecchio.

E’ un volo breve e magnifico: si sorvola la laguna de Apoyo, l’arcipelago delle isletas, mentre, verso occidente, splendono al sole i coni vulcanici di Ometepe. Il pilota vola a vista, ha una mappa sulle ginocchia. Quando Ernesto scelse di ritirarsi sull’isola (in realtà, grazie al denaro della sua famiglia e ad amici ben disposti, ne comprò almeno metà), ben pochi, perfino in Nicaragua, sapevano dove fosse Solentiname. ‘Sentii il suo nome e subito decisi che lì dovevo andare. Nessuno mi avrebbe fatto cambiare idea’, ricorda Ernesto a Lawrence. Accadeva in anni lontani: sono io a non rammentare se era la seconda o la terza esistenza di Ernesto. Aveva abbandonato la bella vita di giovane dell’alta borghesia nicaraguense, era entrato nella trappa con la fortuna di avere come maestro il monaco-filosofo Thomas Merton. Ne era uscito, non ne avrebbe sopportato a lungo le regole, ma non abbandonò la sua vocazione testarda: divenne sacerdote in Colombia. Merton gli consigliò di fondare una comunità religiosa. Ed Ernesto si imbatté nell’isola misteriosa di Mancarrón, la più grande dell’arcipelago di Solentiname, un pugno di isole in un angolo del lago Cochibolca, là dove il rio San Juan comincia il suo viaggio verso l’Atlantico. Non so come sia stato possibile, ma, in anni senza internet, un prete, di bassa statura e dal pessimo carattere, riuscì a far conoscere al mondo (via, non esageriamo: la notizia si diffuse fra gli intellettuali latinoamericani di sinistra e raggiunse qualche europeo progressista) la piccola storia di una comunità di poche persone in un posto remoto del Nicaragua. Solentiname, in altre parole, divenne celebre.

Non solo: fu meta clandestina di scrittori, di poeti, di pittori. Tutta gente che non sapeva né pescare, né zappare la terra. Andavano a trovare Ernesto; a convivere, per qualche giorno, con contadini e pescatori. E persino un poeta-editore di San Francisco ne venne a conoscenza e ora, mentre l’elicottero comincia la sua discesa, sta per realizzare il sogno di mettervi piede. Lawrence non sta più nella pelle per l’emozione: ‘All’improvviso siamo in un tropico perduto’. Alberi ‘lussureggianti’, vacche al pascolo, canti di uccelli multicolorati, un ‘groviglio selvaggio di palme’, campesinos che accorrono a vedere chi si poteva permettere di arrivare in elicottero. Riconoscono Ernesto e applaudono. ‘E’ come se l’innocenza stessa ancora esistesse’, scrive Lawrence e aggiunge: ‘Sotto forma di isola’. E scomoda i Padri del Deserto e Rousseau.

Noches tropicales de Centroamérica,/con lagunas y volcanes bajo la luna/y luces de palacios presidenciales,/cuarteles y tristes toques de queda/’Muchas veces fumando un cigarrillo,/he decedido la muerte de un hombre’ (14)

Ernesto è a casa. Le casette della comunità e la grande chiesa, dai muri di calce affrescati con disegni lucenti di uccelli, santi, fiori, farfalle e coccodrilli, sono stati ricostruiti dopo la vittoria sandinista. Somoza aveva ordinato la distruzione della comunità di Ernesto e condannato a morte il prete. Alcuni dei suoi ragazzi erano stati uccisi dai soldati della Guardia Nacional nell’assalto alla caserma di San Carlos. Ernesto era riuscito a fuggire in Costa Rica. Era il tempo dell’esilio e della guerra finale.

Adesso, cinque anni dopo quel sangue e quel coraggio, tutto appare rinato. L’isola viveva un periodo magico, il suo prete era ministro a Managua e poteva contare sulla sua attenzione. Io ci sono arrivato trent’anni dopo, la comunità, pur diversa, esiste ancora. Sono state costruite belle case in legno dove possono dormire i turisti. Ma non c’è più l’armonia fra gli abitanti dell’isola. Mi sono chiesto spesso se ci sia mai stata. Non credo alle riletture glorificanti. Do retta a Cortázar e quindi devo credere che fosse davvero un buon posto. L’isola, oggi, quando vi sono passato io, è spezzata in due da gelosie e rivalità. Ma questa è un’altra storia, non ve la racconterò, quando le pale dell’elicottero smettono di ruotare, siamo ancora negli anni del futuro, nel 1984, e un contadino porge a Lawrence le redini del suo cavallo e il poeta, felice come un bambino, cavalca in paradiso. Ernesto si toglie il basco e indossa un cappello di paglia da campesino. Sì, credo che sia a casa.

Oggi, quasi ogni giorno, scambio messaggi via Whatsapp, con Conny, una donna dell’isola. Ha una piccola casa nel villaggio, ho mangiato da lei. Assieme abbiamo festeggiato il compleanno del nipote. Un fragile filo che unisce la mia solitudine a un luogo solitario. Dove, una volta, pensai che potevo comprare un pezzo di terra. Dove, come Ernesto, speravo di tornare.

Señor:/quienquiera que haya sido el que ella iba a llamar/y no llamó (y tal vez no era nadie/o era Alguien cuyo número no está en el Directorio de los Ángeles)/¡contesta Tú al teléfono! (15)

Tour politico-turistico per Lawrence. Ernesto mostra a Ferlinghetti il laboratorio dove si costruiscono giocattoli, è il dono di una cooperazione tedesca (deve essere dove oggi si trova l’albergo, privato e di lusso, che è stato al centro delle rivalità che hanno spezzato la comunità). Ernesto gli parla di un progetto italiano per un centro culturale (credo che il cooperante che se ne occupava, alla fine, abbia sposato una nicaraguense), alla fine entrano nella casa pubblica della comunità. La biblioteca c’è ancora e i libri sono ben più dei cinquanta che Lawrence trovò in quei giorni lontani. Ora c’è anche un prezioso museo e la chiesa è bellissima e allegra. Lawrence, al solito, ha attenzione per i libri. Nota cinque copie di Uomini in battaglia di Alvah Bessie, uno scrittore, norteamericano e comunista, che aveva combattuto nella guerra civile spagnola. Ci sono volumi in tedesco (l’inutilità stupida della Germania Est, immagino), una raccolta di poesie di Ho Chi Min e una gallina. L’animale sta facendo una delle cose più sagge che si possa immaginare: è appollaiata sull’onnipresente manuale di marxismo. Io, a differenza di Lawrence, spero che ci abbia fatto un uovo.

Nel 1977, sette anni prima della visita di Lawrence, i sandinisti avevano tentato l’assalto al cielo. Erano impazienti, già fiutavano una vittoria insperata e possibile. Fu un piano avventato: quella volta tutti gli assalti alle caserme e alle postazioni della Guardia Nacional fallirono. Tranne uno: i contadini di Mancarrón, diventati guerriglieri, espugnarono il presidio militare di San Carlos, la città della costa. Vittoria effimera, i soldati si vendicarono radendo al suolo le case della comunità. E i muchachos di Ernesto morirono: caddero Elvis, Donald, Ernesto, Roberto…Ernesto, quasi mezzo secolo dopo, ha voluto essere sepolto accanto a loro.

No has dejado de existir:/Has existido siempre/y existirás siempre/
(no sólo en éste,/en todos los universos)./Pero es cierto,/una sola vez viviste,/pensaste,/amaste. (16)

Pranzo per gli ospiti. Zuppa di pesce e birra. Ernesto mostra la sua piccola casa in legno. Ci sono stato: la veranda si affaccia sul lago (hanno tagliato alberi per consentire a Ernesto di perdersi nei suoi sogni), c’è un’amaca, un tavolo, un letto a una piazza. Niente altro. E’ sul punto più alto della costa meridionale dell’isola. Qui sarebbe dovuto venire, prima o poi, anche Thomas Merton. Ernesto lo aspettava. Il maestro morì prima. Folgorato da un ventilatore caduto nella vasca da bagno a Bangkock. Una morte idiota: Tu muerte bien divertida Merton/o absurda come un koan? Tu muerte marca General Electric/y el cadáver a Usa en un avión del Army. (16)

C’è anche il tempo per la siesta. E per un bagno. Ci vuole un certo coraggio a tuffarsi nelle acque color del fango del lago Cochibolca. Alla fine, mi tuffo anche io, assieme ai nuovi ragazzi dell’isola. Ernesto sta in mutande e maglietta alla fine del piccolo molo. Lawrence si lascia andare: ‘Ha l’aspetto di Giovanni Battista’. Un comandante sandinista interrompe l’idilio e si avvicina al ministro per avvertirlo: ‘Laggiù – e indica la sponda del Costa Rica – ci sono mille uomini pronti a combattere contro di noi’. Sono gli uomini di Edén Pastora.

Ernesto ha approfittato di questo gruppetto di poeti e scrittori nortamericani per fuggire da Managua, per tornare alla sua isola. Li ha accompagnati a Solentiname, in realtà voleva venirci lui e ora ha la scusa per rimanerci. Il governo della rivoluzione può aspettare qualche giorno. Lui è a casa. Saluta Lawrence. Ce li vedo i due uomini abbracciarsi mentre l’elicottero è già impaziente. Anche Ernesto vuole che i suoi ospiti se ne vadano. Vuole rimanere solo. Un’ultima preoccupazione: vuole rassicurare l’ospite californiano e così gli dice: ‘un marxismo civile e libertario è possibile’. Chissà cosa ne ha pensato Lawrence?

Il sole tramonta mentre l’elicottero è sulla rotta per Managua. Immagino: Ernesto seduto nella veranda della sua capanna. Silenzioso, dubbioso, malinconico, intento a scacciare pensieri e a godersi il suo passato. I contadini aspettano a distanza, lo lasciano in pace, ma hanno voglia di raccontargli dei guai dell’isola. Lawrence è in cielo, pensieroso anche lui e con lo sguardo perso in nuvole che non afferra. Ognuno dei passeggeri di quell’elicottero ‘guarda dietro e sotto di sé’.

He went not gentle into his good night (18)

C’è un finale in questa storia lontana di un Nicaragua che non esiste più. C’è l’ultima notte a Managua per Lawrence e i suoi amici. E io, ora, vorrei che non ci fossero state queste ultime notti. L’immagine dell’elicottero che vola nel tramonto e dei due poeti avvolti dalla malinconia e dall’incertezza era perfetta per terminare i seven days del breve viaggio di Ferlinghetti in Nicaragua. E invece no…

Una macchina, scortata da jeep piene di soldati armati, si ferma di fronte alla villa che ospita Lawrence, per l’ultima notte. Visita inattesa? Ne scendono Daniel Ortega Saavedra e padre Miguel d’Escoto Brockamann, il coordinatore della giunta sandinista (destinato a diventare presidente a vita del Nicaragua) e il ministro degli esteri: allora, assieme a Tomás Borge erano gli uomini-forti del primo sandinismo di governo. Di loro tre, solo Daniel è ancora vivo. Ed è ancora presidente. A vita, oramai. Come ci siamo sbagliati, verdad Lawrence?

Già, il poeta, nelle ultime ore del suo Nicaragua, è ben disposto. Chi di noi non lo sarebbe. Cercavano la rivoluzione con una R maiuscola e l’hanno trovata. L’abbiamo trovata. L’avevamo trovata.

Chissà come è una stretta di mano ‘non machista’? Bene, la mano di Daniel, nota Lawrence, è ‘decisa’ e ferma, non è come quella di Fidel (che, nel 1960, certo non a caso, incontrò Ferlinghetti in un ristorante dell’Avana, mentre i fucili della Sierra Maestra non erano ancora stati riposti): il leader maximo aveva una stretta di mano ‘delicata’. Daniel, con una uniforme perfettamente stirata, invece, gli appare come ‘un giovane intellettuale’ senza nulla di ‘dittatoriale o militarista’. Lawrence si perde nell’idolatria: ‘un altro gentiluomo dall’aspetto buono’. Insomma, come ci siamo sbagliati per davvero, poeta. Ho pensato ai miei incontri con Isaias, Isaias Afewerki, il tiranno dell’Eritrea. Per noi (e io non ero un giovanetto) era leggenda. Il capo guerrigliero, altissimo, bello, tranquillo, un uomo giusto, abbiamo pensato tutti. Ho messo le mani sul fuoco per Isaias. Anche i vecchi eritrei ci dicevano: ‘Fidatevi di lui’. E invece…e invece Isaias non ha esitato a far sparire in galere sotterranee i suoi compagni migliori, i fratelli che uccidono i fratelli, quante volte, mio Dio…E Daniel, stordito da un potere senile, ha armato i fucili che, nel 2018, hanno ucciso i nuovi muchachos

Con il senno di poi, credo che Daniel non mi avrebbe ingannato. Non so perché, ma non mi sarei fidato. Di suo fratello, Camilo, sì. Perché ascoltava i Beatles e i Pink Floyd, immagino. Morì nei combattimenti di Masaya. Pensi sempre che sono i migliori a lasciarci la pelle.

Non ero lì, la notte in cui Ortega e D’Escoto chiacchierarono con Lawrence. Il poeta aveva nella pelle il fascino della rivoluzione. Quei due uomini ne erano i capi. Sì, ne sarei rimasto ammaliato anche io.

Che tristezza. Adesso parlano di Eduardo Galeano. Erano i tempi in cui tutti noi leggevamo come un vangelo Le vene aperte dell’America Latina. Altri tempi. Quando, anni fa, un istrionico Chavez, lasciò quel libro sul podio delle Nazioni Unite per regalarlo a George Bush, e le sue pagine tornarono di moda, Galeano ebbe a dire: ‘Lo scrissi in altri tempi, non lo rileggerei’. Eduardo, dopo la deriva dei sandinisti, ebbe parole di sferzante malinconia: ‘I guerriglieri pronti a sacrificare la loro vita alla rivoluzione, non hanno saputo rinunciare alle ville, alle auto, alle terre’. Punto finale. Galeano non è mai voluto tornare a Managua, non ha più voluto a che fare con Ortega e la sua banda.

Ojalá podamos ser desobedientes, cada vez que recibimos órdenes que humillan nuestra conciencia o violan nuestro sentido común. (19)

Ferlinghetti e i due uomini parlano in veranda, dondolandosi con lentezza tropicale. Parlano di democrazia. Ortega e D’Escoto sanno cosa dire a un poeta gringo. Vogliono fugare ogni sospetto di comunismo. Sostengono di stare cercando una ‘terza via’ fra capitalismo e comunismo. Fra economia di mercato ed economia di stato. Ricordatevi che anni erano quelli: al potere vi erano Ronald Reagan e Margaret Thatcher e, appena cinque anni dopo, questa chiacchierata notturna, crollerà il Muro di Berlino. Un anno ancora e i sandinisti perderanno le elezioni. Le illusioni del vecchio mondo stavano davvero per franare, ma nessuno lo poteva prevedere, tanto meno in una notte tropicale, durante una visita di cortesia. E c’è una guerra vera a poca distanza dalla veranda in cui si parla di democrazia. I sandinisti temono davvero una invasione di marines. E sono certo che il presidente norteamericano l’abbia per davvero progettata. Per Ortega la minaccia di una aggressione dei marines è un alibi incrollabile per censurare i giornali di opposizione e per obbligare i ragazzi del Nicaragua a una leva militare. Una storia che si è sempre ripetuta. Che si ripete e lascia alle sue spalle una scia di sangue. Dall’Eritrea di Isaias all’Egitto di al-Sisi; dall’Iran degli ayatollah alla Cina dei comunisti: le parole delle libertà sono insopportabili a chi comanda ed ha paura. A volte, ho la sensazione che i cattivi si alleino fra di loro e nascondano le vere ragioni della loro perfidia. Che altro non sono che potere e soldi. Non è necessario Shakespeare.

Lawrence accompagna alla jeep Ortega e D’Escoto. Notte fonda. Loro stanno per partire per il Venezuela. Si stringono la mano. Il poeta li guarda andar via, rimane in silenzio nella notte mentre le luci posteriori dell’auto di scorta svaniscono nel buio. Mentre torna verso casa, Lawrence si chiede: ‘Li rivedrò vivi?’.

Miguel D’Escoto è riuscito a diventare anche presidente dell’Assemblea delle Nazioni Unite. Cacciato dalla chiesa cattolica da Giovanni Paolo II, vi è stato riaccolto prima di morire, nel tempo di Francesco. Pessimi, mi dicono, negli ultimi anni, i rapporti con Ernesto.

Di Daniel Ortega, già sapete. Sta lì, sulla sedia del potere, che ha consegnato nelle mani e nella follia di sua moglie, la poeta (‘i poeti, che brutte creature’) Rosario Murillo. Oggi il presidente sandinista ha l’aria spaesata e spaventata di chi sa che il destino è comunque segnato. Ha sulle spalle troppe vittime per essere assolto. Lawrence e tutti noi ci siamo sbagliati.

‘E i cavalli a Salò sono morti di noia: | a giocare col nero perdi sempre. | Mussolini ha scritto anche poesie. | I poeti, che brutte creature: | ogni volta che parlano è una truffa’.

I seven days di Ferlinghetti sono finiti. Prima che salga in aereo riceve due regali da Rosario Murillo: un dipinto che raffigura le pietre della pavimentazione stradale di Masaya usate per innalzare barricate contro la Guardia Naciónal. Le aveva fabbricate un’industria che apparteneva a Somoza. Le hanno nuovamente disselciate i ragazzi di Masaya, nel 2018, contro la ferocia di Daniel Ortega. Chissà se Lawrence possiede ancora questo quadro.

Ultimo appunto del diario, immagino Lawrence che lo scrive non appena è seduto sull’aereo: ‘La rivoluzione fa parte del movimento di liberazione degli sventurati della Terra. E’ una rivoluzione irreversibile. Il passato non tornerà’.

Che peccato, vero Lawrence…

Tu sai come la penso: No se diga que mi tiempo fue inútil. Non getteremo la spugna, dobbiamo ancora strizzarla per bene. Per sempre, immagino, oltre i tuoi cento e uno anni.

 

  1. Mauro è Mauro Aprile Zanetti, videomaker, scrittore, giornalista. Siciliano, vive a San Francisco. E’ il principale collaboratore del vecchio poeta.

 

  1. Andrej è Andrej Andreevič Voznesenskij, poeta russo, insignito del premio Lenin. E’ morto nel 2010.

 

  1. Biancaneve rifiutò di essere la serva dei nani/e loro non le permisero di entrare nella casetta./Cenerentola denunciò per sopruso la sua matrigna./Senza fucile non entro nel bosco, disse Cappuccetto Rosso/dopo essere stata inseguita dal lupo./(La nonna non apriva mai la porta senza essersi affacciata)
  2. Lanciammo lo scafo nelle onde, via sul mare divino,/alzammo albero e vela sulla nave nera
  3. ‘Una ragazza entrò di corsa/aveva i capelli zuppi di pioggio/il seno ansava nella stanzetta/fuori le foglie cadevano/e piangendo dicevano/Troppo presto! Troppo presto!’
  4. ‘E aspetto/perpetuamente e per sempre/un rinascimento della meraviglia’
  5. ‘La mia vendetta personale sarà il diritto dei tuoi figli alla scuola e ai fiori/La mia vendetta personale sarà consegnarti questo canto fiorito senza paura’
  6. Salman Rushdie ‘Il sorriso del giaguaro’
  7. Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa, hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte…
  8. Quando finisce ogni apparenza,/buttando infine quel che resta/di quel silenzio per terra,/come se stessi seminando/gli ultimi semi di un’attesa’
  9. In una cerimonia della mente/in chiese piene di papi morti/e nelle baracche dello sporche strade di Monimbó/nacque queste fiore coraggioso’
  10. ‘Non fatevi prendere dall’emozione/e la morte non avrà più dominio/c’è ancora tanto tempo tesoro/non siamo forse ancora giovani e beati/non gridare’
  11. ‘Le case si riempirono di fumo/e dopo due ore/Genio senza megafono/gridò che si arrendessero/come due ore prima/come quattro ore prima/come un’ora/gridava/gridava/e grida/che si arrendessero/mentre il carro armato/e i comandi/le browning/i mazden/gli M-3/gli M-1/e le strade/le granate/le bombe lacrimogene…/il tremito dei soldati’
  12. Notti tropicali del Centroamerica,/con lagune e vulcani sotto la luna/e luci di palazzi presidenziali,/caserme e i tristi rintocchi del coprifuoco. ‘Molte volte fumando una sigaretta/ho deciso la morte di un uomo’.
  13. Signore/chiunque fosse quello che stava per chiamare/e non chiamò (e forse non era nessuno/o era Qualcuno il cui numero non sta nella Guida Telefonica di Los Angeles)/rispondi Tu al telefono!’
  14. ‘Non ha cessato di esistere/sei sempre vivo/e sempre esisterai/ (non solo in questo/ma in tutti gli universi)/Ma è certo/una sola volta sei vissuto/hai pensato/hai amato’.

17.’La tua morte è stata divertente Merton/o assurda come un koan/la tua morte marca General Electric/e il tuo cadavere negli Usa con un aereo dell’Esercito’.

  1. Non se ne andò docile nella sua buona notte.
  2. Magari potessimo essere disobbedienti, ogni volta che riceviamo ordini che umiliano la nostra coscienza o violentano il nostro senso comune.
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