Lucania coast-to-coast.4/San Costantino-Casa del Conte, il cammino di Pietrasasso

La fonte di San Giovanni

I paesi si svegliano all’alba. Ci sono i chilometri da fare prima del lavoro. A volte è impossibile lo smartworking. I bar aprono che il cielo si è appena schiarito. Il caffè, inevitabile. E il solito saluto. Il saluto di ogni giorno, a volte solo il tocco di un clacson. Dovrei essere qui nell’inverno per scorgere il silenzio e i visi inscuriti. In estate, si è più rumorosi. Le mascherine sono un nuovo paesaggio umano. Qua, nei paesi, si ha più attenzione. La nuova frase, nella chiacchiera da bar, è: ‘Siamo stati bravi, adesso sta arrivando il mondo. C’è paura’. Ma il mondo sono i turisti e chi vive altrove (in Lombardia…) e torna al paese che avverte come casa. E i turisti sono la sopravvivenza di bar, ristorante, affittacamere, bed & breakfast. Il taglio attraversa il pensiero dei paesani.

Pensieri così, al mattino, mentre sappiamo di essere in ritardo. Salvatore è già nella piazza di San Costantino. Noi scendiamo da Terranova.

Sette donne sono attorno a un alberello da piantare di lato alla chiesa. Reddito di cittadinanza. Lingua Arbëreshe, cattolicesimo di rito bizantino. Una bella chiesa che attende il nuovo, giovane prete. E sua moglie.

Fosso San Giovanni

 

Salita nel bosco di Serra di Manca

Un uomo, in camicia, spazza la piazza con dedizione. Pasticciotto Algida come colazione. Tempo di andare. Sei e cinquanta del mattino. Quirino mi ha indicato i primi passi: di fronte alla Villa. Ho impiegato anni per capire che, qui, in Lucania, la Villa è un giardino, un piccolo parco, e non un palazzo. Lasciamo alle nostre spalle Shën Kostandini Arbëresh. Troveremo il tempo per tornarci, ci sono mille storie qui. Doppio tornante pedonale in pietra per prendere il cammino degli orti. Nessun segno, dovrete farvelo indicare. Il sentiero è infrascato, per duecento metri bisogna farsi largo fra i rovi. Si sfiorano le ‘campagne’, i campi degli olivi, le piccole vigne, i fichi. Tutti mi dicono che questo luogo s chiama Guri Maranghini. Era un contadino? Ma nessuno, fra coloro a cui domando, ne ha ricordo. Guri, in realtà, vuol dire ‘pietra’. Maranghini, ogni giorno, a quanto mi dicono, sedeva qui. ‘Ma forse era un soprannome’, alla fine qualcosa scoprirò. L’altra volta ho fotografato Quirino seduto su questo sasso. Oggi ho in tasca, su un foglio di quaderno, una mappa che la miglior guida di questo Pollino d’Oriente ha disegnato per me. E’ la nostra bussola, migliore di GoogleEarth. Grazie, Quirino, uomo dei boschi.

Nicola mi dà un’altra versione. La storia di Maranghini risale all’800. Veniva dalla montagna. Forse fu rapito e tenuto in ostaggio. Una storia di brigantaggio? Venne trovato legato mani e piedi su una grande pietra proprio in questo sentiero. Diventata stradello per consentire il passaggio delle motozappe. E questo sentiero di avvio è proprio Houda Maranghini, via Maranghini.

Venti minuti di buon passo e si risbuca su uno stradello asfaltato. Si va a destra, in salita, bisogna raggiungere il crinale. Si superano due casolari, l’ultimo è l’officina rurale di un fabbro. Ecco, il fosso San Giovanni. Fonte. Torrente di pietre. Il vecchio abbeveratoio era più in basso, in una zona di ombra. Erano più saggi gli uomini antichi della montagna. Più saggi, più disperati. Più forti.

Il bosco

La fonte di monte Tumbarino

Ancora cento metri e, sulla destra, vi è uno stradello forestale che si arrampica verso il crinale. Bisogna salire da qui, costeggiando, verso Nord, la vallecola del fosso San Giovanni. Si cammina ai confine del bosco della Serra di Manca. Questo sentiero, finalmente, è una storia di boschi. Di boschi e praterie di alta quota. E di ginestre se passate di qua fra maggio e giugno. Al limite del bosco, mentre il crinale piega destra e una frana vuole portare a valle la montagna, appare il dente roccioso di Pietrasasso. Timpa di Pietrasasso, splendida, imperiosa. Relitto vulcanico, un tempo fondo marino, adesso si ritrova in montagna. E’ un faraglione, una rivolta geologica, un orgoglio, un morso roccioso. Un monolite da Odissea nello spazio. Là dobbiamo arrivare. Ammiratelo, adesso, per alcuni chilometri, i cerri della foresta di Lansatico lo nasconderanno ai nostri occhi.

Attenzione: alla frana, sella fra la Serra di Manca e il bosco di Lansatico, bisogna tenere la destra, seguire un sentiero (avrete incertezze, cercatelo, può nascondersi). Ignorate lo stradello, ben più evidente, che scende, a sinistra, verso il fosso di Pietrasasso.

Si sale nel bosco. A volte la foresta ha decisioni di generosità e crea dei piccoli ‘belvedere’: vuole mostrarci il cammino già percorso. Ci voltiamo: la valle del Sarmento, la fiumara, e lontanissimi San Giorgio Lucano e il crinale di Nocara, sono già strade del passato. Abbiamo fatto un bel cammino.

Saliamo, saliamo. Il bosco è bellissimo. So dove voglio arrivare. Passi sul crinale, difficile sbagliare anche se non c’è un panorama ad aiutarci. Arriviamo a una strada forestale a destra. Cinquecento metri e c’è una fonte. Acqua buona. Ancora pochi metri e appaiono i giochi di un ‘parco avventura’. Nome inglese: Pollino Outdoor Park. Questo è il monte Tumbarino. Una freccia, di fronte ai ponte sospesi e ai passaggi aerei, indica la salita per il Belvedere. Saliamo ancora. Sul crinale, le voci delle operaie del Consorzio di Bonifica. Ripuliscono i sentieri. Sette donne. E un uomo. Caffè nel bagagliaio della macchina. Pausa dal lavoro. Caffè con troppo zucchero, biscotti Mulino Bianco, gusto alla mela. Ci godiamo la colazione, grazie. Chiacchiere allegre. Scopriamo amici in comune con le donne. Che ci regalano preziosi suggerimenti di cammino. Il Belvedere, oltre il deposito dell’acqua, è una meraviglia: valle del Sinni, il paese di Chiaromonte, il rifugio Acquafredda, il monte Caramola, la casa di Enza dovrebbe essere laggiù, piccole masserie. Un bosco abitato.

Dal Belvedere di Tumbarino

Salita al Belvedere

 

Appaiono i segnavia

 

Le praterie di Pietrasasso

 

Pietrasasso

 

Salita a Pietrasasso

 

La discesa da Pietrasasso

Adesso Pietrasasso torna a guidare i nostri passi. E improvvisi segnavia bianchi e rossi (‘le bandierine’, ci dicono le donne) ci aiutano a rimanere sul sentiero: si lascia la strada e si sale ancora nel bosco (deviazione sulla sinistra, tre gradini di pietra ben segnalati. Anche se si ha attenzione per chi arriva dalla direzione opposta). Qualche centinaio di metri nel bosco e un valico alla fine di una salita è confine con il cielo:  ecco, sorprendente, nonostante sia atteso da ore, il roccione di Pietrasasso. La prateria arresta il bosco: cespugli spinosi, agrifogli, rose canine, prato di alta quota che l’estate cerca di disseccare e le piogge del Pollino – cielo di nuvolaglie nere – tengono in vita. Salvatore decide di conquistare la vetta di Pietrasasso. Noi aggiriamo, con un cammino saltafossi (segni bianchi e rossi) il faraglione per sederci a mangiare pane, pere e formaggio. Salvatore è lassù, sulle vetta. Tre ore e qualcosa dalla partenza di San Costantino.

In cerca del sentiero

 

L’orizzonte di Pietrasasso

 

Panorama verso la vallata del Sinni

Camminiamo per la prateria, l’erba nasconde i segnavia, ma la strada per Casa del Conte è a un passo. Andate a intuito. Alla strada, andiamo a destra? Verso la valle? Sì, questo è il cammino rassicurante, tranquillo, sicuro. Ve lo consigliamo: è una bella strada, a volte sterrata con frammenti di asfalto. Ma questa volta noi cediamo alla tentazione di salire a Timpa delle Murge. Consiglio delle donne del Consorzio di Bonifica, indicazione di carte antiche, voglia di cambiare. Accettiamo l’invito di segnavia incerti fra piccoli alberi e pietre invisibili. Tentativo di avventura. Lo benediremo: i paesaggi sono strappamiracoli, un girotondo da caleidoscopio sulle cime del Pollino settentrionale a Sud e i monti e valli della Lucani a Nord. Malediremo la nostra decisione: in estate le gambe saranno punzecchiate da praterie di cardi spinosi, i segnavia scompaiono, si cammina sul bilico di dirupi. Grandi panorami e qualche rischio. Di perdersi, sicuramente. Bisogna seguire l’esile traccia del crinale, affidarsi alla fortuna, all’intuito, ai segnavia oramai sbiaditi e troppo lontani uno dall’altro. Bisogna raggiungere la vetta di Timpa delle Murge, riconoscibile da una piccola e fitta pineta addossata alla cima. Qui, all’ultimo albero, hai la sorpresa che i segnavia scompaiono del tutto, non riusciamo a ritrovarli, un precipizio più sotto e la strada ti appare a un passo. Irraggiungibile. C’è un dirupo. Ci dicono, poi, che avremmo dovuto scendere per il prato. E invece noi scegliamo uno slalom per la pineta, una discesa fuori pista, sconsigliabile nei giorni di pioggia e da affrontare con mille cautele (c’è un dirupo sulla destra). I pini sono una barriera al vento che qua deve correre come in una autopista. Le tempeste hanno lasciato alberi caduti. Alcuni alberi si sono sacrificati nel tentativo di arrestarne la forza.

La pineta di Timpa delle Murge

 

Cercando il sentiero

 

Vincenzo sale a ‘guardare’ le sue vacche

Non sempre incontrerete Vincenzo che sale a cavallo a dare occhio alle sue vacche. Non è di molte parole, ma si fa fotografare. E’ stata un’apparizione. Ci dice: ‘Di qua, andate, laggiù c’è la strada’. Ma poi ha fretta di salire e niente altro da dire. Lo immagino a sera a bere birra a un tavolo del caffè. Silenzioso e attento. Il cavallo ne approfitta per mangiare. Alla fine, in una discesa brusca, scivolosa e spezzacaviglie arriviamo a una mulattiera, proprio là dove gli alberi finiscono. Si va a destra. Attenzione: cento metri ancora e, sulla sinistra, ci sono segni di pietra (‘omini di pietra’) che solo occhi esperti riescono a vedere. E’ il sentiero, una traccia di sentiero, che conduce finalmente alla strada, dribblando fra scogli di pietra, rovi e alberelli che resistono al vento. Siamo sopravvissuti.

Ci sono ancora le ginestre, a luglio

Ecco, ore 13 (sei ore di cammino, un’ora di sosta), siamo arrivati al fontanile di Casa del Conte. Un cartello sgargiante ci dice che Timpa delle Murge è a quaranta minuti a piedi: mi viene voglia di tornare indietro o di veder salire fino lassù chi ha messo questo avviso. Di fatto, ci siamo perduti. L’acqua della fonte è la nostra ricompensa. L’ultima volta che sono passato di qui, ricordo la pioggia intensa, gli appunti cancellati dall’acqua (perché mi ostino a scrivere con una stilografica) e il camino che Vincenzo, all’agriturismo, ci fece trovare acceso.

Pro-memoria: quindici chilometri di salita, 860 metri di dislivello verso il cielo, venticinquemila 622 passi. Almeno a dar retta alle nostre tecnologia.

A Casa del Conte, l’equivoco rimane il solito: questa stretta valle del Pollino settentrionale era abitata da pastori e contadini, un tempo vi erano almeno settecento persone. Famiglia affollate. Comunità della montagna. Qui, a ogni stagione, si contavano le pecore. Non c’era un conte, ma una conta. Ricordo, che Vincenzo ci smentì: un nobile aveva davvero vissuto gli inverni del Pollino qui e sua madre lo aveva conosciuto. La casa del conte venne portata via da una frana. La terra è instabile in queste lontananze. Anche a noi piace immaginare un conte del Pollino.

E poi Salvatore, al paese, a Terranova, incontra gli amici, i parenti, la gente della famiglia. Cercano di spiegarmi gli intrecci familiari e io mi perdo negli incroci. Il barista, al nostro passaggio, ha saluti amichevoli: Facc’ e merda. E sono abbracci, allegrie e fiori di zucca fritti, ciambottina (un incanto leggero di salsiccia, peperoni e frittata) e pasta al pomodoro. E poi, nella cantina di Armando (c’ero già stato…ora ricordo, una notte borracha) c’è il vino della Sicilia, Nero d’Avola (‘Da venticinque anni, ne faccio venire una autobotte da laggiù), il formaggio e la salsiccia. E la chiacchiere, le promesse, i ricordi, il tempo…

print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.