La terra di Arnici/Il grano decostruisce…

I pensieri di Antonio

‘Piega la mano’, non è un consiglio, è quasi un ordine.

Sistemo bene le dita, piego il gambo con la sinistra. ‘Ecco, adesso tira. Verso di te’. Un colpo del falcetto. Secco, deciso. ‘Come si tirassi ‘na corda’. Vado a scatti, con la lentezza di chi non immagina nemmeno la fatica del falciatore. Poi il gesto più bello è la rotazione da nuotatore del braccio, il grano fa da grande scialle ruotante, il movimento sembra un passo di flamenco. I mietitori lasciano tracce dietro a loro: fascine di grano, strette in un cordino (di nylon…non uno stelo di grano) per legare le gregne. Quasi dei micro-covoni. Più tardi passerà il trattore a recuperale.

I giovani mietitori

 

La spiga

 

Assieme…

 

La paranza del grano

 

Campo di grano, mietitura del 2020, nelle colline degli Arnici, due passi dall’ovale delle case di Atena Lucana, terra di frontiera fra Campania e Lucania. Terre inadatte al grano. ‘E’ una sfida. E una maledizione. Ma il grano che cresce qua è il migliore del mondo’. C’è allegria fra i ragazzi che si sono dati appuntamenti per mietere le particelle degli Arnici.

Un tempo sarebbero arrivati fin dalle Puglie i braccianti di Terlizzi o di Bisceglie, con la loro falce e il loro sudore. Rimarrebbero perplessi e silenziosi di fronte alle parole dei ‘nuovi’ contadini (che mi detestano se uso l’aggettivo ‘nuovo’): ‘Questa è stata una riproduzione in purezza’, dice Tazio. Khorasan, saragolla rossa, ianculidda (‘biancolino’) e ‘miscuglio di Aleppo’ (‘popolazione evolutiva di duro’), orzo nero…e, perfino, miracolo, teff etiopico (ho portato io i semi dal più vasto altopiano africano). E quando si miete il teff? Devo chiamare amici in Tigray per saperlo. Qui è ancora verde: per oggi lo lasciamo in pace.

La gregna che voleva essere covone

 

Nel groviglio del grano

Antonio

Discorsi prima di impugnare la falce: ‘Proviamo a mettere una crepa nel capitalismo’. Con il grano? Sì, credo di sì. ‘Decostruiamo…non c’è possibilità di mediazione’. ‘Da un punto di vista metodologico…’. Non posso crederci, fossero qui i vostri nonni scuoterebbero la testa, ma, credo e spero, che sarebbero orgogliosi di questi strani nipoti. Riccardo cerca di spiegarmi: ‘Qui sta accadendo che l’agricoltura ha ricostruito la comunità’. C’è una cooperativa di giovani contadini/e (si arrabbiano di nuovo) capaci di ritrovarsi, di creare una cumparete, una rete di cumpari e commari, di fare tesoro di anni di università in città lontane (sono sociologi, filosofi, geologi) e di tornare nelle terre della famiglia e immaginare una vita possibile. Il grano fa sognare. ‘I semi sono una memoria del raccolto dell’anno precedente. Non solo: sono la memoria energetica di chi ha seminato’. La rivoluzione da una spiga, una storia da poeti. Se non fosse per la fatica…

Non sono le cinque del mattino, quando i mietitori si ritrovano di fronte al grano. Niente pane e frittata all’alba. Colazioni tranquille, perditempo.

Quanti steli afferra una mano?

 

Il braccio che ruota…

 

Antonio

Il falcetto

E’ Antonio a dare il segno della mietitura: ‘Iamoncenne…’. I ragazzi reagiscono. E partono in squadra, in paranza. Il ritmo della mietitura è una danza fisica. Ha un ritmo. ‘Finché basta la mano…’. Le cinque dita afferrano più steli possibile: il grano che sta in una mano, un tempo, si chiamava scern’ti. Il braccio ruota, e, per un minuto, si va a tempo, poi ognuno ha le sue storie la sua esperienza diversa. Così, il grano viene tagliato a strisce asimmetriche. Antonio grida: ‘Acqua…’. I ragazzi più giovani si rifugiano sotto l’ombra di un noce e mangiano un panino. E’ la pausa dell’aglio. Due ore per mietere la particella di khorosan. Dai, va bene così. Prima di pranzo bisogna finire altre due particelle. Adesso abbiamo più mano, rimangono i mietitori tenaci, dai gesti nervosi. Il trattore comincia a raccogliere le gregne. In un altro campo, Franchino, 70 anni, conosciuto come ‘il tedesco’, assieme a Stefano, amico fedele, ha messo in funzione Alfa 60.

Devo raccontarvela la storia di Alfa 70. Trebbiatrice, costruita a Vipiteno: Gabriel Leitner cominciò a fine ‘800 a costruire macchina agricole e funivie per trasportare materiali. Questa macchina, in anni lontani, forse nell’immediato dopoguerra, ha viaggiato dall’Alto Adige alla Campania, da Vipiteno a Teggiano.

Quando fu soppiantata dalle mietitrebbie, Alfa 60 fu dimenticata. E abbandonata in un sipario, in un dirupo. ‘Era coperta di rovi’, ricorda Franchino. Scarto della contemporaneità dell’agricoltura.

Alfa 60

 

La corsa delle cinghie

 

Sfamare Alfa 60

 

Riparare Alfa 60

Ma il Tedesco ha fatto l’operaio, l’autista, il saldatore, anni di Mercedes in Germania e acciaierie a Terni. Sa far ‘tutto’ e può, persino, resuscitare Alfa 60, al pari di un trattorino del 1953. Li ha dipinti di rosso e di giallo. Ha affrescato anche una bandiera italiana sul retro di Alfa 60. Ha appena finito il restauro che, segno del destino, appare Ivan: ‘Abbiamo del grano da trebbiare’. A Franchino brillano gli occhi e mostra la sua lucente trebbiatrice. Tempo di esperimenti. Che le ruote di Alfa 70 si rimettano in movimento. Gabriel Leitner sarebbe orgoglioso della sua macchina. Nel campo degli Arnici, non ci crederete, ma fa la sua apparizione anche Michael, uno scozzese, che ai primi del ‘700, costruì la prima trebbiatrice della storia. Li vedo seduti entrambi, lo scozzese e l’altoatesino, sotto una grande quercia, due uomini del Nord che guardano i contadini del Sud. Stanno lì assieme a un ragazzo venuto dalla Sicilia. Che mi racconta: ‘Da bambino, quando mio padre metteva in funzione la trebbiatrice, io mi addormentavo sul trattore: il suo suono, le sue frequenze, rendevano dolci le ore’.

I nuovi chicchi-semi

 

Solidam

 

Franchino, ‘il tedesco’

Il motore del trattore fornisce l’energia, la puleggia fa correre le cinghie e loro si aggrovigliano in incastri ruotanti incomprensibili, leve e controleve stantuffano in un fracasso spaventa-uccelli. Il grano viene inghiottito dai denti della macchina, tritato dai crivi, i chicchi cadono verso il basso, ventole li respingono in alto fino a lasciarli cadere in sacchi celesti. Cammino accidentato, giorno di guai meccanici: saltano bulloni, si rompono le cinghie, si incastra grano maldigerito. I trebbiatori sono ostinati e Franchino è un meccanico africano: con un fil di ferro e un mazzuolo rappezza ogni frattura, risalda le cinghie e fronteggia ogni accidente. Senza perdersi d’animo. Il tempo è dalla sua. Ci vuole pazienza. I mietitori-ragazzi sono scomparsi verso un tavolo di cibo. Un tempo era pane e peperoni, oggi è corteo di prelibatezze da festa. Franchino cerca di rappezzare la macchina prima di mangiare. Un lavoro va finito.

Ivan scarica le gregne

 

Grano per Alfa 60

 

Le gregne

Solo nel tardo pomeriggio, in pochi attorno alla macchina instancabile, l’ultima gregna finisce dentro la trebbiatrice. Montagna di paglia. Lavoro di un giorno per alcuni chili di chicchi che saranno semi di prossimi raccolti. Si fanno calcoli che non afferro: ‘Un quintale di seme per dodici quintali di raccolto’. La resa? Ho riportato bene i conti? Grande risultato, piccolo applauso. Semi per altri raccolti, per altre stagioni. Dovrò allenare i movimenti fra polso e falcetto: ‘Piega la mano, tira come se fosse una corda…’.

Applausi ai trebbiatori

Il campo di grano ha aspettato questo momento tutto il giorno: paglia sulla pelle e nei capelli, volti arrossati, vino, caffè, chiacchiere, tramonto. I campi tagliati diventano colori di Van Gogh, le api minacciano la quiete serale, ci sono gli animali da sfamare. In campagna non si finisce mai. Abbiamo ‘decostruito’? Magari sì, magari per un po’.

 

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