La casa di Ozge

Interno/Casa/Esterno

Il sorriso di Ozge mi dice: ‘La casa è questa terra’. E guarda in basso, oltre i suoi piedi, sotto i suoi piedi. Come a dire: ‘Casa è dove sono’. Ozge ha costruito una casa con tulle colorate, e sulle pareti, che volano con un soffio di vento, ha intrecciato un filo nero. E’ la narrazione visiva e fragile dei paesi della val Sarmento, valle di un fiume di pietra che scende giù da uno dei cuori del Pollino, montagna corale della Lucania.

Ozge è un’artista turca. E’ nata a Istanbul. I suoi capelli tendono a un colore indefinito e bello (‘bionda, senza averne l’aria’, avrebbe detto Francesco). E io le ho chiesto se non avvertiva l’assenza della sua città che sempre mi è apparsa bellissima e avvolgente. Mi ha risposto: ‘Della città che ho conosciuto da ragazza, sì, senz’altro, ho nostalgia. Ma non esiste più, l’hanno distrutta. Non ritrovo più nemmeno la casa di mia nonna’.

Ozge y Carmela

E allora la casa è dove si vive, ho capito bene nella mia distrazione e stanchezza. L’ho pensato anche io. Per tutta la vita. Ho evitato, con cura e determinazione, di avere una vera casa (come fa Graziella, che ha i miei anni, e mai ne ha voluta una e ha sempre un sorriso incantato; come fa Claudia che ogni tanto si arena e non sa continuare ad andare; come fa Angela che ha mal sopportato l’immobilità del confinamento e sa sono muoversi; come fa G. che non vuole una casa che significhi ‘presenza’). Io ho sempre avuto paura di rimanere imprigionato fra quattro mura. E ora? Ozge vuole che scriva qualcosa su un grande quaderno dalle pagine bianche e io non posso far altro che ricopiare versi di Warsan Shire, poeta somala: ‘Nessuno lascia casa sua/ a meno che non sia proprio lei a scacciarlo/fuoco sotto ai piedi/sangue che ti bolle nella pancia’. Una ragazza turca può capire queste parole. Ozge, scusami, non sono la persona più adatta per scrivere di ‘casa’. Io non ho coraggio e so cosa accadrà. L’ho sempre saputo.

Carmela, il filo e un ridere

Donna senza volto, una vera casa alle spalle

Due ragazze passano per la casa. Le conosco. D’istinto lasciano queste parole: ‘Come posso mancarti/se non me ne andassi’. Le guardo, diviso fra lo stupore e l’invidia. Posso venire con voi? Rimango qui.

Ozge, a Cersosimo, paese della valle, paese rannicchiato, ha costruito una bella casa trasparente, quasi volante. Vero, ha usato, come fondamenta aeree, gli architravi di un capanno di legno. Anche i nomadi hanno bisogno dei chiodi, di puntelli, di appoggi. Raffaele, poeta di Noepoli, il più antico dei paesi del Sarmento, è venuto in visita alla casa di Ozge. Ha guardato e ha detto: ‘Non riesco a scrivere, le parole vengono intrappolate’. Ho pensato: ‘Come è possibile, questa è una casa di vento. Porta via le parole, non le trattiene’. I poeti vedono…

Carmela, giovane donna del paese, con i riccioli che si ribellano, mi spiega che un gruppo di artiste/i vuole narrare la valle dove sono nati o dove vengono invitati a ‘stare’. Forse un giorno racconterò questa storia, è una bella storia. Il collettivo di artiste di Noepoli si chiama ‘Stato di Noia’, nome antico del feudo del paese. Noia…parola che non vola via, rimane impigliata nei vicoli di Cersosimo e di Noepoli. Aspetta, ha il tempo e l’inverno dalla sua parte.

Carmela

 

Ozge nella radura di Cersosimo

Non so come Ozge sia arrivata in val Sarmento. Immagino un incontro romano fra Carmela e l’artista turca. Ozge, la scorsa estate, è arrivata al paese. E’ tornata quest’anno, dopo i mesi del confinamento. Nei suoi giorni di Noepoli ha ascoltato qualche paesano lasciarsi sfuggire: ‘Jamë e venimë, sëmbe allà stavimë’, ‘Andiamo e veniamo, stiamo sempre allo stesso punto’. A Carmela e alle sue amiche questo proverbio ricorda versi di T.S. Eliot (che non è un paesano): ‘Non cesseremo di esplorare e alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza e conosceremo quel luogo della prima volta’. Non so: salgo a Noepoli, voglio vedere con i miei occhi, ma è la controra e incontro solo un gatto magrissimo e un uomo seduto sui gradini di casa: ‘Ciao…’. Ciao. Tutto qui. I paesani lasciano bottiglie d’acqua davanti ai portoni per tenere a bada i gatti. Il centro di Noepoli sorge in bilico su un calanco, un paese sul crinale. Un paese equilibrista. ‘E’ costruito su roccia’, mi dice Raffaele. Le case si allungano come a piantare radici nella pietra. Case-albero. Muraglioni di pietre a sostenere i palazzi della nobiltà. In una terra di frane, hanno costruito un paese sospeso sul vuoto e sull’argilla.

Costruire la casa

 

Carpentiera

La noia può essere creativa, dice Carmela. Ci devo credere. Se hai pace dentro di te. E se, allo stesso tempo, hai inquietudine. Io mi annoio? Sì, ho cercato di evitarla per anni e anni, l’ho ingannata con un muoversi perpetuo, ho mentito per depistarla, lei era sempre dietro i miei passi. La vedo, se appena mi volto. Non fa in tempo a nascondersi.

Muratore gentile

La casa di Ozge (mobile? È facile trasportarla, sta in uno zaino) è aperta, viene davvero attraversata dal vento, indossiamo un maglione in pieno agosto, questa è una casa per i mesi dell’estate. In queste valli, gli inverni hanno il freddo della montagna. Questa è una casa che racconta. Racconta di una immagine greca apparsa fra le pietre greche di Cersosismo. Parla di un grande albero della lontana Terranova. Ha memoria del diavolo messicano che, a San Costantino Albanese, esplode a primavera in onore della Madonna della Stella. E’ una casa comune. Chi arriva, entra in libertà e Ozge racconta con la sua voce leggera e straniera. Non so se sia uno spazio intimo. Carmela e Ozge credono di sì. Vi si rifugiano per scrivere, per prepararsi al racconto pubblico, per nascondersi ed essere visibili. E’ una casa-anima. Non si afferra, eppure lo sai che c’è. E’ fisica. E’ possibile amare in questa casa? Sotto lo sguardo della gente del paese? Cosa fa ‘casa’?, mi chiedo da tempo. Non ho una risposta.

Guardare

Ozge mi racconta del tempo passato ad Artena, un altro paese, un’altra lontananza, un altro centro del mondo. Il paese è interdetto alle auto. Gli asini fanno la raccolta dei rifiuti, mi dice. Ozge ha vissuto là un anno. Un’altra casa. Artista transumante. Nomade.

Ospiti

Io penso ai letti che ho ri/cominciato a cambiare ogni due giorni in questo tempo appena passato. Ho nostalgia di sei cuscini tenuti assieme da un lenzuolo dove ho dormito per settanta giorni. Mai avuto letto più comodo. Attraverso anche io la casa di Ozge. Mi viene in mente, come spesso accade, Giorgio Caproni: ‘Il mio viaggiare/è stato tutto un restare/qua, dove non fui mai’.

Il racconto di Ozge

Ozge, nella notte in cui dovrà riporre nello zaino la sua casa mobile, aggiunge una frase: ‘Sto cercando la casa dove tornare’.

 

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