Lucania coast-to-coast.5/Ritorno al Pollino

Lago Duglia

Fingo di ignorare le previsioni del tempo. E’ una delle molte finzioni dei miei giorni. In realtà la pioggia mi spaventa. Quelle nuvole annerite che nascondono la Serra di Crispo e le rocce di Pietra Castello mi allarmano. Trattengono i miei piedi. Ma ho imparato a fingere. E allora dico: ‘Io non guardo i meteo’. E, a lago Duglia, mezza costa della nostra salita, fotografo una panchina. Non vorrei muovermi da qui. Fermarmi. E invece muovo i passi. Verso il sentiero. Che è il sentiero sbagliato. Per fortuna Salvatore sceglie la strada giusta. Lo seguiamo. I segnavia del Pollino giocano a nascondersi, dietro gli alberi, dietro i muschi, dietro le pietre. Onore agli gnomi di questa montagna-labirinto: non vuole farsi scoprire, dovrai smarrirti per anni se vorrei trovare un filo capace di svelare le inutile mappe che hai in mano. Partiamo che sono le sette e trenta del mattino. Nessuno al pianoro del lago Duglia. Speravo di ritrovare l’uomo con il cane che mi aveva promesso di essere qui ogni mattina. Non ho connessioni e allora non so dirvi del lago. Non so dirvi dove sia finito. E’ un lago-che-non-c’è. Bisogna salire per una buona mezz’ora per raggiungere un piccolo specchio d’acqua: il lago Fondo. Sono già stato qui. Ancora una volta, vorrei fermarmi, ma abbiamo l’irrequietezza di chi sa che le nuvole stanno circondandoci. Abbiamo già raggiunto gli avamposti delle terre che loro hanno conquistato. Noi ci avviciniamo e le nuvole si alzano. Il torrente è colonna sonora, i faggi chiudono il cielo, le loro radici sono gradini.

Salvatore e Angela

 

Lago Fondo

 

Da Pietra Castello

 

Un’altra mezz’ora di cammino. La salita è volante, cinquecento metri di dislivello, il sentiero aggira rocce, scavalca l’ultimo albero, appare Pietra Castello. Sono pietre-sentinella. Alle nostre spalle abbiamo lasciato le Armi dei Gatti, là, sotto Nocara, e Pietra Sasso, nelle montagne fra San Costantino e Terranova. Adesso Pietra Castello graffia le nuvole. La valle del Sarmento dietro a noi. La montagna della Lucania non possiede l’arroganza superba delle guglie alpine. E’ sommessa, ti accerchia, è pronta ad agguati di bellezza e si richiude. Ha bisogno di un’attenzione che i camminatori delle Alpi non hanno perché distratti da sipari immensi. Qui, come nei paesi, la bellezza ha ritrosia. Ha bisogno di chiederti: ‘Ma voi, a chi appartenete…’.

Sentiero 951

 

 

Il bosco

So che qui vi era una ferrovia forestale. ‘Costruita dai tedeschi, per portare via gli alberi’, mi spiega Salvatore. Conosciuta come rueping. Dovrò farmi raccontare. Ricordo solo che una società tedesca, in venti anni, fra il 1911 e il 1933 ha tagliato centomila faggi.

Percorso in falsopiano. Bellissimo. Passaggio fra le rocce, faggeta, pini. Panorami improvvisi sui fianchi della montagna. Praterie. Appare il piccolo santuario della Madonna del Pollino. Saliscendi nel bosco. E’ un cammino delle abitudine delle vacche. Se piove o se la pioggia è appena passata, la via della rueping è un sentiero di fango. Scivoloso. Attenzione alle caviglie. Quasi un’ora di cammino, circumnavigazione a mezza costa della Serra di Crispo per risbucare nelle praterie del piano di Iannace, crocevia dei sentieri dei versanti settentrionali del Pollino. Prateria amata dai cavalli. Segnavia al centro. Luogo di incontri, di accampamenti, di passaggio dei riti arborei di Rotonda: qui la gente della Pitu viene a prendersi l’abete che sarà Rocca dell’albero.

Arrivo a Iannace

 

I piani di Iannace

 

Segnavia di Iannace

 

I cavalli del Pollino

Le mappe dicono che bisogna trovare il sentiero 925°. Provate a cercare i segni e se li avvistate mandatemi una foto. Solo grazie al ricordo del cammino della Pitu di Rotonda, alla fine, troviamo il sentiero della direttissima per i piani di Vacquaro. Vediamo se riesco ad aiutarvi: spalle al segnavia-crocicchio del segnavia di Iannace, naso dritto verso un angolo del confine del bosco, proprio la punta meridionale: là si trova l’avvio del sentiero che scende al Vacquaro e all’Impiso. Va cercato con attenzione. La traccia del cammino si nota appena nel prato di Iannace.

I funghi nascono dalla merda

 

Faggeta

 

 

I piani di Vacquaro

Trovato il sentiero giusto, tutto diventa facile. Pensate che la gente di Rotonda lo percorre con un albero in spalla. Si arriva, quasi subito, in una radura attraversata da un fosso. C’è anche il ‘tavolo’ di pietra dove si fa sosta per la colazione nella mattina in cui, durante la festa della Pitu, si sale a prendere la Rocca. Si guadano (e può essere difficoltoso in caso di pioggia e fango) diversi impluvi del fosso Carceri. La faggeta è splendida. In primavera è scintillante e ha voglia di estate. A settembre si incupisce. Per poi, per giorni brevissimi, diventa arcobaleno nel tempo dell’autunno. I faggi ci accompagnano fino al sentiero scosceso della direttissima. Cammino a precipizio. Un dirupo. Facile distrarsi con il panorama, improvviso, della Serra del Prete, facile cullare lo sguardo nella sella ad arco del piano di Gaudolino e risalire, con gli occhi, fino alla vetta del monte Pollino, la più alta della montagna con i suoi 2248 metri. Occhio a dove mettere i piedi: la discesa è ripida e rapida. Si atterra ai piani di Vacquaro. Sulle mappe, il torrente è indicato come ‘vallocello di Viggianello’. Ho sempre preso la pioggia in questo piano. I cavalli, beati loro, sanno rifugiarsi sotto gli alberi. Si attraversa il piano del Vacquaro, si cerca un equilibrio sulle pietre del torrente e poi la salita del colle dell’Impiso. Salita lenta e ingannevole: non appare come un grande fatica, ma arriva dopo molti chilometri e, come una tappa del Tour de France, fa ‘selezione’. Arranco sempre all’Impiso e maledico il giorno in cui ho deciso di fare ancora una volta questo cammino.

Breve discesa, e appare l’asfalto: è la strada che attraversa il costone occidentale della montagna, collega il rifugio Baita, ai piani di Visitone, al rifugio Fasanelli, strada alta fra le terre di Viggianello e quelle di Rotonda. Qui i camminatori lasciano le macchine per andare all’esplorazione dei labirinto del parco del Pollino.

San Francesco di Paola a Visitone

 

Il piano di Visitone

A noi, non rimane che l’asfalto, la strada che conduce ai piani di Visitone e alla birra del rifugio Baita. Qui ci sono sempre Laura e suo marito. Allegri, sorridenti. Vi arriviamo a mezzogiorno, ora perfetta, quattro ore e mezza da lago Duglia. E’ un gran bel posto, luogo di raduno degli alberi che viaggiano nella festa di Viggianello, ultimo finesettimana di agosto. Qui, nella festa, il prete dice messe per San Francesco di Paola, i caporali dei corte dei buoi raduna i propri uomini, la gente di Prastio e di Torno, divisi da antiche rivalità, si guardano con qualche diffidenza, si allena la fatica della discesa, buoi, uomini, donne e alberi, verso il paese ancora lontano. Dovrò raccontarci anche questa storia. Ne lascio dietro a me.

Ultimi passi per noi. Ancora un’ora e più di cammino. Il paesaggio di queste praterie di alta quota è strappaemozioni. Piante pioniere cercando di contendere terra ai pascoli, cavalli e mucche sono orizzonte, a primavera le fioriture sono sbaffi di colore; in estate si va in cerca di piogge per sfidare il velo di giallo-secco che ricopre la prateria. In inverno si possono inforcare le ciaspole. Si attraversa la Timpa del Demonio: fa da contrappasso, sul costone lontano, il santuario della Madonna del Pollino, si punta sulla dorsale, simile alla schiena emersa di una balena, della Serra dell’Abete (al rifugio sono certi che sia semplicemente il monte Serra), dobbiamo superarlo (tagliando un grande curvone della strada) e poi è necessaria attenzione, buon occhio e fortuna: la vecchia strada per il paese di Torno, frazione di Viggianello, è sulla sinistra, dopo una curva. Sulle mappe è ben indicata, vi sono tracce di qualche auto o trattore che ha provato a scendere da qua. Diciamo: trecento metri dopo essersi lasciati alle spalle la Serra dell’Abete? Più o meno. Adesso avete davanti a voi una discesa di cinquanta minuti. Ginestre fra la fine della primavera e la prima estate. Ben presto, si segue il fosso Cienze, che a Torno è conosciuto come striett’, il torrente Stretto. Vi sono i passaggi dell’acquedotto.

Infine, gli avamposto del paese. Pollai, recinzioni di orti, qualche vigna, casotti in muratore. Poi la strada si fa lastricata, le case, il bar di Torno. La birra. Noi arriviamo alla controra, due e mezza del pomeriggio (sette ore da lago Duglia, sosta di oltre un’ora a Visitone) e il bar è chiuso.

 

 

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One thought on “Lucania coast-to-coast.5/Ritorno al Pollino

  • 11 Agosto 2020 in 5:28
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    Sai anche fotografare il bosco! e devo dirlo, è un po’ cinico da parte mia, ma mi piace quando scrivi delle tue debolezze, dei tuoi dubbi e paure, tanto che ad un certo punto mi sono trovato a sperare nella pioggia. Buon cammino, Paolo

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