‘Le arse argille consolerai’

foto di Augusto Viggiano (ricavata dal catalogo della mostra ‘L’ultimo saluto a Carlo Levi’

 

‘Mi è dispiaciuto molto morire. Amavo la vita. Le donne. I miei colori. La pittura. La scrittura. Il Meridione. I suoi paesaggi forti, aspri, vitali nella loro solitudine. Ero disarmato, intimorito, quando, con una piccola automobile sgangherata, due robusti rappresentanti dello stato mi accompagnarono fino a al paese di Aliano. Era la fine dell’estate del 1935 e il cielo sopra il paese era immenso. Il fascismo mi aveva condannato al confino. Avrei dovuto passare tre anni in quella lontananza. Io ero nato a Torino, avevo vissuto a Parigi. E qui, non c’era un albero, una siepe, solo una distesa di terra abbandonata. Mi ritrovai in una terra dove Cristo non era mai arrivato’.

Carlo Levi, in quel giorno di metà settembre di quasi novanta anni fa, non avrebbe mai immaginato che il suo corpo non avrebbe più abbandonato i calanchi di Aliano. Non avrebbe potuto prevedere il suo innamoramento verso il mondo di quei contadini che parlavano solo con le rughe del viso e con il silenzio degli occhi. Dice Maria Santomassimo, la prima sindaca donna della Lucania – oggi ha 79 anni -, sindaca comunista capace di sconfiggere alle elezioni del 1973, il candidato della onnipotente Democrazia Cristiana di Emilio Colombo: ‘Levi ha dato voce ai contadini. E’ stato l’unico a farlo fra i confinati. Se non ci fosse stato lui, non esisterebbe Aliano’. E, senza Carlo Levi, anche il mito di Matera, disperato e poi sorprendente e straordinario, avrebbe faticato a diventare così celebre nel mondo. A me preme ricordare che, nel dicembre del 1953 – i freddi inverni della Lucania -, fu Carlo Levi, medico e artista piemontese, a pronunciare l’orazione funebre per il più lucano dei poeti, il giovane Rocco Scotellaro.

‘Sì, allora, quando varcai la frontiera dei calanchi, non avrei pensato che sarei tornato per sempre ad Aliano. Ma doveva accadere. Lo sapevo. Ne fui certo quando venni al paese poche settimane prima della mia morte’. Lo ricorda benissimo la sindaca Maria: ‘Venne qua a dicembre. Era il 1974. Volle andare al cimitero. Si affacciò dalla collina che permetteva di ammirare i calanchi, le valli, il Pollino’. ‘Negli anni del confino, nelle estati riarse salivo sempre al camposanto. Mi sedevo accanto a una fossa, là prendevo il fresco. Credo davvero di aver sussurrato fra me e me: qui voglio essere sepolto’.

La prima volta, anni fa, sono salito alla tomba di Carlo Levi in un’alba d’estate. Dopo una notte insonne. Una notte di festa e poesia. Il sole stava per sorgere, il primo raggio colpì il marmo della lapide e si mise a giocare con i sassi, con le pietre che chi passa di qua lascia sull’ultima dimora di Carlo. E’ il solo ebreo a essere sepolto in questo piccolo cimitero di paese. Davvero, da qui, fra due pareti che sembrano proteggere la tomba, si ammira il paesaggio selvatico, rurale e bellissimo della Lucania. I calanchi, gli olivi, i tetti delle case del paese. Nessuna parola è incisa sulla lapide, solo le lettere del nome di Carlo.

Carlo Levi, in quell’ultimo viaggio invernale, aveva promesso ai ragazzi del paese che sarebbe tornato per Natale. Non fu possibile. Forse, come qualcuno azzarda, fu davvero il vento gelido di Matera a provocare la broncopolmonite che lo uccise, a Roma, ai primi di gennaio del 1975. Ma Carlo Levi voleva mantenere la promessa fatta ai ragazzi di Aliano.

‘Osservai in silenzio, e con orgoglio, i miei funerali romani. Le bandiere rosse, il cielo dell’inverno. Molta gente a Largo Argentina. Riconoscevo gli amici. Ho molto amato anche Roma, dove a notte pareva di sentire ruggire leoni. E poi ho visto, con qualche divertimento, i miei parenti, le mie donne discutere, e anche litigare, su dove seppellirmi. Ho letto infinite versioni: Francesco Esposito, editore originario di San Costantino Albanese, ricorda che fu lui a convincere la sindaca Maria a chiedere che il mio corpo tornasse ad Aliano. Altri credono che sia stato il partito Comunista – ero stato senatore fino a due anni prima – a pretendere che io fossi sepolto al paese. Alla fine, la gente della mia famiglia trovò un accordo. Io ho lasciato il mio cuore in tanti luoghi, ho amato molte donne, ma credo di non aver mai dubitato che, un giorno, sarei tornato al paese. Lo dovevo ai contadini, alle donne con gli scialli neri, ai ragazzini che passavano le sere in piazza, ai vecchi seduti davanti alla porta di casa…questa è la mia gente, la terra che ho scelto. Posso aggiungere? Sono così felice che molto sia cambiato, che tutto, senza dimenticare, sia cambiato, che queste colline, queste montagne, i paesi e le città siano come risorti…’.

Francesco Esposito, l’uomo che, nel settembre del 1974, riuscì a persuadere Carlo Levi a incidere le sue ultime sette litografie per una nuova edizione del Cristo, ricorda che il pittore-scrittore, al cimitero di Aliano, gli mostrò una lapide. Vi era scritto: ‘Da qui non mi muovo’.

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*grazie a Eliana Di Caro, a Valerio Millefoglie, a Francesco Esposito, a Sandra Petrignani: non ho chiesto loro permesso, ho rubato le loro parole.

*Le parole di Maria Santomassino sono riportate da Eliana Di Caro, giornalista materana, nel suo piccolo e intrigante libro ‘Andare per Matera e la Basilicata’ (ed. Il Mulino)

*Chiedo perdono a Carlo Levi per averlo disturbato facendogli raccontare una storia che ho immaginato. Spero di non aver troppo travisato il suo pensiero. Ho voglia di dirgli: se devo trovare un ‘colpevole’ di quanto è accaduto a Matera negli ultimi trent’anni, non posso che pensare che sia stato lui a dare il via…

*’Le arse argille consolerai’ è un verso di una poesia di Carlo Levi, dedicata a Paola Levi, allora compagna dell’artista. Il verso è il titolo di un bel libro (ed. Ets) dedicato a Levi del giornalista fiorentino Nicola Coccia.

 

 

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