Il desiderio di Ginosa

Due giovani amici accompagnano il visitatore distratto lungo il corso dalle pietre bianche. Il paese è grande. Inatteso. Ventiduemila abitanti. Oltre mille sono rumeni, albanesi, marocchini. I ragazzini arabi zampettano nei vicoli, entrano, con timidezza, nelle case: le porte sono aperte nell’estate, una tenda di fili di plastica può essere scostata. A sera si tirano fuori le sedie e si sta lì. A cercare il fresco. Le chiacchiere.  Una ragazza va in cerco del basilico dalla vicina. Si offre birra Raffo e lampascioni.

 

Il Castello Normanno

 

Dietro i portali

 

 

 

Dicono che Ginosa debba il suo nome al culto di Giano. Ne raccontano tante: scrivono di esuli di Cnosso, di gente dell’Illiria. Il visitatore distratto cammina senza chiedere, ha disinnescato i sensi, passeggia con desiderio. Non prende appunti. Due bambini sono chini sul cellulare e hanno uno speaker che rilancia una rap aggrovigliato. C’è la bottega di un barbiere che avrebbe dovuto diventare museo, c’è la lapide a Cesare Battisti, martire del Nord. C’è la piazza con i tavoli dei bar, le ragazze dagli abiti neri e corti, al visitatore piace la loro lingua. Il vecchio poeta ti ferma un istante, riapparirà ancora. I poeti hanno bisogno di essere ascoltati. Il visitatore vorrebbe avergli dedicato più attenzione. C’è una torre dell’orologio dimezzata. I grandi palazzi nobiliari con il cartello vendesi sul portone dal batacchio di leone e le persiane consumate dal tempo. Il ferro delle terrazze divorate dalle ruggini, i dettagli della bellezza, tondi dorati. I panifici dagli odori irresistibili. Un uomo che intonaca di bianco le pareti di case. I pavimenti di cementine.

 

 

 

 

 

 

Alla fine del corso il Castello Normanno. Chiuso. Il quartiere scende nella Gravina passando sotto un ponte di pietra. Nell’ottobre del 2013, il fiume di pietre si trasformò nell’onda di alluvione. Quattro persone furono portate via dall’ondata. Quattrocento famiglie si ritrovarono senza casa. La strade sono ancora sbarrate. Un artigiano ha abbandonato il suo tavolo di lavoro. Vetri rotte. Una poesia di Saffo scritta su un bandone. Quale casa salvata, ha l’aria di essere abitata. ‘No, qui non abita nessuno’, dicono al viaggiatore distratto. Tranne il custode della chiesa madre. E’ sempre li, due denti e il suo cane vecchio e ingrigito. Lui racconta di Madonne e di suggerisce di andare a vedere il crollo nella Gravina: ‘E’ apparso il volto di un uomo. Sta gridando la sua rabbia per la bruttura del mondo’. Non riesco a scorgerlo fra le abitazioni rupestri dell’antico villaggio di Rivolta. Vedo una bellezza rara. C’è un’insegna contemporanea di una bottega del fabbro chiusa da decenni. C’è un ragazzo che ha cercato solitudine per una telefona importante. Ha una maglietta con Jimi Hendrix, parla a voce altra, l’eco risponde. Ci sono i giochi in bicicletta di ragazzi e qualche paesano che ancora passeggia per l’abbandono. Eppure il visitatore avverte un desiderio di resurrezione. Raccoglie menta dai gradini e questa volta prende nome delle Gravine: l’Oscurosciuto, l’Arciprete, il Lagnone Tondo, il passo di Giacobbe. I nomi significano.

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