Lucania coast-to-coast.6/Il cammino del crinale

Castelluccio Superiore

E’ antica storia saggia, ce lo ha sempre ripetuto Josè Saramago, tornare sui propri passi. I viaggi non finiscono mani: bisogna tornare in estate nei luoghi che hai conosciuto a primavera. In inverno quando sei passato a maggio. Il mondo cambia.

Oggi come posso chiamare l’andare fra l’ultimo paese di Viggianello, le case di Torno, lassù, quasi sul crinale del cerchio di monti che segna gli orizzonti della Valle del Mercure, e Castelluccio, il paese aggrappato alla roccia? In agosto, le ginestre sono sfiorite e aspettano l’autunno con lunghi aghi verdissimi. Le ciliegie hanno già avuto la loro gloria. Le fragoline di bosco si sono nascoste. Sono apparse le more (che hanno ancora settimane davanti a loro). Ci sono pere dolcissime e mele che ancora cercano una maturità. I fichi hanno pazienza e lasciano un desiderio nelle mani dei camminatori. E allora questa non è più la via delle ginestre, come l’avevo chiamata tre anni fa? Niente titolo? Rimangono i bivi e i trivi che ci ingannarono allora, ci disorientarono e portarno fuori strada. Eppure era così semplice: non abbandonare il crinale, figliolo. Non smuovere i tuoi passi da quel cammino che è stato tracciato dai pastori transumanti sul confine della montagne, fra la valle del Mercure e la lontana valle del Sinni. E quindi il titolo? Cammino dell’orizzonte…mi guardi sconsolato, non va bene. Bariamo anche: saltiamo a piè parti i primi tre chilometri e mezzo di asfalto che dividono Torno dal crinale. Sappiamo da dove partire: da quel casotto di cemento (qualcosa che ha a che fare con gli acquedotti?) ai lati della strada. C’è uno stradello forestale che si infratta nel bosco. Enzo mi farà vibrare una minaccia: ‘Vogliono asfaltarlo’. Non lo fate, non lo fate, vi prego.

La fontana all’alba

 

Il risveglio del paese

Ore sette del mattino. Le nuvole coprono la Valla del Mercure, antico lago preistorico. Solo gli inquietanti fumi della centrale a biomassa sbuffano fuori dalla coltre bianchissima. Il bosco del crinale è amazzonico. L’umidità fa inorgoglire i rampicanti. Aggrediscono gli alberi, una battaglia perenne, una trasformazione della foresta. Liane pendono dai rampi. Dubbi a ogni bivio. Facciamo così: la vetta del monte Galdo rimane in alto, noi andiamo sempre a sinistra, un po’ di saliscendi, poi in discesa, un tornante, un falsopiano: è il sentiero dei rovi e delle more. I pruni cercando di afferrare il tuo zaino.

Le more

 

Cammino nel bosco di monte Galdo

 

Amazzoniche

Quasi un’ora di bosco, prima di approdare alla radura delle ginestre. Era uno sfolgorio a maggio inoltrato. Oggi ha dimesso gli abiti della festa. E’ caduto a terra il segnava improvviso (in queste montagne i segnavia sono isolati, nascono all’improvviso e scompaiono velocemente) che indicava Milioso. Ricordo solo che GoogleMaps mi avvertiva che questa località era a Creta. So che è una sorgente.

Franco

 

I funghi di Franco

Tocca a Franco, cercatore di funghi di Pedali (vive a Varese), rassicurarci: siamo sulla buona strada. Non ci perderemo. Ci mostra il suo cesto di ovoli. Li mangerà stasera. Pensando: ‘Al Nord li avrei pagati una fortuna’. Sarà una cena eccellente. Il bosco si popola della Pandine, auto da fuoristrada. Un popolo con i bastoni e i cesti va in cerca di funghi. Terre celebri, queste. Per i funghi. Per l’acqua.

Alle otto, un’ora dopo la nostra partenza, siamo sull’asfalto degli stradelli lucani. E’ la strada che da Pedali sale alla Madonna dell’Alto. La Madonna ama questi boschi e ha molti luoghi dove rifugiarsi nei mesi dell’estate. Questo è il monte Basso (spero che sia vero: sorrido a sentirne il nome, non è altezzosa questa montagna). Mi commuove l’umiltà.

Madonna dell’Alto

 

La sola rosa

 

La croce restaurata

Se il segnava di Milioso è stato abbattuto, qualcuno ha ricostruito una croce su un bivio. E ha messo nuovi fiori di plastica. L’altra volta era rimasto solo il palo centrale. Come mi piacerebbe saperne la storia.

All’uscita dal bosco di castagni, appare una radura recintata di legnaioli. E poi un giovane rimboschimento di querce. In agosto, le felci conquistano i terreni. Alle otto e trenta, si arriva a un quadrivio. Incertezze. Fingiamo. In realtà sappiamo di dover andare a dritto in salita. Le strade che arrivano da sinistra salgono da Pedali. Ci sono cinque cartelli che rassicurano i viandanti: queste sono aree da pic-nic. La Madonna dell’Alto è a poca distanza. E’ anche il sentiero per il torrente Peschiera: qualcuno dovrebbe far capire a chi decide dove collocare i segnavia che messi così non servono a chi ben poco sa del territorio. Andiamo a dritto.

Il bosco

 

La mia piuma

Recinzione che protegge pascolo di pecore e di oche e un grande orto. Salita. Alla fine, altro bivio: a destra per la strada principale. Si sale, costeggiando orti estivi, noci e fichi. Casetta di legna: costruita da qualcuno che ama ritirarsi in questi boschi.

Poche centinaia di metri ancora. Un quarto alle nove. Nuovo cartello improvviso: Pastoroso. Luogo celebre da queste parti. Qui, nella settimana dopo Pasqua, si costruiscono le baracche nei giorni della Festa dell’Albero di Pedali: è un’epica delle montagne, una delle ragioni del mio stare in Lucania. Riusciremo, riusciranno gli uomini e le donne della montagna a fare ancora la Festa?

Però chi niente sa di Pastoroso, che senso ha fargli trovare qui un segnavia?

Acquedotti

 

In cammino

Andiamo sempre a dritto. In salita. Splendida faggeta. Finisce l’asfalto, stradello fra poderi e boschi. Paesaggio bellissimo. Radura. Bosco. Improvviso luogo dove passare ore nei boschi: due tavoli, una radura ritagliata fra le querce, il luogo del fuoco. E poi il bosco si apre: crinale, le nudità del monte Raparo, le case di Castelsaraceno. Da quanto tempo manco da quel paese? Sorgente. I cartelli azzurri delle ‘condotte irrigue’ di Castelluccio Superiore. Cammino di crinale lungo lo spartiacque del monte Fagosa, antico tratturo di transumanza.

Alle dieci, siamo nuovamente sull’asfalto. Panorama sulla valle del Mercure. La ciminiera della centrale del Mercure attira l’attenzione. Appaiono le montagne di Castelluccio. Il grande viadotto dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria. C’è un casotto dell’acquedotto, difeso da pannelli solari. Cammino molto bello.

Prateria

Ancora un trivio. Qui, l’altra volta, decidemmo di scendere verso Cerasìa. Scelta che ci costò un dislivello di mille metri, ma anche il felice passaggio per la Madonna delle Neve. Oggi andiamo a destra, sempre sul crinale, tratto pianeggiante, asfalto. Alle undici ci ritroviamo sulla strada provinciale 46 che sale da Latronico e Agromonte. E ora?

Dissetarsi

E ora, ci rassegniamo: sono più di tre chilometri lungo questa strada. Mi incuriosisce una via laterale che si chiama Perrutiero-Seluci. C’è, in estate, un orto florido e bello. Incontriamo chi lo cura, speriamo che ci suggerisca un’altra strada: niente da fare, c’è solo la provinciale. Per fortuna è terra di acque e le fontane sono generose. Camminiamo con allegria. A mezzogiorno, siamo al Bosco della Difesa.

Piccolo altare di strada

Il bosco di cerri è bello e affollato. C’è una grande fonte. Ma, impiccato al cartello di ‘benvenuto nel Parco del Pollino’ c’è un cervone, un serpente innocuo e protetto: una maledizione a chi lo ha ucciso.

La strada costeggia il bosco e supera il campo di calcio (in disuso: vista l’erba che vi è cresciuta). Un murale ricorda le glorie dei passati festival di Pollino Fusion. Infine un cartello indica la discesa, attraverso un sentiero scosceso, fino alla cappella di Santa Maria di Costantinopoli. Santi orientali per Castelluccio, terra di monaci basiliani.

Gli orti

 

Sui muri del campo di calcio. Come sarà finita?

Tre anni fa scoprii che qui vi sono ben sette chiese. Qualcuno mi raccontò anche di una leggenda: ‘Un tempo – mi raccontarono – da qui passavano gli schiavoni, gente slava. Avevano con loro una statua della Madonna. Andavano di fiera in fiera sperando di venderla’. ‘Lei dovette guardarsi attorno o forse amò il vino di queste montagne’, mi dissero con un sorriso. ‘Quando i suoi portatori decisero di ripartire, lei divenne pesante, intrasportabile. Allora i pastori di Castelluccio decisero che la Madonna voleva restare con loro e le costruirono una chiesa attorno’.

L’ultimo sentiero

 

Santa Maria di Costantinopoli

Ingresso in paese da vico dei Giardini. Scrivevo: ‘Castelluccio è un paese appeso. E’ cresciuto in verticale, una casa sull’altra, un tetto sopra all’altro. Bisogna avere gambe da stambecco, qui. Vicoli strettissimi, groviglio di gradini, manovali più abili delle leggi della fisica. Auto che giocano con i millimetri per passare in vicoli strettissimi. E’ una geografia scoscesa. Gli abitanti di Castelluccio coltivano una folle urbanistica aerea’.

San Leonardo

Lucia ci aspetta in piazza Plebiscito. La sua casa è poco distante, ma qui significa sempre un’impennata in salita. A sera, come l’altra volta, le donne della piazza ci raccontano della donna santa, di Maria Angelica Mastroti. Questa volta hanno un sorriso in più: dopo cento e venti anni, il Vaticano ha cominciato il processo di beatificazione, la lettera è appena arrivata. Dovrò raccontarvi questa storia. Antonietta, il vicesindaco, ci apre le porte del vecchio asilo delle suore: ‘Tutti i bambini del paese, io compresa, siamo cresciuti qui’. Trent’anni fa le suore se ne sono andate. E il vecchio asilo è un piccolo museo dedicato alla beata.

Unica, grande delusione: il bar Enigma, nella piazza alta, ha chiuso. Saracinesca abbassata.

Beviamo alla grande fontana della piazza.

Dati quantitativi: trentamila292 passi, per diciotto chilometri e ottocento metri (mancano i tre chilometri e mezzo inziali). Sei ore e qualcosa. Due ore di soste varie.

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