Lucania coast-to-coast.7/Castelluccio-Lauria, la ferrovia divenne bicicletta

La fonte di piazza del Plebiscito a Castelluccio Superiore

Era più avventuroso farsi strada, con difficoltà e sventatezze, nell’intrico di rovi e foreste che aveva colonizzato l’antica massicciata delle ferrovie calabro-lucane (o lucano-calabresi) da Castrovillari a Lagonegro. Ci sentimmo esploratori tre anni fa. Un po’ scemi, un po’ imprudenti: non sapevamo cosa avremmo trovato nel buio delle gallerie, né sapevamo della stabilità dei ponti e dei viadotti. Adesso, tre anni più tardi, si sono decisi a trasformare la via ferrata in una pista ciclabile. Storia di saggezza, bello salire da Lauria per raggiungere le prime terre del Pollino, per arrivare a Castelluccio Superiore su due ruote. Abbiamo incontrato numerosi ciclisti. Nessuno a piedi. A fine giornata, ero meno felice: venti chilometri sul cemento bianco con il quale è stata asfaltata la pista ciclabile non rende allegri i piedi e indurisce le gambe. Il viaggio fra la stazione di Castelluccio e il grande ponte di ferro di Lauria (anno di costruzione 1915, a dar retta a un cippo) è, in ogni caso, una bella storia. Ha il gesto delle nostalgie e del possibile futuro.

La prima galleria

GalleriaIl guaio è il groviglio di svincoli attorno a Galdo, l’imbuto del sottopasso della Salerno-Reggio Calabria, il disordine urbanistico di un quartiere commerciale e artigianale che cullava l’illusione di una modernità autostradale. In quell’intrico di cemento hanno costruito strade come piste di atterraggio, tirato su capannoni e centri commerciali, lasciato fabbricati a mezzo, spianato parcheggi. Il traffico dei camion è pesante: è la strada di accesso all’occidente lucano. Cerco di immaginarmi i passeggeri che, nei primi decenni del ‘900, salivano a Spezzano Albanese e se ne andavano fino a Castrovillari. A fare cosa? Immagino il valico di Galdo: qui i binari scendevano e qualcuno, giurava, che oltre quelle montagne vi era il mare.

La galleria del valico di Prestieri

 

Rosanna e Fabrizio

 

Silvio con i perritos

Ore sette, addio a Castelluccio. Paese di chiese e Madonne. Ci saluta, con braccia al cielo, Padre Pio sul sagrato della cappella del Carmine. I nostri passi saranno protetti, dall’alto del crinale del monte Cozzo Pastani, dalla Madonna del Soccorso. Uscita dal paese verso Castelluccio Inferiore. Poco meno di un chilometro per la vecchia stazione, l’hotel Raphael e la zona artigianale. La ferrovia si è trasformata in una pista ciclabile. E’ una striscia di cemento che si snoda al posto dei binari.

La stazione di Prestieri

 

Nel 1978, l’ultimo passeggero salì sulla littorina che collegava Castelluccio a Lauria. Doveva essere un gran bel viaggio: per sessanta anni (il tempo passa velocemente) questa ferrovia aveva sfidato le montagne del sud-ovest italiano, era stata capace di arrampicarsi su dislivelli da arrampicatori e disceso valli impervie. Qui i binari si attorcigliavano in gallerie a elica, correvano su viadotti, diventavano aerei come sopraelevate. Era un capolavoro di arte e ingegneria, la ferrovia calabro-lucana. Ponti e gallerie erano ancora lì, quando ci passammo tre anni fa. Oggi si possono percorrere in sicurezza. Non ho più il timore del buio dei tunnel. Il primo ponte scavalca il fosse Magliasole (grande nome: fatemene conoscere l’origine). Il santuario della Madonna del Soccorso sorveglia i nostri passi al confine fra montagna e cielo.

Non avete più bisogno dei nostri consigli, il cammino è dettato dalla pista ciclabile. Si sfiorano le ‘campagne’ degli agricoltori di Castelluccio, si passa davanti ad antichi caselli ferroviari in rovina, si attraversa la statale 19 (ci sarà stato un passaggio a livello?), in alcuni tratti la vegetazione è rigogliosa e tenta di riconquistare la massicciata. Si va in salita, verso il valico di Prestieri. Un’ora e mezzo di cammino dalla stazione di Galdo al valico di Prestieri: chi mai scendeva qui? Non ci sono case qua attorno.

La vecchia ferrovia adesso si affaccia sulla grande valle di Lauria. Ci appare un cammino facile. Non è così: è il tratto meno felice e più ingarbugliato del cammino lucano, stiamo per andare a sbattere contro la muraglia degli svincoli della Salerno-Reggio Calabria.

Cerca di rimetterci sulla retta via

 

Sottopasso sotto la statale. La scritta si è sbiadita

All’altezza di una grande cava, la pista ciclabile (agosto 2020) finisce. C’è uno spiazzo, il confine della cava, un capannone in muratura e metallo. E’ una piccola strada asfaltata che scende: proviamo a prenderla per evitare la statale 19 trafitta da troppi camion. Andiamo a istinto, sbagliamo più volte. Scendiamo, risaliamo per prendere uno stradello che risale verso una casa, torniamo indietro, ci dividiamo. Io e Fabrizio facciamo gli esploratori e ci troviamo nelle periferie meridionali di Galdo, sottopassiamo la statale e poi la costeggiamo per un chilometro. Arriviamo al centro commerciale. Svincoli di autostrade, un eccesso di cemento.

Spianata a Galdo

 

Sottopasso dell’autostrada

Hanno costruito un labirinto a una contemporaneità avventata. Potevano far di meglio. ‘Ma è lavoro’, ci hanno sempre spiegato. Ricordo la ragazza al bar a un passo dallo svincolo: ‘Ci avevano detto: verrà gente’. Come a dire: se ne sono andati e noi qui con i debiti. Ci sono ristoranti, luoghi immensi per matrimonio, pizzerie, il ristoro Ontheroad 19 (No, Jack non è passato di qui), il buon bar Metri 8, magazzini di ‘regalistica’ (arruffio di venditori di regali, statue, addobbi floreali, confetterie, industrie dei matrimoni, insomma). Questo è davvero l’addio al Pollino e alla solitudine. I piloni del viadotto, i camion con insegne pubblicitarie, una scuola materna che si affaccia sulla statale, andirivieni di camion. La stazione di Galdo in rovina.

La stazione di Galdo

I ciclisti salgono da Lauria e si spaventano degli svincoli. Tornano indietro. Dovranno completarla questa pista ciclabile. Noi continuiamo a scendere, è la vallecola del torrente Caffaro: ponti, gallerie che attraversavano la zona della contrada dell’Acqua. Si passa sopra un presa dell’acquedotto, si attraversa, in contrada Menavolo, uno stradello asfaltato, c’è un segnavia del ‘Piccolo cammino di Santiago’. Alla fine arriviamo alla vecchia stazione di Lauria. Lungo ponte in curva fino alla galleria. Il tunnel è un rettifilo e io so cosa c’è di là. Tre anni, alla pensione Vittoria di Lauria, scrivevo: ‘Di là c’è un ponte azzardato. Capolavoro di ingegneri ferroviari. Ponte di ferro, sospeso in un vuoto da vertigini. I manovali di questa ferrovia erano equilibristi: il treno doveva passare, volare, traforare montagne. Per allacciare paesi a paesi, provincie a provincie. I muratori e i fabbri di queste terre sono stati davvero capaci di costruire miracoli. Fatene qualcosa di questa meraviglia di ferro e pietra. Il ponte sembra stare nel vuoto. Ha resistito a due terremoti. Io soffro di vertigini, ma il paese devo guardarlo. Lauria, ancora una volta, è sospeso, paese in verticale purissima, si va scivoloni fra ferule giganti. Guardo il paese laggiù. Da dove scendiamo? C’è un deposito dell’acqua, c’è un sentiero aereo, ci sono scalini. Ci portano, con batticuore, verso il paese. Ci viene perfino da ridere. Finiamo in una casa in restauro. Un muratore ci guarda passare’.

Galleria

 

Apparizioni alla stazione di Lauria

 

La stazione di Lauria

 

Il ponte ferroviario

Qualcosa hanno fatto: il ponte è uno dei luoghi spettacolare della pista ciclabile, il sentiero per scendere al paese è ben tenuto e protetto, la casa in ri/costruzione è un bell’edificio e, a fine discesa, troviamo la fonte del Borbone e un bar. Un’ottima birra. Siamo arrivati.

Lauria

 

Il ponte ferroviario di Lauria

Non vi ho scritto di Rambo e della sua compagna. Non so cosa dirvi, arrischio, ho sensi di colpa. A Castelluccio, dopo pochi passi, due cagnetti alti come un soldi di cacio si sono aggregati al nostro andare. Padroni dei boschi e della strada. Incuranti (con noi a gridare) delle strade, delle auto, dei pericoli. Una coppia coraggiosa e forte. Abbiamo cercato in tutti i modi di farli andare via. Era sbucati dal nulla. A Galdo si sono infilati in una casa e non uscivano più. Ci hanno raggiunto un chilometro più avanti. Il barista della fontana Borbone li ha dissetati. ‘Ho perso un cane da pochi mesi’, ci ha detto. Non so cosa sia successo, abbiamo cercato di farli salire in macchina per riportarli a Castelluccio. Non ci siamo riusciti. La femmina non si faceva avvicinare. Sono rimasti lì, al bar, a dormicchiare.

Non ho avuto il coraggio di passare nuovamente per chiedere che fine avevano fatto. Ho solo una speranza. Niente di più.

 

 

 

 

 

 

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