Il sorriso di Ebru e l’orrore della Turchia

 

Dicono che quando perdi un quarto del tuo peso, hai raggiunto un ‘punto di non ritorno’. Non ti potrai più salvare.

C’è una foto dove Ibrahim Gökçek, 40 anni, musicista, bassista dei Grup Yorum, accarezza dolcemente il volto di Helin Bölek, 28 anni, solista dello stesso gruppo. Da quattro anni non potevano più né suonare, né cantare. Erano incarcerati nelle prigioni di Recep Tayyip Erdogan, presidente della Turchia. Protestavano nella sola maniera che era concessa: digiunavano. Da giorni, da settimane, da mesi. Ibrahim è morto pochi giorni dopo Helin. Aveva perso ben più di un quarto del suo peso. Accadeva a primavera, appena quattro mesi fa. Poco prima, il 24 aprile, aveva smesso di battere anche il cuore dell’attivista Mustafa Koçak, 28 anni, condannato all’ergastolo. Rifiutava il cibo da nove mesi.

Quanto è resistente il nostro corpo? Quanto è capace la nostra mente rinchiusa in una cella senza finestre e con le luci sempre accese? Quanti, uomini e donne, ragazzi e vecchi, sono passati attraverso l’orrore? Accade nel Mediterraneo. Nel nostro Mediterraneo. Nei luoghi che sono stati le terre delle nostre vacanze, dei nostri viaggi.

Guardo i volti di questi ragazzi: sono sorridenti, colmi di speranza e di futuro. Poi il loro volto perde il colore, diventa scheletro, le ossa vogliono bucare la pelle, gli occhi si coprono di un velo. Voglio credere che il loro sguardo penetri la scorza maligna dei loro assassini.

Il 27 agosto, pochi giorni fa, quasi la fine dell’estate, se ne è andata anche Ebru Timtik, 42 anni, avvocata. Il suo peso era di 33 chili. Incarcerata, priva di un vero processo giusto (tutti questi uomini e donne pretendevano un giudizio ‘giusto’), condannata a tredici anni. Era rinchiusa nel più grande carcere d’Europa (già, la Turchia è Europa, il suo esercito, così aggressivo, è a fianco della Nato, le sue navi fanno giochi di guerra nel Mediterraneo, i suoi uomini sono sui campi di battaglia della Libia, della Siria, della Somalia). Anche Ebru ha avuto solo l’arma del suo corpo. Un corpo che non riusciva più nemmeno a deglutire acqua: raccontano che dovevano dissetarla attraverso una siringa.

Guardo ancora le foto di Helin, di Ebru, di Mustafa (Dio mio, come sorride allegro), di Ibrahim (Dio mio, come è serio con il suo basso in mano).
Sta morendo in carcere Aytac Unsal, 32 anni, avvocato, collega di Ebru. Non mangia da oltre duecento giorni. Ha salutato la moglie: ‘Questo potrebbe essere il nostro ultimo incontro’. A maggio era riuscito a far arrivare in Italia una sua lettera al giornale Open (i prigionieri riescono sempre a far uscire un minuscolo frammento dei loro giorni: ci sono invisibili spiragli che sfuggono al potere). Scriveva Aytac: ‘Non ho mai lasciato indietro le persone più vulnerabili. Ho vissuto i momenti più felici della vita mentre difendevo i più deboli nei tribunali. Grazie al mio lavoro di avvocato ho conosciuto il valore della vita e delle singole persone’.
(trovate la sua lettera qui: https://www.open.online/…/morire-liberta-turchia-lettera-a…/ )

(mi piace questa, sorridente e allegra, con i riflessi del sole e la vibrazione di una chitarra, voglio credere, di Ebru: è presa dal sito de ‘Il dubbio’)

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