Il funerale di un fotografo

 

 

Sono andato a piedi alla chiesa di Agna, quartiere di Matera. Con la macchina fotografica e ho scattato queste tre foto nel breve cammino. I ragazzi del liceo artistico hanno dipinto Carlo Levi in cima alle loro scale. Ho pensato che me ne accorgo nel giorno giusto. Il tempo ha avuto una generosità imprevista con Augusto: la mostra sui funerali di Carlo Levi inaugurata ai primi di agosto; una onorificenza riconosciutagli pochi mesi prima. Già, giusto in tempo…

Carlo Levi ai Cappuccini

 

Il barbiere
Balena ad Agna

Ho con me la macchina fotografica perchè Augusto Viggiano ha fotografato, nel 1975, l’ultimo viaggio di Carlo Levi. Chi fotograferà il suo ultimo cammino? Credo – è un vecchio invito di Concita De Gregorio – che bisognerebbe scattare foto ai funerali. Più che ai matrimoni o alle comunioni. Perché i congedi sono davvero il segno della tua vita. Perché vi si ritrovano tutti, gli amici e i nemici. Gli amori antichi, quelli mai sbocciati, quelli dolorosi e quelli felici, assieme a quelli che sono rimasti. Insomma, la tua vita.

C’è poca gente nella chiesa di sant’Agnese. Non conoscevo la burbera franchezza di don Basilio: ‘Questa città di traffichini e ambiziosi dimentica i suoi figli migliori’. La messa comincia così, con fuoco di artificio. Ha ragione: a leggere le parole ufficiale, affidate a comunicati e social, la chiesa avrebbe dovuto essere piena. ‘Bugiardi’, è affilato don Basilio, mentre legge i riconoscimenti a parole rivolti ad Auguto. Allla fine il prete riconosce: ‘Vi ho scompigliati’. Tutti indossiamo le mascherine e non si intuiscono le nostre espressioni. Ho voglia di registrare l’omelia. Lo faccio a frammenti.

Augusto ha avuto un dono e il prete lo ha capito: ‘I suoi occhi, ascoltavano’. Per questo, negli anni del suo fotografare, anni sulla frontiera Grande Mutazione di Matera, ha saputo vedere storie che ben pochi sono stati capace di osservare, raccontare, immaginare. Io ho incontrato Augusto in un libro che raccontava, con le foto, e come nessun altro è stato capace di fare, la Grande Festa del Maggio di Accettura. Ci sono le parole di Franco Cardini, di Ferdinando Mirizzi, di Giovanni De Vita. Non ricordavo che ero stato capace di chiedere ad Augusto una dedica.

Alla fine, grazie ad Antonio, sono riuscito a incontrarlo. Nella sua piccola casa (il prete, nell’omelia, rivela che l’aveva venduta. Per sopravvivere). Abitava al piano terra di un condominio lontano dallo sfolgorio dei Sassi che aveva raccontato con le sue foto. Ricordo la sua malinconia senza rimedio, le spine del carattere urticante, la fatica di vivere. ‘Che sperpero’, dice don Basilio. Sperpero di vita, di un mestiere, di un’arte, di affetti, di denaro. La sua casa sapeva di malattia e di un’attesa disperata. Cosa si era rotto, Augusto? Faccio il raffronto con un altro fotografo del ‘900, Mario Dondero, appena più vecchio di te: anche Mario era povero, gli ultimi anni segnati dalla malattia, eppure ‘aveva desiderio, voglia, forza’. Sapeva sorridere. A ottanta e più anni aveva mille progetti e corteggiava con gioia le ragazze. Cosa si rompe, Augusto? Antonio è andato a trovarlo all’ospedale negli ultimi giorni e ci ha detto: ‘Mi ha chiesto solo due cose: una sigaretta e di aiutarlo a morire’.             

Come è stato possibile? Guardo le foto della festa di Accettura, mi fermo nuovamente davanti alle foto dei contadini di Aliano venuti al tuo funerale. Non si scattano queste foto, se non vi è empatia, amicizia, compassione, fratellanza con chi stai fotografando. Dove si è perduta?

‘Hai saputo osservare la realtà – quasi si arrochisce la voce del prete – hai saputo trovarne gli squarci, le feritoie. Cosa stai vedendo adesso? Nell’invisibile?’. Come a chiedergli: cosa stai fotografando ora? ‘Avevi, forse, visto l’invisibile nella realtà?’. Il prete continua a guardare la chiesa, sono arrivate altre persone: alcuni amici, i familiari, alcuni fra coloro che hanno sfiorato Augusto. Io, anni fa, sono indietreggiato di fronte al muro che alzavi di continuo. Don Basilio è arrabbiato: ‘Questa città ora scrive parole di gloria per te, dopo averti seppellito per decenni’. E agita il foglio su cui ha scritto le parole mielose che sono state scritte in queste giorni.

Mi sorprendo a pensare che i funerali dovrebbero essere a questa maniera. Bruschi e sinceri. Vivi, insomma. Faccio poche foto. Da lontano. In imbarazzo. ‘Ce ne andremo anche noi – dice ancora il prete – ma non rinunceremo a combattere’.

Chissà se ti sarebbe piaciuto, questo commiato, Augusto? Da anni non venivo più a trovarti.

L’ultimo viaggio di Carlo Levi: i contadini di Aliano lo accolgono al paese

Poi tutto accade, come sempre, troppo rapidamente. La messa finisce, benedizione e incenso per la bara. Una sola corona di fiori. Gli uomini eleganti, impeccabili, si fanno avanti. Le casse non si portano più a spalla, Poca gente a guardarti andare via, l’auto nera che se ne va da sola. Una donna che dice: ‘Devo salutare, Augusto’. ‘E’ morto ieri’, dice un uomo che l’accompagna.

Sì, qualcuno avrebbe dovuto fare foto ai funerali di Augusto. Se potete, andate a vedere le sue foto capaci di raccontare l’ultimo viaggio di Carlo Levi. I funerali ‘riassumono’, basta guardare gli occhi di chi vi assiste. La mostra è nel centro di Matera, negli ipogei di piazza San Francesco.

 

 

 

 

print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.