Quando Philippe mi portò al Giardino dei Tarocchi

(Da PeopleforPlanet)

(Guardo la data – word conserva – di queste pagine: 2004. Credo che word non ricordi bene: era il 2002. Diciotto anni fa. Maremma a settembre. La rivista del Touring Club mi manda a Capalbio per incontrare Philippe Daverio. Devo chiedergli di accompagnarmi fra le sculture di Niki de Sainte Phalle al Giardino dei Tarocchi. Mi infastidiva il fatto che fosse stato assessore con la prima giunta leghista di Milano. Sapevo che era un affabulatore, un incantatore. Mi piaceva andare da lui. Per anni, non sapendo niente di arte, ho seguito le sue storie. Arrivai alla sua casa, suonai e lui si presentò in accappatoio…ricordo solo questo e quanto riuscii a vedere attraverso i suoi occhi. Non ritrovo nessuna foto di allora, devono essere state diapositive. Che strano che abbia voglia di ricordarlo. Con le pagine che scrissi grazie a lui. In questi giorni, sto andando ai funerali. Capita a un certo punto della vita. E capita anche di ri/leggere pagine scritte e poi abbandonate. Ora ho in mente un bel pomeriggio, con la luce della Maremma e il sottofondo del racconto di Philippe Daverio. Grazie a questo mestiere – ci sono trucchi in questo articolo – che mi ha fatto sfiorare un po’ di gente. Inevitabile pensare che allora scrivevo meglio di adesso). 

 

Si capisce subito: si sale per uno stradello verso la linea dove si confondono gli olivi e le querce. Per un attimo si guarda indietro verso la piana costiera della Maremma, verso gli stagni di Burano, verso i poderi con lo sfondo del mar Tirreno e poi si alza la testa. Si incrocia, con gli occhi, quella Grande Bocca tinta di azzurro e celeste da cui scende una cascatella e, davvero, si capisce subito. E si pensa: qui vorrei stare, qui vorrei fermarmi (per un’ora, per un giorno, a leggere un libro, per tutta la vita). Ti scrutano gli sguardi da ciclope della Papessa e dell’Imperatrice; scorgi, fra olivi e gli allori, fra la lavanda e i cespugli di rosmarino, il Drago e il Mago; godi degli spruzzi della Ruota della Fortuna; varchi il passaggio fra i raggi del Sole, trasmutato in uccello leggendario; ti arrampichi con gli occhi fino alla vetta, scoperchiata e pendente, dalla Torre. E allora ti siedi e perdi tempo: questo è gioco, divertimento, gioia. Già, il Giardino dei Tarocchi di Niki de Sainte Phalle, nelle Maremme toscane, collina di Garavicchio, terre di Capalbio, ultimo comune toscano prima della frontiera laziale, è un Giardino delle Meraviglie, un Giardino Incantato. Un luogo unico dell’arte contemporanea in cui, quasi a sorpresa, ti senti a tuo agio. Pregio  e privilegio non da poco. Qui, fra queste statue-colosso che spuntano in mezzo agli olivi, fra giochi di ceramiche e murrine, fra vetri e specchi luccicanti, fra infiniti caleidoscopi di colori e riflessi, si sta bene. Come in una casa amica. Qui, davvero, si può giocare, con un senso di liberazione, con i ventidue Arcani Maggiori, con le carte dei tarocchi trasformate in statue gigantesche.

Questo andava detto subito di un luogo così strano, di un capolavoro così sorprendente, di una ‘cosa’ incredibile nata nel cuore della Maremma dal genio e dalla fantasia di un’artista che ha attraversato, con entusiasmo, il secolo scorso per morire, a settandue anni, nella primavera appena passata. Niki è morta a maggio, a San Diego, in California, con negli occhi il sogno realizzato di quanto aveva costruito in un lontanissimo frammento di Toscana. Allora va lasciata la parola a un esperto di arte come Philippe Daverio, gallerista, mercante, critico italo-alsaziano. Ne ha diritto: lui, da trent’anni, ha casa nella piana di Capalbio, a un passo dalle steppe del Chiarone e a cinquecento metri dalle ‘statue-carte’ di Niki. “Ogni volta che entro nel Giardino mi chiedo: mi commuove o no? E la risposta è sempre positiva – dice Daverio – E poi guardo le reazione delle persone che accompagno a passeggiare in questo posto e scopro in loro la stessa sensazione. Il Giardino dei Tarocchi è un luogo vero, emozionante. Niki ha portato l’arte in mezzo alla gente, parlando un linguaggio semplice e violando tutte le leggi del mercato”. E il critico milanese è onesto. Onesto perché, negli anni, ha cambiato idea. Racconta: “Quando vidi le prime strutture dell’opera, non mi piacevano. Era ferraglia. Mi apparivano come un insulto, una lacerazione nella natura maremmana. Poi ho visto l’opera quasi finita: ed era davvero fantastica. E’ stato un lavoro collettivo durato venti anni: non esiste niente di simile al mondo. C’è qualcosa di grande in questo Giardino. E la gente lo capisce”.

 

Il Giardino dei Tarocchi (da ArtePiù.info)

Niki (in realtà si chiamava Catherine Marie Agnes), figlia di un banchiere francese rovinato dal crack del 1929 e di madre americana, giovane ribelle (fu espulsa da una delle sue scuole perché si mise a dipingere di rosso le foglie di fico delle statue del giardino),  nel 1955 passeggiava per le strade di Barcellona. Forse tutto è nato lì. Come non innamorarsi della follia di Antonio Gaudy, delle sue sculture, dei suoi giardini, dei suoi mosaici sinuosi? La piccola e minuta modella (Niki era già finita sulle copertine di Life e di Vogue) divenne, allora, artista, pittrice, scultrice. Entrò, grazie al compagno della sua vita, Jean Tinguely, scultore di macchine inutili, nel gruppo dei Nouveau Realistes (“L’ultimo grande momento dell’arte francese”, dice Daverio). Con una carabina lei si mise a sparare a sacchetti pieni di liquido colorato che, colpiti, spruzzavano tele ed oggetti trasformandoli in grandi esplosivi feticci. Negli anni ’60 costruì donne colossali dalle grandi cosce e dai seni immensi: erano le sue nanas. A Stoccolma, nel 1966,  si entrava nel Moderna Museet, il Museo di Arte Moderna della capitale svedese,  attraverso la vagina di un’immensa e distesa nanà, costruita da Niki e dai suoi amici in un mese di lavoro frenetico. Scandalo e bellezza. L’artista inseguiva l’arte totale, già sognava il suo Giardino, il luogo in cui rendere visibile il messaggio ingenuo e misterico dei tarocchi. “E non poteva che trovarlo in Italia centrale”, è sicuro Daverio. Forse è vero: Niki, nelle piastrelle-racconto, all’ingresso del Giardino di Garavicchio, scrive, con calligrafia da bambina, della sua emozione di fronte ai mostri di Bomarzo, alle volte della Cappella Sistina, allo splendore del Duomo di Orvieto: “L’Italia mi ha aiutato”, spiega l’artista.

Niki conosce Marella Caracciolo Agnelli. E lei intercede presso i fratelli. I Caracciolo, al pari di altre famiglie di potere e ricchezza, hanno una tenuta in Maremma, a un passo da Capalbio, paese duecentesco alto su un colle che domina il mare. Sono loro ad offrire, nel 1979, cinque ettari di olivi e macchia mediterranea a quella donna così fragile e così audace da costruire statue colossali. Non credo che i Caracciolo si siano pentiti della loro generosità.

Quello che, in vent’anni, nasce nell’ultima Maremma toscana è, in realtà, una sorta di laboratorio rinascimentale.  Quasi una grande bottega all’aria aperta. Arrivano gli artisti-amici-complici di Niki. Tinguely, Rico Weber e Seppi Imhof modellano la Sfinge, la Papessa, il Mago. Doc Winsen innalza il Sole, l’Imperatore, il Drago. Il Giardino dei Tarocchi, fra difficoltà di ogni genere (rischia perfino di essere abbattuto per ‘abusivismo edilizio’), prende forma. Niki vive nella pancia della stessa Papessa: la camera da letto è il luccichio di mille specchi, la doccia è un serpente di ceramica, il tavolo da pranzo è come il suo riflesso nelle pareti. Per vent’anni, ogni soldo che Niki guadagnava viene investito in quei pochi ettari d’arte di Garavicchio. “E’ un gesto artistico assoluto”, dice Daverio. Per anni e anni una decina di artisti, fabbri, ceramisti, mastri vetrai, giardinieri, muratori lavorano, con tenacia e fantasia surreale, al Giardino. Le armature di ferro delle statue sono piegate con la forza delle braccia degli operai. Contadini maremmani rimodellano, per Niki, cespugli di macchia mediterranea. Approdano nel laboratorio dell’artista i giovani di Capalbio. Sono il posteggiatore abusivo della spiaggia di Macchiatonda, il fotografo del paese, l’elettricista, il postino, il falegname, il ragazzo disoccupato. Tonino dà una mano a Doc Winsen nella costruzione dell’Albero della Vita. Ugo sistema la geometria di pietre piatte dei sentieri e poi chiede di cimentarsi con i mosaici degli specchi. Racconta Niki: “Divenne un vero poeta degli specchi”. Marco, ‘bellissimo e difficile giovane’, forza il cemento nelle strutture delle statue. Ugo, il postino,  si preoccupa di rimanere senza lavoro al Giardino. Niki lo rassicura: “Se non avrò più idee, comincerò a costruire una muraglia cinese attorno a Garavicchio e avremo da fare per generazioni”. I suoi allievi-aiutanti, figli di Capalbio, crescono con l’artista internazionale: “Abbiamo diviso entusiasmo e siamo diventati una famiglia”, annota Niki.

Bella storia, questa del Giardino dei Tarocchi. L’arte contemporanea si fa ingenua, semplice, sessantottina, quasi sensuale. Lontanissima dai linguaggi per soli adepti. E’ davvero l’immaginazione al potere. Niki scrive sulle piastrelle i suoi acuti contro la corruzione e la vanità, contro le guerre e le ipocrisie. Esalta la natura, l’amore, la bellezza, la meditazione. Gli Arcani dei Tarocchi diventano amici dell’uomo: la grande Papessa è la saggezza, Niki organizza le riunioni dei suoi collaboratori nel ventre dell’Imperatrice, il Drago è addomesticato, il Mago è luce pura, energia, creazione. La Torre (chiamata subito Torretta di Babele, splendido parallelepipedo che vola oltre le querce) è scoperchiata, quasi demolita, da un meccanismo di Tinguely: raffigura la vanità di ogni costruzione mentale. Il compagno di Niki costruisce, nella vasca sacra alla Papessa, la macchina cigolante della Ruota della Fortuna: come dire ‘ciò che va verso l’alto, deve scendere’. Perfino la morte, cavaliere isolato nella macchia maremmana, è un segnale di speranza: ‘perché nuovi fiori si sviluppino’. Il diavolo, quasi nascosto dai cespugli, ha un corno lungo e uno corto.

Il Giardino diventa passione e lavoro, amore e impresa di un gruppo di ragazzi di Capalbio. I Tarocchi hanno bisogno di manutenzione. Nessuno sa bene come invecchieranno. Vi sono ancora dettagli da terminare, specchi da murare, vetri da inserire, piante da potare. I figli dei contadini della Maremma non sapevano nulla di arte, ma, proprio attraverso di essa, hanno trovato una missione da compiere. Mica poco in questa terra dove trovare un lavoro non è cosa facile. Non solo: dalla collina del Giardino si vede, verso il Lazio, la ciminiera della vecchia centrale di Montalto di Castro, teatro, vent’anni fa, di accese battaglie ambientaliste contro l’energia nucleare. Battaglia vinta. “E’ come se due modelli di sviluppo oggi si confrontassero anche visivamente – azzarda Daverio – Qui l’arte è diventata un’alternativa vincente di lavoro e di ricchezza. Il Giardino di Niki ti dice anche che si può andare oltre un turismo fatto solo di tortelli e olio abbronzante”.

Provoca Daverio? Mica tanto: il Giardino ha un successo strepitoso e sconosciuto. Gli uffici turistici del comune di Capalbio parlano di 50mila persone, lo scorso anno, in visita a Garavicchio. E’ vero: sono quasi tutti stranieri. Pochi, pochissimi gli italiani. Sono tedeschi e francesi, svizzeri e inglesi. Gente che legge nelle guide la storia del Giardino e allunga la strada attraverso l’Italia solo per passare da questo angolo di Maremma. E fanno bene: i colori di Niki esplodono in una festa. Camminare sotto i portici del Castello è affascinante, pregare nella cappella quasi pagana del Giardino è emozionante (sull’altare ci sono le foto di Niki, di Tinguely e di Stelvio Tarlati, un muratore che aiutò nella costruzione delle statue). Nel giardino sfiori teschi messicani, murrine veneziane, corni napoletani, segui geroglifici egizi impressi sulle pietre dei sentieri. Giochi con le macchine meccaniche, cammini su gradini di specchi, guardi l’acqua scendere dalla grande bocca della Papessa. Questo è un Giardino di dettagli. Questo è il compendio di tutta l’arte del ‘900. Questo è un luogo per la felicità.

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