Il fiume Tara/Cerimonia all’alba

Il fiume Tara

All’alba torniamo a Tara. Al fiume Tara. Il sole sta sorgendo oltre il canneto. Una famiglia è venuta da Monopoli. Il ragazzo sta accendendo lumini, sua moglie sorregge un piatto di plastica. Stanno per varare una navicella da affidare alla corrente. Le fiammelle battagliano con il vento, cercano di rimanere accese per passare sotto la piccola statua della Madonna del Fiume. Un uomo, immerso nell’acqua fino alle spalle, spinge le barchette, le incoraggia a cominciare il loro viaggio. E’ il rito del primo settembre. La gente del fiume Tara viene a ringraziare le acque per le malattie curate, per i dolori placati, per i miracoli.

La famiglia di Monopoli

 

Clelia

 

I lumini per la Madonna e per le acque

Le acque del Tara sono fredde. Temperature fra i tredici e i diciotto gradi. Tutto l’anno. Fiume breve: due chilometri. A dieci da Taranto, verso est. Raccontano che un tempo vi erano due bagni alla sua foce: il Lido Venere e il Pino Solitario. La gente passava dalle acque marine a quelle dolci del Tara. Poi è arrivata l’industria e il paesaggio è cambiato. Ma Tara, a suo modo, ha resistito alla Grande Trasformazione della città. La sua leggenda e le sue acque non hanno abbandonato il margine, il confine, l’interstizio.

Orazio è un barista dell’estate: in un frigorifero senza corrente conserva ghiaccio e birre per i bagnanti. A volte, alla domenica, griglia salsicce. Mi spiega: ‘Le acque di questo fiume arrivano dall’Albania, passano l’Adriatico e risbucano qua. Lo dice anche il nome: Tara ricorda Tirana’. Prove? ‘Hanno messo un colorante alle sorgenti albanesi ed è riapparso qua’.

 

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Taras, eroe mitologico, figlio di Poseidone e della ninfa Satyria, osserva Orazio e poi si alza  con un sorriso beffardo. Non lo contraddice, non gli svela che è stato lui a dare il nome a queste acque quando vi sbarcò duemila e settecento anni per fondare (e dare anche a lei il nome) Taranto. Un geologo, dopo aver comprato una birra Raffo, lo segue pigramente. Borbotta: ‘Le acque del Tara risalgono dalle Murge, sgorgano in una gravina e diventano fiume: una breve illusione, il mare è un passo. Sono limpidissime e gelide’. Sono state usate per irrigare i campi, per alimentare una cartiera. Quando invase Taranto e cercò di modellarla a sua immagine, l’Italsider si credeva onnipotente (e lo è stata), e pretese di utilizzare le acque dei miracoli per fasi della produzione dell’acciaio.

La gente di Taranto non ne è stata felice, ed ha continuato, alla faccia della modernità, a credere ai poteri speciali del fiume. Ernie, dolori, discopatie, flebiti scompaiono con le terapie insistenti dei bagni nel Tara. Un uomo mi avverte: ‘Non riesce a curare l’artrite’. E i medici che ne dicono: ‘Vengono anche loro’.

 

Colazione

 

 

Per questo siamo qui, questa mattina, primo di settembre. Per il rito. Per ringraziare la Madonna. Per pregare. Livia recita le litanie del rosario. Tiene stretto un libro sacro molto usato. Un piccolo gruppo di uomini e donne, immersi nelle acque, seguono la sua voce con occhi chiusi e labbra salmodianti. Il sole adesso si affaccia davvero oltre il canneto. I lumini navigano nella corrente. Clelia mi dice che fu una donna di Tursi a portare la statua della Madonna: ‘Aveva ottantadue anni e nuotò fino all’altra sponda’. Aldo ha 73 anni e viene qui da cinquantacinque: ‘Al mare non trovo gusto, questo fiume fa del bene al popolo fin dai tempi di Cleopatra’. Già, dicono anche che su questa sponda Ottavia, sorella di Ottaviano e moglie di Antonio, riuscì a mettere pace ai due uomini. Peccato poi che Antonio le preferì la regina egiziana e la guerra divampò nel Mediterraneo. Ottavia scelse di vivere a Taranto, si consolò con la bellezza della nuova città. Sulle sponde del Tara, alla fine del ‘500, i massafresi riuscirono a respingere un attacco saraceno: anche questo un miracolo delle acque?

Un vecchio ricorda che da piccolo gli avevano detto che il fiume si chiamava Mezzafresa.

Francesco

 

L’uomo dei fichi d’India

 

Francesco Angiulli è immenso, zoppicante, una pancia che deborda come una onda da surf. Ha compiuto novanta anni sei mesi fa e ha costretto la moglie a portarlo fino a qua. Non riesce a togliersi i calzini, la donna deve chinarsi, lui ha fretta. Scende la scaletta, si immerge, vuole rivendicare un orgoglio: ‘Quello che ha creato questo qua è la persona giusta’ e poggia mano e stampella a una palafitta. Francesco ha costruito la scaletta, piantato i pali a quali ci stiamo aggrappando, inchiodato legni per scendere nel fiume davanti alla Madonna.

 

Aldo
Livia
Preghiera

 

Mi chiedo se le acque del Tara funzionano anche per i miei gomiti sanguinanti. E per le mie ferite.

Clelia ha preparato la torta, dal portabagagli della macchina escono biscotti e caffè con la sambuca. Su un altro tavolo c’è la crostata. Noi arriviamo con la focaccia. Grande idea. C’è la birra. E un uomo offre fichi d’india. C’è chi fa il nome di chi non c’è più. Il Tara non arriva alla resurrezione. ‘Vengono a mancare quelli che ci credono’, mi dice un uomo. E i ragazzi? ‘Vengono a divertirsi’.

La famiglia di Monopoli abbraccia Clelia. Si rivestono. Devono andare, sono le sette o poco più del mattino. Salutano la gente del Tara: ‘Ci vediamo il prossimo anno’. Una promessa.

 

La Madonna del Fiume

 

 

Alba

Se Alessandro fosse qui mi direbbe: ‘Taranto non è solo la fabbrica. C’è un’altra Taranto. Questa città non può essere ridotta a un solo schema. Solo il racconto dei margini e dei frammenti permette di aprire squarci e di comprendere qualcosa’. Guardo le pance robuste degli uomini che stanno nell’acqua, le donne dai molti anni che si immergono all’alba, ascolto le preghiere tintinnanti come ninne-nanne e ascolto Francesco che vuole che registri la sua voce. I margini conquistano il palcoscenico.

Brrrr…

 

Confort, caffè con la sambuca, crostata, focaccia…

 

La bella giornata

Guardo Chiara che si gode il sole a occhi chiusi; Natalia che, da ballerina, si appende alle assi della precaria impalcatura alla quale siamo tutti aggrappati; Carlotta che scende le scalette storte ridendo. Siamo parte del rito? Della comunità? Di un frammento di Taranto? Sapranno i teatranti ricomporre il mosaico di una città in/stabile?

Chiedo a Francesca (che, lo so, non si chiama Francesca, ma così è) di portarmi alle sorgenti del Tara.

 

 

 

 

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