Writing walking/Il taccuino

Appunti per una strana ‘lezione’.

Sabato prossimo dovrò essere a Padova. In luoghi francescani. Per raccontare (paura) come si ‘scrive camminando’. Felice di andare (sarei dovuto andare a piedi: un mese e mezzo di cammino). Desiderio di rispondere come Giorgio Bocca: ‘Io non sapevo di sapere queste cose, erano dentro la macchina da scrivere. Ho pigiato i tasti e sono venute fuori’. Come si scrive del camminare? Come si scrive camminando? ‘Due cose diverse’, mi avverte Paolo da un’isola greca.

Camminare è una storia semplice, scrivere è una cosa semplice. Basta lasciar fare ai polpastrelli e ai piedi, fanno loro. L’importante è sgombrare i pensieri, non cercare le parole e avere la consapevolezza che scrivere del ‘viaggiare’ e dell’ ‘andare a piedi’ può provocare molta ‘noia’. Perché devo leggere pagine e pagine del diario di viaggio di qualcuno? E allora? Avere attenzione ai dettagli, questo sì. Alle pozzanghere e alle pietre, suggerisco. Più che alla ‘bellezza’ del camminare. Insomma, non spiegare tanto.

Mi chiedono di raccontare dei ‘tools’ dello scrivere. Chissà cosa intendono. Ci vuole una penna. E io, contro ogni regola, uso una Aurora. Una stilografica. Che se piove o, semplicemente, metti il taccuino nella tasca della camicia, i tuoi appunti, già illeggibili, diventano colatura di alici. Ma magari in quei ghirigori e in quelle slavature si intravede l’idea che balza fuori.

In un viaggio africano, mi trovai con amici che passano le loro sere a scrivere. Riempirono taccuini e quaderni. Alla fine chiesi se me li poggiavano su una panca. Volevo fotografare le parole.

Poi è necessario un taccuino. Anna mi scrive che lei usa un tablet. Io riesco a emozionarmi solo di fronte a uno sbaffo indecifrabile della grafia, ma ho nel cuore Anna. Ognuno ha le sue abitudini, è che il graffio del pennino sulla carta, equivale al suono del passo sulla ghiaia: rassicura. Ma, certamente, ha ragione Paolo: ‘Se hai taccuini a portata di mano, non succede mail nulla’. E’ vero: hai anche il desiderio di avere le mani libere. Dunque, riponi il taccuino: in un sacchettino di plastica per proteggerlo dal sudore e dalle acque. Nella tasca dei pantaloni. Oppure in quella del gilet (altro, scomodo abbigliamento transizionale) che indosso da mille anni. Penna nel taschino della camicia (altro indumento ingombrante in cammino). Oppure, ben protetta, in una taschetta laterale dei pantaloni. Insomma, il taccuino deve essere a portata di mano. Se lo tieni fra le dita, stai tranquillo, davvero non avrai voglia di annotare un bel niente, non incontri nessuno e il paesaggio si è farà monotono e il vento smetterà di correre fra le foglie delle querce. Ma appena lo sistemi al sicuro, ecco che accade….

E allora va scritto subito, al volo, contro ogni pigrizia. Non ce la fai a scrivere camminando, lo spieghi a Enrico che c’è qualcosa che non si può fare, perdi il ritmo, fai una sosta e le gambe si ribellano, ma tant’è: che se ne facciano una ragione…

Taccuino dalla copertina rigida. Dovrei dire: moleskine, tanto per essere un po’ vintage o alla moda (alla mia età si è figli di Chatwin). E’ che costano fra gli 11 (quelli taroccati) e i 18 euro (quelli veri). Preziosa la tasca finale dei moleskine. Ma io svicolo, senza confessarlo, verso i taccuini cinesi. Basso reddito, mi direbbe Flavio (non gli ho chiesto come prende appunti). Poi smarrisco i taccuini. Ne ho perduto uno grigio dove c’era un pezzo della mia vita, quasi un ricetta di un possibile cambiamento (forse per questo l’ho smarrito). Abituarsi a perdere, dovremmo. Ma è sempre un piccolo dramma. Dice ancora Paolo: ‘Il taccuino è quello strumento – tools? – che, appena lo riponi, fa succedere le cose e movimenta il viaggio.

Così me la cavo per cinque minuti di lezione. Mi mancano ancora cinquantacinque minuti.

Ditemi voi come si scrive camminando?

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