Scrivere camminando/Uno si distrae al bivio

(foto di Mirella Caldarone)

Non imparo poi molto dal camminare. Ma, senza dubbio, camminare costringe.

A scegliere, a esempio.

Davanti a un banco di gelati, aspetto che si sciolgano tutti prima di aver scelto un gusto o l’altro. E’ sempre stato così. Di fronte ai bivi importante, mi fermo, spesso torno indietro. Certamente non decido. Non sopporto scegliere. ‘Continuerai a farti scegliere/Oppure sceglierai’.

Nel camminare, non si può. O prendi un sentiero o ne prendi un altro. Sì, è vero, anche qui puoi tornare indietro, ma in genere non accade. ‘Nei sentieri – scrive Enrico – sei continuamente a dei bivi: il te stesso che va a destra sacrifica il te stesso che va a sinistra, con tutti i dubbi che ciò comporta’. (Quasi un metafora elettorale, molto concreta, di questi tempi). Ma Enrico è troppo perfetto e decisionista. Non posso seguirlo. Cammina troppo e troppo in fretta.

Un tempo avevo uno psico. Non so a quale scuola appartenesse. Aveva bellissime Bretelle Rosse. Credo che abbia fatto il possibile per me. Non aveva un ambulatorio, ma un de-ambulatorio. Mi fissava gli appuntamenti alle nove del mattino, ai confini del parco di una grande villa alle porte di Firenze. Un parco-bosco, con alberi folli e magnifici. Mi piacevano le sequoie. Non gli confessai che era uno dei luoghi incantati della mia gioventù. Mi aveva ricondotto sui passi d’adolescenza. Camminavamo, lui stava un passo dietro a me, in silenzio. Ero io che dovevo scegliere i bivi. Lui interpretava i miei passi, le mie scelte, le mie indecisioni, le mie retromarce, i miei ripensamenti. E allora parlavamo. Non mi sono salvato, allora. Ma ho un ricordo gentile di quel camminare assieme.

Oggi, specie sui cammini ben tracciati o su quelli percorsi da altri, è possibile ‘barare’. E’ possibile delegare la scelta al bivio a un algoritimo. Oramai, nelle nostre vite, lo facciamo di continuo. Ci è più semplice. E lo facciamo senza accorgercene, lasciamo che siano loro (i satelliti, i matematici, a scegliere per noi, stiamo rinunciando ai nostri errori, alle nostre imperfezioni).

Nella mia prima tappa del cammino portoghese (giorno di pioggia feroce), in direzione ostinata e contraria, smarrii i segni e vagai per il bosco di eucalipti. Le mappe non mi orientavano. I miei passi mi allontanavano da ogni traccia. Venni salvato (e mi contraddissi un po’) da un allevatore, un incontro casuale, che mi guardò bagnato com’ero e disse: ‘Ti accompagno io’. Cercai di rifiutare, ma poi accettai. Anche perché sul cruscotto del suo camioncino c’era un bellissimo pelouche di un maiale. E lui mi riportò sulla mia strada, indicando con il braccio: ‘Di là’. Infransi per qualche chilometro la promessa di non mettere piede in una macchina. E, quella notte, imparai a usare una app: un pallino indicava la mia posizione, una linea gialla segnava il mio cammino, se, appena appena, deviavo dall’itinerario, il pallino azzurro si metteva a danzare e a strattonarmi per i pantaloni: ‘Hai preso il bivio sbagliato’.

E’ che io andavo all’incontrario, la app, a volte, andava in confusione e un camminante mi venne incontro con lo sguardo di bontà: ‘You’re in the wrong way’. Una volta tanto mi venne la risposta giusta: ‘What’s wrong? What’s right?’. E proseguii. Oggi i cammini virtuali sono percorsi (quasi tutti) da una app che si chiama wikiloc (Luoghi a disposizione di tutti?). Se compri (cinque euro, anzi quattro euro e novantanove, per tre mesi) la versione premium, hai il solito pallino (giallo) che ti segue passo passo e una sveglia che ti avverte se stai andando fuori cammino. Fine del dubbio al bivio.

Il bivio è una delle anime del camminare. Chi segna i sentieri lo sa bene e ha cura di passare e ripassare la vernice sopra le incertezze. Spesso dimentica di concedere possibilità anche a chi vuole andare in direzione contraria. Certo è che ‘Due strade divergevano in un bosco ingiallito,/e dispiaciuto di non poterle entrambe percorrere…’.

Già perché non posso percorrerle entrambe: ‘Perché non si può. Bisogna scegliere nella vita’, mi dice l’amica saggia. Già, ‘due strade divergevano in un bosco, e io –/io ho preso quella meno battuta,/e da qui tutta la differenza è venuta’. E’ che penso di aver scelto raramente quella ‘meno battuta’. E’ che rimane la nostalgia inutile della vita che non hai fatto, delle vite che non hai fatto, delle donne che non hai amato, di quelle che hai lasciato andare, dei cammini che non hai fatto. Ricordo bene Giorgi Ramorra, accadeva molto tempo fa: venne a trovarmi a casa, e, ‘a fior di specchio’, mi disse: ‘Numerose strade mi chiamano, io resto al bivio ostinato a non mettermi per nessuna di quelle strade’. E guardò il mio riflesso che tremolava nel riflesso della luce del mattino. La madre gridò: ‘Metto qualche oliva?’

Serve tutto questo per un incontro su ‘’Camminare scrivendo’ (o è ‘Scrivere camminando?’? Ho sbagliato bivio?

 

(…mmm…devo davvero dirvi che quel titolo appartiene a un ragazzo di 19 anni nato in una terra interna del Sud? E che la poesia di Robert è stata molto fraintesa…)

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