Illusioni

 

Quaranta anni fa la mia storia di giornalista si fece seria: assieme a Guido riuscimmo a partire per l’Eritrea, andavamo a raccontare una guerra. Una guerra di liberazione. Un viaggio clandestino, guide armate, trincee, vivere di notte, le bombe dei Mig, i prigionieri, i profughi, i morti, i giovani guerriglieri. Credevamo di essere dalla parte del giusto, ci innamorammo della lotta degli eritrei. Un piccolo popolo che lottava contro una tirannia. Non pensavamo alla contraddizione: venivamo dagli anni ’70, pensavamo di essere comunisti, eravamo certi che gli etiopici, aiutati dai russi e dai tedeschi dell’est, avevano tradito il comunismo. Ad Addis Abeba comandava un tiranno, filo sovietico, responsabili di massacri terribili: era Hailé Mariam Menghistu. Otto anni dopo quel nostro viaggio, gli eritrei vinsero la loro guerra per la libertà.

Noi ci saremmo buttati nel fuoco per il capo degli eritrei, Isaias Afewerki. Ho una foto che mi ritrae assieme a lui: entrambi in giacchetta a cravatta, a un ricevimento dopo la vittoria nel referendum per l’indipendenza. Non avrei mai immaginato che quelle sarebbe state le uniche votazioni mai svolte in Eritrea. Non avrei mai immaginato che Isaias avrebbe fatto scomparire i suoi amici migliori, imprigionato il suo paese e incendiato la sua terra. Ero certo che il Corno d’Africa, per la prima volta nella sua storia, avrebbe vissuto una generazione di pace. Che errore.

Già, la pace.

Nella sala del municipio di Oslo, appena un anno fa, il 10 dicembre del 2019, Abiy Ahmed Alì, giovane primo ministro dell’Etiopia (nominato – e non eletto – nel 2018 per arginare la crisi etnica che dal 2016 scuoteva il paese) riceveva il premio Nobel per la Pace: era riuscito a porre fine all’eterno conflitto con l’Eritrea. Un evento incredibile. Abiy, premier che amava il rock e il reggae, divenne, per noi, una nuova leggenda. Un’altra speranza alla quale aggrapparsi. I giornali titolavano: ‘L’artigiano della pace’. Leggevamo che aveva liberato migliaia di prigionieri politici, cacciato funzionari corrotti e ufficiali di polizia torturatori. Abbiamo di nuovo sperato nella pace per l’Etiopia e l’Eritrea. Dobbiamo smetterla: è una vita che coltiviamo speranze e sogni. Vestito come un personaggio di StarTrek, Abiy Ahmed lo scorso 4 novembre, in tv – il mondo distratto dalle elezioni americane – ha annunciato la guerra contro il Tigray, la più settentrionale delle regioni dell’Etiopia, sei milioni di abitanti sui 110 totali del paese. I tigrini, vincitori, assieme agli eritrei, dell’altra guerra, quella degli anni ’80, contro Menghistu, hanno governato l’Etiopia dal 1991 al 2018. Le sollevazioni etniche del 2016 hanno minato il loro potere e alla fine, dopo quasi trenta’anni, sulla sedia di primo ministro si è trovato Abiy, ex-ufficiale dei servizi segreti. Per la prima volta, l’uomo più potente  dell’Etiopia era un oromo, l’etnia più grande (e divisa al suo interno) del paese. Una trasformazione epocale.

 

Poi ci sono i tigrini. La loro regione è stretta fra Eritrea, Sudan e il resto dell’Etiopia. Non hanno risorse. Dipendono per energia, gasolio, comunicazioni dall’Etiopia. Hanno resistito e combattuto per anni al potere centrale di Addis Abeba. Hanno combattuto la tirannia di Menghistu Hailé Mariam fino a corroderla. Nel maggio del 1991 entrarono ad Addis Abeba, conquistarono, con l’aiuto degli eritrei, il potere e sono riusciti a tenerlo fino al 2016. Hanno trasformato l’Etiopia in un paese federale (e noi abbiamo creduto che fosse la sola maniera per tener unito il paese: lo crediamo ancora? Temo di no). Abbiamo avuto fiducia anche nei tigrini, gente che sa vivere in una terra dura e arida. Fummo storditi dalla nuova guerra con gli Eritrei nel 1998. Davvero non poteva esserci pace nel Corno d’Africa.

Nel 2016, i tigrini, dopo essersi resi conto di non poter continuare a governare da soli un paese immenso, sembrano cedere pacificamente il potere: sanno di essere una minoranza e l’Etiopia era diventata troppo instabile. Sperammo, allora, in una convivenza fra le diverse etnie.

Non è andata così: la convivenza con chi è venuto dopo di loro, la convivenza con Abiy è stata un battibecco continuo, una rissa pericolosa. Abiy, alla fine, ha deciso la sospensione delle elezioni, previste per agosto di quest’anno, a causa del Covid. In Tigray questa decisione è stata vissuta come una prevaricazione, Makallé ha organizzato solitarie elezioni regionali. Sono state considerate illegali da Addis Abeba, e, da parte loro, tigrini hanno dichiarato decaduto il parlamento nazionale. Le parole sono andate troppo oltre. Come altre volte nella storia di sangue di questa terra, si è scelto la via delle armi.

Gli ultimi anni sono stati un susseguirsi di provocazioni, insulti, minacce fra l’Etiopia di Abiy e i tigrini. Spettatori interessati gli amhara (l’etnia che ha dominato il paese per centinaia e centinaia di anni, anche loro ansiosi di riprendere il potere) e gli eritrei: quasi non aspettassero altro che questo conflitto. Abiy, Nobel per la Pace (aboliamo questo premio: pensate a Aung San Suu kyi in Birmania e, in fondo, anche Obama non ha esitato a continuare le guerre degli Stati Uniti dopo aver vinto un Nobel preventivo), ha scatenato la guerra, ha promesso di essere implacabile, il suo esercito ha varcato la frontiera di Gondar, i suoi aerei hanno bombardato Makallé, al Tigray è stata tagliata l’elettricità e le linee telefoniche. Le banche, senza soldi, hanno chiuso, la gente si è trovata con le tasche vuote. I tigrini dichiarano che vinceranno. Ieri hanno sparato due missili contro aeroporti in terra amhara. Nessun giornalista straniero può raccontare cosa sta accadendo. Sappiamo solo che si combatte fra fratelli che non vogliono abbracciarsi. Rileggiamo le parole pronunciate da Abiy a Oslo: ‘Aiutare la pace è come far crescere un albero’. Il premier si era costruito anche una fama ‘verde’. ‘La pace ci chiede un impegno incrollabile e un’infinita pazienza’. Si dimentica in fretta. Ci illudiamo in fretta.

Conosco i tigrini: sono circondati, non hanno via d’uscita, ma sono gente dura, hanno un esercito e una milizia. 250mila uomini armati. Non sarà facile averne ragione. Sono abituati alla guerriglia e hanno in mente qualcosa. L’Etiopia corre il rischio che abbiamo sempre temuto: diventare il teatro di una guerra civile fino a ridursi in una nuova Jugoslavia. Ci sono decenni di rancori, tensioni, rivalità, massacri che non sono stati cancellati.

Difficile capire da lontano. Ma lo è anche da Addis Abeba: gli amici che là vivono chiedono a noi, cosa sappiamo della guerra. Cosa ha in testa Isaias Afewerki ad Asmara? Ha 74 anni e da trent’anni governa, con metodi staliniani, il suo piccolo paese. Ho ascoltato due versioni opposte. L’esercito eritreo è già dentro il confine del Tigray. La pace con l’Etiopia, in realtà, nascondeva un’intesa cinica fra due militari (Abiy e Isaias) ansiosi di liberarsi della spina nel fianco dei tigrini. Non riesco a immaginarla un’alleanza, fra i due uomini, ma, oramai, ho smesso di capire: posso credere che Isaias abbia i suoi conti da chiudere con i tigrini e che voglia farlo prima di morire. E che Abiy non abbia alcuna simpatia per i tigrini che già hanno tentato di farlo fuori in due attentati.

Oppure, seconda versione più azzardata (ma oramai diffido degli ‘osservatori’ occidentali: ho la sensazione, io per primo, che soprattutto nel Corno d’Africa, non ci abbiamo mai capito nulla e che le nostre previsioni siano sempre state sbagliate): gli eritrei, questa volta, non vogliono dimenticare i legami di sangue che li uniscono ai tigrini (stessa gente, stessa religione, quasi tutti imparentati fra di loro). Allo stesso tempo vogliono liberarsi della dittatura di Isaias. Una ribellione in Eritrea e una guerra comune con i tigrini? Negli ’90 abbiamo sospettato a lungo che i tigrini progettassero un Grande Tigray, un paese esteso dai confini amhara al mar Rosso.  E’ tutta una follia. Ma si ha la sensazione che si combatta anche per una nuova geografia del fragilissimo Corno d’Africa. Che rischi di essere devastato da una nuova guerra.

Ad Addis Abeba, tre giorni dopo l’ordine di attaccare il Tigray, Abiy ha cacciato i capi militari del suo governo. Via il capo di stato maggiore, il comandante dei servizi segreti e il capo della polizia. Non deve fidarsi troppo nemmeno dei suoi. Ha ricominciato ad arrestare giornalisti.

E gli altri giocatori? Che ruolo hanno in questa partita? Perché la Cina, l’Unione Europa  e quella Africana, gli Stati Uniti non sono riusciti a mediare fra tigrini e Abiy? E poi c’è l’Egitto, che teme la grande diga del Rinascimento Etiopico: è quasi ultimata e il Cairo la vede come una minaccia alle acque del Nilo. E adesso spera che la guerra rallenti questo progetto fino a farlo naufragare. Un altro fronte aperto per Abiy.

I conflitti sanguinosi del Corno d’Africa sono sempre stati insensati, si combatte per terre aride e difficili. I contadini, senza che ne abbiamo coscienza, sono sempre stati i veri coraggiosi di questa Africa: loro hanno sempre resistito.

Sono le élite militari, ad Asmara, a Makallè, ad Addis Abeba, a scatenare le guerre. Non hanno la pazienza e l’intelligenza di cercare soluzioni alle divergenze. Sanno solo sparare.

Che disastro. A me rimane addosso la felicità dei giorni dell’indipendenza eritrea e della perduta  pace in Etiopia. Mi rimane il ricordo della serenità dei lunghi mesi passati in Eritrea (non ci sono mai tornato dalla guerra del 1998, la cicatrice sulla mia pelle non si è mai rimarginata) e in Tigray. Mi rimane la bellezza estrema della Dancalia. Mi ero davvero sbagliato a illudermi? Ero certo che la gente dell’Eritrea e dell’Etiopia avesse sperato nella pace. Che non ne volesse sapere più niente di guerra. Avrei messo le mani sul fuoco per Isaias Afewerki, ho creduto nella rettitudine dei tigrini, ho avuto fiducia nella sorpresa di Abiy: che stolto che sono stato. Adesso ho paura per i miei amici, per i miei ragazzi che quest’anno avrebbero potuto raggiungere i loro sogni. Che peccato, rimangono solo le lacrime.

(le foto sono state scattate fra il 2000 e il 2018)

 

 

 

 

 

 

 

 

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2 pensieri riguardo “Illusioni

  • 18 Novembre 2020 in 10:27
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    Ciao Andrea, ho saputo indirettamente e solo ora che hai avuto un serio problema di salute.
    Spero la cosa si stia risolvendo e che tornerai presto in piena forma.

    Pare che anche la nostra generazione, quella che “Resterà giovane for ever” finirà per incontrare i problemi di tutte quelle precedenti. Ma in fondo non ci possiamo lamentare, è stata anche una generazione molto fortunata.

    Alex

    Alessandro Saragosa
    Giornalismo di divulgazione scientifica
    Frazione Ville 116/a
    52028 Terranuova (Ar)
    Italy
    Tel ++39 0559705185 email: alex.sara@tin.it
    Skype: alessandro_saragosa

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    • 3 Dicembre 2020 in 10:49
      Permalink

      Che sorpresa, che bella sorpresa, ti ho mandato una mail. Sono a Padova…

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