Anniversari

Tre dicembre.

Non dimentico un compleanno, questa mattina non lo faccio. Ho corso il rischio, questo sì. Mando gli auguri (io che mai ho festeggiato un compleanno e mi sono sempre nascosto quando era il mio turno: che stolto). E mi ricordo di quanto ho dimenticato negli scorsi giorni.

29 novembre. 1972. L’anno del mio inutile diploma (che errore, babbo) di ragioniere. L’anno del sesso al riparo di una libreria dove in bella vista c’era ‘Cent’anni di solitudine’ (non che fossi un gran lettore, ma quel libro lo ricordo). L’anno del primo (il secondo, dai) vero viaggio: attraversare un frammento di Sahara, vedere l’oceano, dormire in un parco pubblico di Algeri, la batteria di Max Roach a Tangeri, il fumo, gli amici tutti più ‘grandi’, un diario perduto). E l’anno, in questi giorni, della morte di mio padre. Dentro un cesso. Di un palazzo nobiliare, è vero, ma sempre un cesso era. Sopravvivesti cinque giorni all’emorragia. Io arrivai in tempo per l’ambulanza. Mi fecero salire, il nostro ultimo viaggio, non ti guardai, ma che tenni la tua mano lo ricordo. Le dita erano giallo-scure di nicotina. Presi la tua giacchetta blu e mi dettero i tuoi occhiali. Un giovane medico mi interrogò. Con quella maniera che hanno i medici: devi capire da solo dietro le parole. Telefonai a mia sorella da un telefono a gettoni nella corte del vecchio ospedale. Un anno fa, dopo tutto questo tempo, sono rientrato in quel palazzo. Non è più un ospedale. Ci sono ambulatori e sedi di associazioni.

Mi ero segnato la data sull’agenda che sta finendo assieme a quest’anno di merda. Ma il geroglifico che me lo ricordava si è perso nella mia scrittura. Ho cercato di ritrovare l’indirizzo di una ragazza bionda che apparve al funerale. Mai più rivista.

Non ti ho ricordato, hai un’altra cosa della quale dovrai scusarti.

La mia emorragia (mi stanno spiegando la differenza con un ictus) non è stata clandestina. Ho sempre pensato che anche il mio destino sarebbe stato quello di morire in un cesso. Farei in tempo a tirarmi su i pantaloni? Una segretaria mi raccontò che era la preoccupazione di mio padre quando lo trovarono in quel cesso. Io, da attore che non è stato capace di studiare per diventarlo ho scelto un’emorragia pubblica, sopra un palcoscenico, fingendo che tutto andava bene, portando fino in fondo la parte che mi avevano affidato. Almeno un bel finale. E’ che sono sono sopravvissuto: al 29 novembre erano già settantuno giorni più di te, magari un po’ lo devo a te e non ti ho nemmeno ringraziato. E sto commettendo altri errori. Dovrò prevedere un altro finale, temo che non mi piacerà molto.

 

E’ che ora so cosa accade.

 

Poi, a ruota, è arrivato il 30 novembre.

Sant’Andrea. Mi hanno mandato anche la storia dell’apostolo. Ho salvato la sua pagina wikipedia sul computer invecchiato. Mai ho festeggiato il mio onomastico. Non ci ho mai fatto caso, ho sempre dimenticato, non era importante. Da quando vivo (vivo?) al Sud, nell’ultimo giorno del mese più triste, gli amici mi telefonavano o, se mi incontravano nel corso (difficile, in inverno) mi facevano gli auguri. E dovevano spiegarmi. Alcuni mi facevano regali. Credo di dovere anche questo al Sud: questa terra dà valore ai segni, ai gesti, agli auguri, agli abbracci, alle parole (‘Tutt’apposto?’, è una domanda di fratellanza leggera). Io non l’ho imparato, non l’ho imparato bene. Anche quest’anno io non ho ricordato il mio onomastico. Eppure anche questo anniversario era ben segnato nella mia agenda, ma si era smarrito fra troppi scarabocchi. Poi sono cominciate ad arrivare le telefonate. Prima i ‘religiosi’. Massimo, frate francescano, parroco a Trastevere, mi ricorda nelle sue preghiere. Ho conosciuto Massimo nelle terre del terremoto. A Santa Giusta, dove vive Rita e dove non sono mai tornato. In quanti luoghi non si torna…Massimo voleva rimanere in quelle montagne, credo che conti i mesi che mancano a tornare lassù. Poi sono arrivati decine gli auguri. Molti dal Sud, ma, forse per la prima volta, molti vengono da altre terre. Dal Nord. Afferrano la mia memoria (ehi, fate piano, temo che sia fragile là dentro) e danzano con i ricordi e con le ricorrenze. Vorrei danzare con loro. Con voi.

Poi novembre finisce e io ero certo che avesse trentuno giorni.

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