La morte di Agitu

Quest’anno è contrassegnato dal dolore. Dalle notizie che ti stordiscono. Questa mattina Daniela ha chiamato dall’altra stanza: ‘E’ terribile. Hanno ucciso la pastora. Agitu’. Silenzio. Agitu Ideo Gudeta, donna degli altopiani dell’Etiopia, donna delle Alpi, trentine, allevatrice di capre mochene in una valle laterale della Valsugana. Imprenditrice di successo. Uccisa. Da un suo dipendente, dicono i giornali.
Chiamo mia figlia. Le sa di capre. Studia le donne pastore. Un giorno, ci dicevamo, saremmo saliti assieme nella valle dei mocheni, a conoscere Agitu. Greta ha la voce dei giorni più tristi. Il silenzio, dei giorni più tristi. Ha già saputo, non c’è stato bisogno di dirle. Silenzio. Le lacrime sotto pelle. Per l’ingiustizia.
Io avevo fatto in tempo a incontrare Agitu. Un pomeriggio di mercato in un paese della Valsugana. Amici comuni me l’avevano presentata. Fu un bel pomeriggio, passato a chiacchierare e assaggiare formaggi. Con la promessa di nuovi incontri. Conosco frammenti della sua vita. L’Italia da studente, il ritorno in Etiopia, battaglie per la terra, un nuovo esilio per sfuggire alle minacce, il Trentino, il lavoro in un bar, l’intuizione del dono prezioso delle pecore mochene, un terreno pubblico. Agitu ha il carattere giusto per farsi strada, sa fare i formaggi, sa lottare. La pastorizia diventa la sua impresa, i suoi formaggi premiati in fiere internazionali. La scrittrice Helena Janeczek ci prega di chiamarla ‘Imprenditrice’, e non definirla ‘modello di integrazione’. Ha ragione, Helena. E’ bella l’azienda di Agitu, ‘La capra felice’. ‘Dolomiti’, il giornale di Trento, era certo che lei fosse la pastora più nota della regione. Qualcuno avrà dato cibo alle capre, questa mattina, ne sono sicuro. In Etiopia già sapranno.
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