Vorrei raccontare le storie che non posso dire

Esito sempre prima di pubblicare frammenti di pagine personal. Ne sono tentato. Sto risalendo storie di molti anni fa e mi rendo conto che quell’aggrovigliarsi di frasi sono da cancellare. Non interessano e posso provocare ferite. A volte amici e amiche mi ha raccontato di storie che hanno ritrovato nel computer del compagno/a scomparsi. Le fate ignoranti. Alla fine margherita prende l’aereo. Ma queste righe non interessano a nessuno, quando le vivo penso che potrebbe venirne fuori una storia. rileggo e credo di no. Le pagine si infrattano in spaccature del Mac che poi si richiudono. Oggi il Cloud mi dice che mi cancellerà perché da sei mesi non lo utilizzo. Non so nemmeno cosa voglia dire. Prometto di scrivere un frammento ogni giorno (per allenamento mi dico, nel caso le parole ritornassero), ma non accade e i muscoli si indeboliscono. Per fortuna qualcosa leggo, ma chiudo il libro e spengo il film non appena diventa limone e sale sulle ferite, come accadeva in ospedale. C’è quel liquor che non mi lasciava in pace. Ed ero io urlare.
Il sole magnifico sta per raggiungere il mio computer, fra cinque minuti non riuscirò a leggere sullo schermo
‘e poi/te l’ho mai detto che non sarà più come prima?’ (fm)

11 febbraio
Una notte senza sonno. Capita da un po’. Rileggo storie antiche, ben scritte, disperse nel Mac, da anni. Non le ritroveremo mai, se non per caso. Non ci sarà modo di raccoglierle. Anche questa appartiene a queste storie. Un vecchio amico riappare dai deserti: aveva scritto un bel libro dieci e più anni fa. Poi era andato a vivere in Africa. Poi in Inghilterra. E ci siamo persi. Ora è tornato, vive in una città a pochi chilometri da qui. Mi chiama. Io confondo il suo nome. E’ la mia testa che ha smarrito sinapsi. Ho bei ricordi con questo amico, giorni che furono gentili, parole che sorsero come fiori spontanei dalla sabbia. E, alla fine, imbarazzato, chiedo: ‘Noi ci siamo conosciuti?’. Vedo lo stupore materializzarsi attraverso il telefono. Ero stato sviato da un nome femminile. Come è stato possibile dimenticare un uomo che mi è stato caro? Come è stato possibile che non lo abbia riconosciuto? Lo richiamo, mi scuso, ci facciamo promesse. Stanno riapparendo amici che non incontravo più da anni e anni. Ho un pensiero fosco: cerimonia degli addii? ‘L’hai annunciata cento volte, lascia perdere’. Poi mi dico di no, anche se davvero sono riapparsi in tanti. S. questa mattina: mi annuncia la sua partenza per Londra. Io ricordo notti romane dopo il lavoro in una inutile rivista, quasi il mio ultimo capitolo ufficiale da giornalista. Era estate a S. indossava un vestito corto a strisce dai colori della bella stagione.
Questa mattina ho passato le ore in ospedale. Hanno riempito piccole provette dal mio sangue, hanno guardato i disegni incisi dai ticchettii del mio cuore ed esplorato i miei polmoni. Raccolto la pipì. Hanno preso campioni della mia saliva: ‘Adesso si rinchiuda in camera. Fino a quando non lo chiamano. Indossi la mascherina’. Poi mi hanno mandato in giro per ambulatori.
Nella notte senza sonno mi sono chiesto: ‘Come si scatta una fotografia? Come si fa a scaricarla sul mac?’. Ho cercato la risposta nei miei occhi, non l’ho trovata. Erano gesti automatici, eseguiti per anni. Ho tentato maldestramente di fare il fotografo e ora ho ‘dimenticato’? Chi ha premuto il tasto reset? Al mattino, ho guardato la macchina fotografica ed è stato come guardare un telo bianco. Ho atteso che il tempo passasse. Che altri giorni si cancellassero. Ho sentito gli occhi diventare umidi. Ho provato a fare semplici operazioni: premere il pulsante di scatto, a esempio. Estrarre la card, metterla nel computer: ho esitato un po’. Che ne dite se, a caso, afferro le storie perdute e le rendo pubbliche? Sono slegate, alcune sono indicibili, dolorose per chi potrebbe leggerle. Non rispondete di sì. In realtà sono storie già perdute. Forse accadrà che una ragazza le troverà sotto il letto e si stancherà gli occhi a cercarci un senso. Adesso, con sensi di colpa e paura, mi rifugio nelle reticenze. E’ possibile ricominciare da capo? Premere il tasto rewind? No, la pellicola non si può riavvolgere. Queste storie sono state scritte ‘bene’, venivano da sotto pelle, ma dovranno scomparire per sempre. Non possono nemmeno essere sepolte sotto i detriti: trattengono dolore sotto la cartavelina di un’ebbrezza ingannatrice.
Non voglio scrivere pagine sulla mia malattia. Non voglio scrivere il diario della mia malattia. E’ una malattia, poi? Vorrei raccogliere le storie che non posso dire, ma è così faticoso. A cosa servirebbe poi? Come ho fatto a vivere così?
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